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San Pietroburgo, Russia, 1995. L’allenatrice di basket giovanile Kira Trzheskal sta girando le scuole elementari in cerca di potenziali talenti. La strategia della ricerca è sempre quella: bussa alle classi, chiede se ci sono bambini particolarmente alti e, se la risposta è affermativa, chiede loro se sanno correre e saltare. Durante una di queste ricerche a tappeto entra in una scuola di San Pietroburgo, bussa alla porta di una quarta elementare, fa la fatidica domanda e alza la mano solo un bambino. Successivamente fa la seconda domanda “Sai correre e saltare?” e il bambino, senza dire una parola, si alza, va in corridoio, corre un paio di volte avanti e indietro e salta su e giù. Perfetto, il profilo sembra corrispondere. Kira chiede alla maestra il nome del bambino e lo porta la sera stessa alla palestra della Admiralteyskaya Sports School. Quella sarà la prima volta che quel bambino di poche parole e dagli occhi chiari e profondi metterà piede su un campo da basket.

russiaIl bambino si chiama Timofej Pavlovic Mozgov, nato il 16 luglio del 1986, figlio di un giocatore professionista di pallamano alto poco più di due metri e di una madre che praticava corsa su pista a livello amatoriale con discreti risultati. Una volta provata la palla a spicchi sembra trovarsi particolarmente a suo agio e gli viene chiesto da Kira se volesse diventare un giocatore di pallacanestro. La sua risposta non fu né sì né no, ma “A mio padre piace molto come sport, credo che sarebbe contento, accetto volentieri”. Ricordo che siamo nel 1995 e il piccolo “Timo”, come veniva chiamato già allora, ha solamente 9 anni. Il basket inizia a piacere molto anche a lui e non solo al padre, inoltre più cresce più diventa alto, a quindici anni è già in grado di schiacciare a due mani senza alcun problema. Purtroppo però il padre subisce un gravissimo infortunio che non gli permetterà più di giocare a pallamano, così è costretto a cercare un lavoro. Diventerà autista a Enem, a sud della Russia, paese abitato da 18.000 anime. Lo shock per Timofej è grande, non solo perché passa dalla seconda città più grande della Russia ad un paesino sperduto, ma perché in questa Enem sembra che il basket non sia proprio arrivato. Non esistono palestre con canestri o campetti, per cui il giovane Mozgov userà il canestro che ha in cortile come campo d’allenamento personale e campetto dove giocare con alcuni amici. Si allena ogni giorno, con ogni clima e temperatura. Quando un giornalista statunitense gli chiederà, ironizzando sul clima non esattamente tropicale della Russia, se si allenava anche con la neve, la risposta di Mozgov sarà “Sì, tiravo e basta ovviamente, con la neve la palla non rimbalza”.

garnettLa sua famiglia, pur non essendo ricca, decide di investire sul talento del figlio iscrivendolo in una accademia dello sport a San Pietroburgo. Da qui in poi Mozgov ha l’occasione di giocare da professionista in alcune squadre russe come il Chimki, in cui milita per quattro anni portando a casa anche un titolo nazionale nel 2008, ed entra nel giro della nazionale russa, con cui vince un bronzo agli Europei del 2011 e un bronzo alle Olimpiadi di Londra 2012. Ma il vero passaggio decisivo avviene quando “Timo” viene spedito a Dallas, in Texas, ad allenarsi da Fess Irvin, un ex giocatore che ora allena giovani talenti di vari college per farne atleti pronti ad affrontare il miglior campionato del mondo. Gli allenamenti di Irvin sono di sei ore al giorno e comprendono tecnica, molto lavoro di gambe, visione di filmati e, ultimo ma non ultimo, yoga. Mozgov inizia a guardare per ore filmati di Kevin Garnett, studiando la sua tecnica di tiro, i suoi movimenti, il suo modo di stare in campo. Viene notato presto da uno scout dei New York Knicks, Kevin Wilson, il quale disse alla dirigenza di aver trovato un giovane “big man” con buon atletismo, buone mani, senso del lavoro e testa sulle spalle. La squadra della Grande Mela nel 2010 offre un triennale da quasi 10 milioni di dollari al ragazzino che aveva alzato la mano a scuola quindici anni prima, avverando il sogno di questo giovane, che diventerà l’ottavo giocatore proveniente dalla Russia a militare nella NBA. Per i Knicks doveva essere il centro del futuro, ma nella trade che portò Carmelo Anthony a New York venne ceduto a Denver. Donnie Walsh, l’uomo che seguì in prima persona questa trade, dichiarò più tardi che pensava valesse la pena usare Timofej per portare a casa una super star come Melo, ma in cuor suo sapeva che stava commettendo uno sbaglio.

456144-timofey-mozgovIl passaggio a Denver però non permette a Mozgov di brillare, la sua media di minuti giocati passa dai 15 del 2011/2012 agli 8.9 della stagione successiva. Questo fatto non abbatte il russo che non parla, non fa polemiche, lavora e basta. Tanto è vero che la stagione 2013/2014 è la sua annata migliore: gioca in tutte le 82 partite dei Nuggets, gioca una media di 21,6 minuti con 9.4 punti, 6.4 rimbalzi e 1.2 stoppate di media in regular season, firmando una prestazione contro GSW da 23 punti e 29 rimbalzi, siglando in una sola partita due career-high. Gallinari, suo compagno di squadra sia a New York che ai Denver Nuggets, dirà che di Timofej lo colpiscono due cose in particolare: il fatto che ogni anno che passa il suo inglese peggiora e che il suo Q.I. cestistico è altissimo. Nonostante tutto ciò la stagione 2014/2015 però non è per lui la consacrazione nei Denver Nuggets, anzi, i suoi minuti diminuiscono bruscamente e il sogno americano per il ragazzo di San Pietroburgo sembra stia prendendo una direzione avversa. La stampa e i media lo dipingono come un giocatore senza personalità, come troppo timido per essere protagonista in un mondo come quello NBA.

clevA gennaio 2015 i Cleveland Cavaliers si trovano in difficoltà, con l’infortunio di Varejao non hanno più giocatori che possano giocare nel pitturato in maniera degna di una squadra che punta al titolo. Coach Blatt, che già aveva allenato Mozgov quando era coach della nazionale russa, propone il nome di Timofej, suscitando qualche perplessità. Le perplessità divennero vero e proprio scetticismo quando ai tifosi fu annunciato che l’arrivo di Mozgov ai Cavs era costato due prime scelte al primo giro e una scelta al secondo giro, cedute ai Nuggets nel passaggio del giocatore da Denver a Cleveland. Il nativo di San Pietroburgo entra subito bene negli schemi di coach Blatt, il quale, pare, ha accolto il russo nel suo primo giorno d’allenamento dicendogli “Gioca come sai e tutto andrà bene”, dimostrando grandissima fiducia, proprio quella che oramai era sparita da Denver. Bene, i numeri ci dicono che Cleveland prima dell’arrivo di Mozgov faceva 105,5 punti ogni cento possessi, dopo il suo arrivo i punti sono saliti a 111,5 ogni cento possessi. Non solo, lo staff tecnico della squadra è stupito dalla sua bravura del P&R e a lo fa notare al giocatore, lui risponde “Non credo di essere particolarmente bravo, faccio il mio dovere. Un buon blocco è ciò che devo fare. Così come il mio compito in difesa è proteggere il nostro canestro e prendere i rimbalzi”.

CavaliersLeBronJames-620x400In questi giorni Timofej sta giocando le NBA Finals e in particolare Gara 4, nonostante la sconfitta dei Cavs, lo ha visto protagonista di una partita superlativa in cui ha firmato 28 punti e catturato 10 rimbalzi, nonostante la prestazione “umana” di LeBron e altre disastrose dei suoi compagni di squadra (vedi J.R. Smith 0/8). Il ragazzo russo accusato di essere troppo timido è passato da tirare a canestro in un campo coperto di neve a prestazioni del genere in una finale NBA. il giocatore alto 2.16 metri che per pudore inseriva qualche parola di russo nelle interviste perché si vergognava del suo inglese, ora ha girato uno spot per un pub locale chiamato Brew Garden di fianco ad una biondona prosperosa, parlando un inglese, ha ragione Gallinari, quanto meno rivedibile e mostrando doti da attore non proprio da Oscar (la spot dura 30 secondi ed è stato girato in 200 ciak), ma che dimostra che quel tipo di pudore ora è svanito. Timofej Mozgov dopo Gara 4 si è presentato al podium per la conferenza stampa del dopo partita, diritto riservato solamente ai migliori. È la rivincita dei timidi, la rivincita di chi parla poco ma lavora per realizzare il proprio sogno.

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