NBA Western Conference

Ormai ci siamo, ancora poche ore e il campionato di basket più affascinante ed avvincente dell’intero globo terracqueo prenderà il via, a qualche mese di distanza dalle incredibili Finals tra Miami e San Antonio e dopo un’estate che ha riservato pochi ma importanti colpi di mercato (Howard a Houston il caso più eclatante assieme al rientro di Derrick Rose). In questo articolo vogliamo, con molta umiltà, cercare di presentarvi le possibili pretendenti all’anello più agognato dello sport ben consci che, vista la quantità di partite da disputare, le numerose incognite e la presenza dei playoff a sparigliare le carte in tavola, designare delle sicure favorite è complicato, ma siamo abbastanza certi che, salvo impensabili ed impronosticabili cambiamenti di scenario, il titolo andrà ad una di queste dodici squadre. Abbiamo deciso di dividere le nostre favorite nelle due conferences di appartenenza, per poi dividerle ulteriormente tra chi, per organico, storia recente e mentalità vincente, dovrà caricarsi l’onore e l’onere del rango di pretendente al titolo (le contenders), e chi invece, più libera da pressioni, può candidarsi al ruolo di solida realtà in regular season, e mina vagante ai playoff, serbando in cuore la speranza proibita di stupire il mondo cestistico portando a casa il massimo risultato (le outsiders). Un’ultima considerazione: le due conferences non hanno un eguale ed omogeneo tasso tecnico, se il livello medio è decisamente più alto ad ovest (entrare tra le prime otto richiederà un record migliore che ad est), sulla costa atlantica ci sono cinque formazioni che si presentano ai blocchi di partenza come corazzate difficilmente affondabili (Nets, Bulls, Heat, Knicks, Pacers).
Buona lettura e che lo spettacolo abbia inizio.

WESTERN CONFERENCE

CONTENDERS

kevin-durantOklahoma City Thunder – La ragione per cui OKC si trova tra le pretendenti al titolo è una sola: porta il 35 sulle spalle e di nome fa Kevin Durant. Il ragazzo è dotato di un talento offensivo a dir poco imbarazzante e grazie alla sua produzione nella metà campo avversaria i Thunders si sono ritagliati un ruolo da assoluti protagonisti nel selvaggio west cestistico (arrivando anche alle finals contro Miami nel 2012). Ma quest’anno attorno alla squadra sono sorte delle perplessità in più: detto dello strapotere di KD e delle incredibili doti difensive di Ibaka, il resto del quintetto titolare non sembra all’altezza delle altre contenders, soprattutto dopo l’infortunio di Russel Westbrook. Perkins è un centrone vecchio stile con evidenti limiti e negli anni è parso buono solo a catturare qualche rimbalzo ogni tanto; Sefolosha è un ottimo difensore ma non è in grado di spostare gli equilibri; ma soprattutto si è perso tanto nel ruolo di sesto uomo: prima c’era Harden, una delle migliori guardie della lega, poi è arrivato Martin, e si trattava di un ottimo giocatore, ed ora c’è Jeremy Lamb, un sophomore dalle buone speranze ma ancora lontano dall’essere decisivo. Tanto dipenderà dall’esplosione dei giovani Jeremy Lamb e Reggie Jackson, ma il vero ago della bilancia sarà il rientro di Russel Westbrook. Se il play titolare dovesse tornare integro fisicamente e mettersi alle spalle i problemi di gestione delle responsabilità, allora, grazie al suo talento e al suo strapotere fisico (probabilmente il migliore atleta centimetro per centimetro della lega), OKC avrà un’altra poderosa bocca di fuoco da affiancare a Durant e potrà puntare in alto. Perché puoi anche avere il più forte attaccante della lega (sia chiaro, parliamo di puro talento offensivo mentre LB James continua ad avere qualcosa in più come completezza), ma non puoi puntare all’anello se nessun altro riesce a rendersi pericoloso.

San Antonio Spurs – Sono andati ad un passo dal colpo grosso contro Miami nelle Finals dell’anno scorso, fermati solo da un delizioso cioccolatino di “Candyman” Ray Allen, e da tanti addetti al settore si è sentito dire «peccato, era l’ultima occasione di indossare l’anello da parte di Tim Duncan». Ma ne siamo così sicuri? La squadra non è cambiata nei giocatori chiave e, se il caraibico e Ginobili sono ormai sul viale del tramonto (più l’argentino ad essere sinceri), è altrettanto vero che gente come Leonard e Thiago Splitter è in vertiginosa crescita. Il vecchio Tim non avrà più molti minuti nelle gambe, ma ha dimostrato che se ben gestito e dosato può ancora spostare gli equilibri in vernice, lo stesso discorso può valere per Ginobili, in grado di spaccare le partite entrando dalla panchina. Tony Parker, pur venendo un po’ snobbato dalla critica, è forse il play puro più intelligente e talentuoso della lega; l’Europeo vinto con la sua Francia è lì a dimostrarlo e sebbene non abbia lo strapotere fisico-atletico di Russel Westbrook, il talento offensivo e in penetrazione di Derrik Rose o la precisione al tiro di Curry, l’MVP delle Finals 2007 ha un’intelligenza di gioco unica, forgiata da anni e anni di scuola Popovich e riesce a far girare la squadra e a mettere in ritmo i compagni come nessun’altro. Se ad essi ci aggiungiamo una schiera di ottimi comprimari ben consci del proprio ruolo e compito, la probabile voglia di rivalsa dopo la delusione dell’anno passato, e un allenatore che ha letteralmente fatto scuola (penso che quasi la metà nei nuovi coach NBA sono stati suoi assistenti), allora si capisce come la squadra texana sia ancora estremamente temibile. Un occhio di riguardo anche a Marco Belinelli, perché in una squadra come San Antonio dove non gli è chiesto di risolvere le partite ma di svolgere al meglio un ben definito compito, può fare il salto di qualità. Probabilmente non ha le carte in regola per diventare un all-star, ma in un contesto del genere può trasformarsi in uno dei migliori specialisti della lega (e coach Popovich stravede per lui). I favoriti per l’Ovest sono ancora loro, in regular season grazie alla panchina più lunga della lega potranno mettere il pilota automatico, ma ai playoff il discorso è diverso. Più si va avanti più iniziano a contare le singolarità, e lì sarà vitale per gli Spurs avere i propri giocatori chiave in perfetta forma.

Paul e GriffinLos Angels Clippers – Fino a poche stagioni addietro i losangelini erano forse la squadra più disgraziata della lega, cugini poveri e perdenti di una delle formazioni più vincenti della storia dell’NBA, i Lakers. Ma nelle scorse due stagioni qualcosa è cambiato, o meglio qualcuno è arrivato, e stiamo parlando ovviamente del play più forte in circolazione: Chris Paul. Grazie anche allo straripante Blake Griffin e ad un gruppo di comprimari e veterani di spessore, i Clippers si sono ritagliati un posto tra le sorprese dell’ovest e riuscendo addirittura a superare nelle gerarchie cittadine i più titolati Lakers. Ora però sono chiamati a fare il salto di qualità da sorprese della lega a pretendenti al titolo, e per questo salto la dirigenza ha pensato bene di ingaggiare uno degli allenatori più tosti e preparati del mercato: Doc Rivers. Il compito dell’ex Boston non sarà però facile, perché se alla squadra non è mai mancato il talento e la prestanza fisica. Rivers dovrà infatti riuscire ad inculcare nei suoi uomini lo spirito di sacrificio e la grinta che hanno sempre caratterizzato i suoi Celtics. Sarà dura trasformare Lob City in un contesto di duro lavoro e difesa, ma come già detto Rivers è uno tosto e non si tirerà indietro, potendo contare sull’aiuto, oltre che di Paul, anche su di un reparto lunghi tra i più straripanti fisicamente e atleticamente della lega: DeAndre Jordan e Blake Griffin. Data per scontata un’altra stagione da star indiscussa per CP3 (e salvo infortuni sarà così), le speranze di titolo dipenderanno molto dai due Big Men: se riusciranno ad adattarsi ai nuovi schemi e sacrificare un po’ di basket spettacolo a favore di una maggiore continuità ed incisività anche difensiva, allora i losangelini possono sognare in grande stile.

OUTSIDERS

Houston Rockets – Era dai tempi di Hakeem “the dream” Olajuwon che a Houston non si parlava di titolo, e anche se i Rockets sono reduci da un 8° posto in regular season non sembra un parlare avventato. In estate è arrivato il free agent più desiderato di tutta l’NBA, che va ad unirsi a James Harden, passato da sesto uomo di lusso di OKC, a guardia più pericolosa della lega (tolti per meri motivi di tenuta fisica Wade e Bryant, è suo tale titolo), e con un asse guardia-pivot del genere è difficile non sognare in grande. Le perplessità a proposito dei Rockets restano molte, a partire della convivenza di Howard con Omer Asik (centro molto affidabile e solido) fino ai problemi in regia (Lin per quanto possa essere un fenomeno mediatico non ha il talento per guidare una squadra da titolo), passando per i dubbi a proposito della tenuta mentale di Howard dopo un anno di critiche incessanti a LA (nonostante le sue ripetute dichiarazioni di amore nei confronti della nuova realtà in cui si è calato e una preseason incoraggiante). Ma se coach McHale riuscirà a trovare una chimica giusta e se le due stars dovessero riuscire a dare il meglio, allora per i texani si preannuncia una stagione da mine vaganti ad Ovest, potendo contare anche su una second unit di valore (si alzano dalla panchina i vari Camby, Casspi e Aaron Brooks) e sulla carica di una città da troppo tempo a secco di gioie sportive.

Danilo Gallinari Denver NuggetsDenver Nuggets – Si gioca lo slot di ultima outsider con i Grizzlieis di Mark Gasol e con i Lakers di D’Antoni, ma un po’ per patriottismo (a Denver gioca l’ex Olimpia Gallinari), un po’ per curiosità, scegliamo la squadra del Colorado come possibile sorpresa ai playoff. In estate è andato via il dirigente dell’anno Masai Ujiri, partito verso Toronto, è stato silurato il coach dell’anno Karl e non sono riusciti a trattenere il loro miglior difensore Iguodala. Messa così la situazione sembra a dir poco tragica, di smantellamento totale, eppure l’ottimo in casa Denver non manca. A sostituire il gioco veloce ed offensivo, ma anche leggero nella propria metà campo, di Karl è arrivato Brian Shaw, ex assistente di Phil Jackson e predicatore di un gioco più difensivo e compassato, mentre al posto di Iguodala è arrivato il talentuoso Nate Robinson, che se riuscisse ad eliminare gli aspetti più folkloristici del proprio gioco sarebbe un playmaker davvero interessante, mentre per allungare la panchina sono arrivati JJ Hickson e Randy Foye, giocatori non di spessore assoluto ma che in un contesto funzionante possono dire la loro. In mancanza di stelle assolute a cui affidarsi ciecamente (nè Gallinari né Lawson hanno le carte in regola per assumersi tale responsabilità) tutto dipenderà dalla capacità dei giocatori di adattarsi ai nuovi schemi da una parte, e del coach di ottenere il meglio dai propri ragazzi dall’altra. Da tenere d’occhio la coppia di lunghi: Faried è una bestia assetata di palloni, con un’esplosività e una cattiveria agonistica che compensano largamente la mancanza di centimetri per il ruolo, mentre McGee ha un’elevazione e una coordinazione impensabili per un centro di 2,15 metri, se solo riuscisse a capire un minimo come funziona il basket sarebbe uno dei centri più dominanti della lega. Come già detto la cosa importante sarà trovare presto un’identità di squadra e arrivare integri ai play off. Se ciò dovesse accadere e se il nostro Danilo dovesse riuscire a dimostrare tutto quanto di buono fatto intuire in questi anni, allora state pur certi che i Nuggets saranno una brutta gatta da pelare per chiunque.

Golden State Warriors – Il discorso per i californiani è particolarmente complicato. Reduci da una stagione regolare più che dignitosa e da dei play-off sorprendenti, ora da loro ci si aspetta la definitiva consacrazione. Sulla carta i requisiti ci sono tutti: un centro dominante (Bogut), un’ala grande ruvida e aggressiva (Lee), un difensore fisico e caparbio (Iguodala), una delle coppie di tiratori pi temibili della lega (Thompson-Curry), ed una panchina lunga e prolifica. Curry, dopo il record di triple realizzate in una sola stagione (battendo il record della leggenda vivente e giocante Ray Allen), quest’anno dovrà confermarsi una star e per farlo dovrà limare i punti deboli emersi durante l’anno: leggerino in difesa e a volte poco geniale nelle linee di passaggio. Golden State, come già detto, ha tutto per creare numerosi problemi alle contenders e forse anche per puntare al colpo grosso, ma il dubbio che la scorsa stagione sia stata solo una serie di fortunati eventi e non l’inizio di un ciclo vincente è forte. I due giocatori chiave (Curry e Bogut), se dal punto di vista tecnico possono essere delle certezze, dal punto di vista fisico sono un’incognita (sono anni che il centrone australiano non completa un’intera stagione), e se dovessero farsi male entrambi (soprattutto durante i play off) sarebbe la fine dei sogni di gloria per la squadra della baia.

Qui l’approfondimento sulla Eastern Conference

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