Ci sono bocconi che, a mente fredda, sono meno difficili da digerire. Quello di ieri però non è uno di quelli. C’è amarezza, tanta amarezza. C’è delusione, un’enorme delusione. È inutile girarci intorno, quello che è successo ieri a Vincenzo Nibali alle Olimpiadi di Rio fa parte di quei momenti orribili di cui lo sport è, ahinoi, pieno. Quella curva, quella maledetta curva a destra sarà la protagonista di tanti incubi per l’atleta siculo. E lo sarà perché a volte lo sport sa essere crudele come quasi nessun altro. Una crudeltà amara e, di conseguenza, ancora più penetrante perché un’occasione così, purtroppo, a Nibali non capiterà probabilmente mai più. Un percorso olimpico, così perfetto per le sue qualità, difficilmente sarà riproducibile e non sempre ci saranno gare così magistralmente condotte dalla squadra azzurra come quella di oggi. Una fuga, all’inseguimento dei battistrada, nata dall’ottimo spunto di Damiano Caruso, gli spagnoli, con il grande favorito Valverde, che si fanno trovare sorpresi e non riescono a inserire nel gruppetto nessun atleta. Una situazione perfetta: un fido gregario a fare da apripista per quel capitano, Nibali, sempre scortato da colui che, per molti tratti, è parso una figura praticamente in simbiosi con il siciliano, Fabio Aru. Poi, d’un tratto, cogliendo ancora di sorpresa la stragrande maggioranza del gruppo, un attacco dei due “isolani” azzurri. Il sardo ad accompagnare metro dopo metro il siciliano verso quel sogno dorato. E infine quegli scatti, quel dolce danzare sui pedali di Nibali. Uno. Due. Tre. Fin quando, al suo fianco non rimangono solo Rafal Majka, polacco, e il colombiano Henao.

2016-08-06T201555Z_561267259_RIOEC861KAFKE_RTRMADP_3_OLYMPICS-RIO-ROAD-M-RACE_mediagallery-pageEd ancora quel ballo educato, sollevandosi dalla sella come preludio di un ultimo, decisivo attacco, consapevole che un arrivo in volata lo avrebbe penalizzato troppo. Il “peccato” di Nibali si è infine rivelato solo in quel momento, quando, all’inizio della discesa, decide di seguire proprio quella consapevolezza, e attacca. Cerca di staccare i due rivali ci prova, si butta a capofitto conscio che quella avrebbe potuto essere la sua unica speranza. Poi, come nel peggiore degli incubi, quella curva, quella maledetta curva a destra. La bici che perde aderenza, il battito del cuore di milioni di tifosi che inizia a rallentare, i secondi che, improvvisamente, sembrano durare ore. Boom. La caduta. Nibali ed Henao sono per terra. Vincenzo assume quella posizione quasi fetale, come a cercare un rifugio dalla tempesta che si sta riversando sopra di lui. Passa Majka, passano gli inseguitori e infine arriva, come un papà che vuole consolare e proteggere il figlio, il CT Davide Cassani. È in quel momento che però il CT capisce che non servono parole. Non servono perché non ci sarebbe nulla che potrebbe far cambiare le cose, e allora, saggiamente, rimane in silenzio. Guarda il “figlio” con quegli occhi probabilmente carichi di dolcezza cercando di alleviargli almeno il dolore fisico. Poi, dalla bocca di Vincenzo, escono delle parole che rendono il tutto ancora più difficile da superare: “Mi dispiace per i ragazzi”. Le prime parole dopo una caduta sono state rivolte a quei compagni di squadra che, dopo il tempo passato insieme, erano, e sono tuttora, come fratelli. Un gesto piccolo, fatto con una clavicola rotta, dopo aver visto svanire il sogno di una vita. Un gesto piccolo ma che nasconde un cuore grande e che mostra come in fondo il ciclismo è anche sport di squadra dove, il lavoro di tanti, esalta il singolo.

2016 Rio Olympics - Cycling Road - Men's Road Race Victory CeremonySingolo come quel Greg Van Avermaet che decide di cogliere l’attimo, di trasformare una situazione particolare in un capolavoro artistico come forse solo i fiamminghi sanno fare. E non è un caso che tutto ciò accada in una corsa, quella olimpica, simile per il format alle grandi classiche del Nord. Dopo essere entrato infatti nella fuga con Caruso, il ciclista fiammingo, con un passato da calciatore nella massima serie belga, sfrutta la caduta di Nibali ed Henao e dà vita ad un dipinto unico, inimitabile e, sicuramente, irripetibile. A 5 km dall’arrivo, 6 dopo la caduta di Vincenzo, si lancia, insieme al danese Fuglsang, all’inseguimento di Rafal Majka e quando mancano pochi chilometri all’arrivo lo raggiunge. A quel punto, come il “peccato” di Nibali era stato dettato dalla consapevolezza del siciliano nei propri mezzi, così il “quadro” di Van Avermaet prende sempre più forma grazie alla sua consapevolezza. E arriva lo scatto. Deciso. Prorompente. Il belga vola, alza le mani al cielo e, con un ultimo tocco magico, rilascia le ultime pennellate d’oro di un quadro indimenticabile. Indimenticabile perché lo sport può essere, per qualcuno, un incubo orribile e indelebile, ma anche, per qualcun altro, un sogno da cui non ci si vuole più risvegliare.

Studia Sustainable Energy, nel tempo libero prova a scrivere e fare foto per raccontare la vita di tutti i giorni www.gigibotte.com

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