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NBA: Playoffs-Golden State Warriors at Cleveland CavaliersLe Finals NBA hanno decretato ancora una volta che in questo sport una singola superstar non può vincere da sola. LeBron James ha giocato a dei livelli probabilmente mai visti prima e non solo perché risulta primo per punti segnati, rimbalzi e assist, ma perché ha mostrato cos’è un leader, come ci si carica una squadra sulle spalle e si gioca con il cuore. Ma tant’è, come ci si attendeva i Golden State Warriors potranno indossare il tanto agognato anello e farlo, obiettivamente, in maniera del tutto meritata. Chiunque prima di Gara 1 poteva pronosticare con una certa dose di sicurezza che Curry e compagni sarebbero arrivati a questo traguardo, ma un altro obiettivo dei giocatori più rappresentativi è anche riuscire ad essere nominato MVP. Le discussioni si animano su chi riuscirà a essere MVP delle finali. Quest’anno era facile, si aveva il 50% di possibilità di azzeccare Steph Curry e il 50% di indovinare LeBron James. Chiaramente a fine partita LeBron riceve quattro voti, Curry zero. Il vincitore con sette voti è Andre Igoudala e questo è il suo cammino fino a qui.

Los Angeles Lakers guard Bryant battles with the Philadelphia 76ers forward Iguodala during second quarter of their NBA basketball game in PhiladelphiaIl 28 gennaio 1984 emette i primi vagiti Andre Tyler Iguodala a Springfield, Illinois. Viene cresciuto principalmente dalla madre afroamericana Linda, mentre del padre, nigeriano, si sa ben poco. Fin da piccolo mostra doti atletiche non comuni. All’High School fin dal suo anno da freshman spicca per le sue performance sulla pista d’atletica e perché sa palleggiare discretamente bene quando gioca a basket con gli amici, ma specialmente quando gioca per la squadra della scuola. Nonostante sia il più alto della squadra il suo primo coach, Lawrence Thomas, non si sogna nemmeno di utilizzarlo come pivot, ma gli affida il ruolo di point guard, vedendo in lui un ball handling che poche altre volte era passato dalla Springfield’s Lanphier High School. Nonostante ciò il giovane Andre nella squadra della scuola non era la stella. Su di lui si allungava l’ombra di Rich “Cadillac” McBride, talentuosissimo playmaker/guardia della squadra e superstar fin dal suo anno freshman che prende sotto la sua ala protettrice Iguodala capendone subito le potenzialità. McBride era il giocatore con tutta la pressione addosso, Iguodala l’uomo che lo completava. Numerosi college si misero in fila per avere Rich, il quale però era tanto bravo con la palla in mano quanto disastroso a gestire la pressione. Lo stesso Iguodala dirà più tardi che “C’era troppa pressione su Rich, più di quanta dovrebbe esserci su un ragazzo così giovane. Questa pressione lo ha bruciato, ma è anche grazie a lui se sono arrivato fino a qui”. Non sono parole di circostanza, dal momento che proprio McBride ha presentato Andre al coach della University of Arizona Larry Butler.

Iguodala of the U.S. is challenged by Australia's forward Ingles during their London 2012 Olympic Games men's quarterfinal basketball match in LondonChi ha frequentato il college con lui si ricorda di un ragazzo che non scherzava molto e praticamente non presenziava mai alle feste, la sua vita era legata al basket, sia giocato che studiato. Sì, perché Iguodala, tifosissimo dei Bulls, passa ore incantato a guardare le giocate di Jordan, ma poi molte più ore sono spese per studiare Scottie Pippen, per studiarne la difesa, il modo di stare in campo, per prendere ispirazione sul come ci si sacrifica per il collettivo. L’esempio da seguire Andre ce l’ha in squadra al college e il suo nome è Luke Walton, uno dei giocatori chiave del team di Arizona, titolare della frase: “Puoi andare in campo e segnare 30 punti per un tuo riconoscimento, certo, oppure puoi segnare 15-18 punti e fare 10 assist, coinvolgendo tutta la squadra”. Per capire l’importanza e l’influenza che questo giocatore ha avuto sul nativo di Springfield, egli dirà di Walton, testuali parole: “Luke show me how to play basketball.” Le annate del college, dunque, che per molti studenti americani significano grandi bevute e relazioni sociali, Iggy li passa in palestra ad allenarsi ogni giorno. I miglioramenti sono palesi anno dopo anno: da freshman la sua media è di 6,4 punti e 5 rimbalzi, il secondo anno praticamente raddoppia con 13 punti, 8,4 rimbalzi e 5 assist.

76ERS IVERSON REACTS TO FOUL CALL IN GAME WITH KNICKSSpinto da alcuni compagni, Walton più di tutti, decide di rendersi eleggibile per il Draft del 2004 e iniziare a cercare un agente che lo rappresenti. Rob Pelinka, suo primo agente, riceve un email da un giovane Iguodala in cui gli veniva chiesto un appuntamento per un eventuale accordo. Piccolo particolare: Iguodala deve allenarsi, non può perdere molto tempo, perciò chiede che l’appuntamento sia fissato alle 6 del mattino. Questo fatto convince subito Pelinka che ha davanti “quello giusto”, tanto che dichiarerà qualche tempo dopo che fu sconvolto da come un ragazzino del college si alzasse alle 5.30 del mattino per andare ad un “business meeting” e capì immediatamente che “I really wanted to be associated with him”. Andre Iguodala viene scelto alla nona pick del primo giro dai Philadelphia 76ers, la squadra il cui leader indiscusso è Allen Iverson. Tony DiLeo, assistente general manager di quei Sixers, disse che la scelta cadde su di lui perché gli ricordava in molte cose Scottie Pippen, ed era chiaro che il suo Jordan doveva essere Iverson. Questo duo funziona benissimo, tanto che Philadelphia raggiunge i playoff e Andre viene nominato nella top 5 dei Rookie.

denver 1Nelle stagioni successive qualcosa si rompe però, probabilmente Iverson vuole vincere quell’anello che tanto gli manca (e che tanto si meriterebbe), così chiede alla dirigenza di far arrivare altri giocatori top oppure di essere ceduto. Nel dicembre del 2006 arrivano ai Sixers Andre Miller, Joe Smith e due future prime scelte, Iverson vola verso Denver. Ora Iguodala deve passare dall’essere il “glue guy” al “the guy”, sostanzialmente il suo ruolo non è più braccio destro di qualcuno ma star della squadra. Questo compito non si addice ad un giocatore che ha come modello cestistico Scottie Pippen, che è sempre stato quello che completava una squadra e che probabilmente è troppo altruista per essere totalmente al centro dell’attenzione. In più è a Philadelphia, il cui leader è stato fino a poco tempo prima un giocatore e un atleta probabilmente irripetibile, il nome ha le sue stesse iniziali, tutti si aspettano che egli sia il trascinatore almeno quanto lo fosse quello prima di lui. Insomma la pressione è tutta su di lui. Non ci sono più McBride, Walton o Iverson, non è più Pippen, ora deve fare M.J. Ma Andre Iguodala, semplicemente, non può esserlo, non è il suo ruolo. Attenzione, non che non faccia grandi prestazioni negli anni trascorsi a Philadelphia, ma l’ambente in cui vive e lavora lo mette sotto pressione ogni giorno. Nonostante il cuore e lo sforzo prodotti in campo, il pubblico non sarà mai soddisfatto. È tanto amato dai compagni quanto odiato da tifosi e stampa locale di Philly, che lo accusano di essere strapagato, di non essere all’altezza, ma, soprattutto, di non essere Allen Iverson. Lui stesso dirà che ci fu un periodo della sua vita in cui non poteva camminare per strada a Philadelphia senza che qualcuno gli rivolgesse un sonoro “fuck you”, è evidente che non potrà restare a lungo.

galloNel 2012 Andre partecipa alla spedizione olimpica degli USA a Londra e a poche partite dalla medaglia d’oro gli viene comunicato che è stato ceduto ai Denver Nuggets. Lui è leggermente irritato, dal momento che ogni giorno veniva chiamato dallo staff di Philly e gli veniva detto come non vedessero l’ora di fare una grande stagione insieme e altre cose simili. In più è irritato dal fatto che la comunicazione gli arrivò mentre era nel mezzo di una competizione importante come le Olimpiadi, che sarebbero terminate solo cinque giorni più tardi. All’Opening Night della stagione 2012 Iguodala torna a Philadelphia da avversario, uscendone sconfitto e firmando una non epica prestazione da 11 punti con 5/13 dal campo, che verrà commentata dal Daily News attraverso queste eloquenti parole di Smallwood: “It was another mostly unmemorable performance from a mostly unmemorable player from a mostly unmemorable era of Sixers basketball”. Smallwood si dovette ricredere quando alla fine di quella stagione l’ex Sixers si trovò ai playoff con Denver dopo una stagione da 57 vittorie, in cui tutto il suo altruismo e il suo ruolo naturale di “Glue guy” emerse di fianco a gente come Ty Lawson e il nostro Danilo Gallinari. I Nuggets uscirono al primo turno contro Golden State e Iguodala si innamora perdutamente dei Warriors, del loro coach e del loro modo di giocare. Il general manger di Golden State Bob Myers commentò le prestazioni di Andre affermando che “Se ci fossero stati cinque Iguodala in campo non avremmo mai vinto. Ogni volta che cambiava persona da marcare pensavo ‘Oh no Iggy è su Klay, oh no ora è su Steph’”. Insomma sembra scoccato il colpo di fulmine e Myers si decide a liberarsi di alcuni salari per far spazio a colui che avrebbe impreziosito ancor di più il roster di Golden State.

iggy 3Siamo arrivati così praticamente alle Finals 2015 e sarebbe facile dire che Myers ci ha visto lungo, ma Iguodala fatica un po’ a entrare nelle rotazioni dei Warriors, tanto è vero che nella regular season di quest’anno la sua media è di 7.8 punti e 3 rimbalzi, i suoi minuti giocati nelle partite vinte non sono poi così tanti quanto ci si aspetterebbe. Insomma non sembra proprio un protagonista. Ma oramai abbiamo capito, e probabilmente a 31 anni anche lui si è rasserenato su questo fatto, che ciò che gli viene meglio non è splendere, ma illuminare. Il suo più grande talento sta nel far giocare meglio chi ha attorno e sacrificarsi per loro. Gara 4 di queste Finals rappresenterà la svolta sia per lui che per Golden State e se ti viene chiesto di marcare LeBron James è impossibile che tu sia l’ultima ruota del carro o uno come gli altri, è palese che tu sia speciale. Andre finirà Gara 6 con il titolo di campione del mondo (questo è il titolo riservato a chi vince la NBA) e il titolo di MVP, dimostrando al mondo che in uno sport di squadra nulla conta di più dell’altruismo e del sacrificio per i compagni, con tanti saluti a Smallwood e a chi gli diceva “fuck you” per le vie di Philadelphia.

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