Inter-Milan lapresse

LAPR1881_mediagallery-fullscreen«C’è poco da dire, c’è da piangere. D’altronde c’è poco da aspettarsi da chi è nono e decimo»
Adriano Galliani, 19/04/2015

C’era una volta il derby della Madonnina, gli interpreti, i campioni, i titoli. C’era una volta e ormai non c’è più. Entrate ambedue in una spirale di risultati (e di gestioni) negativa, emarginate dal gotha del calcio italiano ed europeo, Milan e Inter vivacchiano nella parte sinistra della classifica senza particolari velleità. Obiettivo terzo posto, si diceva durante l’estate. Obiettivo Coppa Italia, ad ottobre. Obiettivo sesto posto, a marzo. Per il terzo posto e la Coppa Italia, le milanesi hanno alzato molto presto bandiera bianca. Per il sesto posto, la flebile fiammella è tenuta viva da un campionato mediocre (non consideriamo i bianconeri, loro per questa serie A sono hors categorie, come dicono i francesi) che non riesce ancora a definire i suoi ruoli. Milan e Inter, però, un ruolo lo stanno interpretando alla grande: loro solo le grandi deluse di questa serie A sempre più dimessa e sempre più orfana di grandi campioni.

«Il Derby di Milano finisce in parità. Lo stallo certifica la caduta dei giganti»
Daily Mail, 20/04/2015

Eppure il Milan di Inzaghi, era partito bene. Tralasciamo la disastrosa tourneé estiva, i rossoneri avevano esordito battendo la Lazio, vincendo fuori casa con un pirotecnico 4-5 contro il Parma e si erano arresi alla Juve per 1-0 davanti al pubblico amico. Niente di drammatico per un gruppo in evoluzione, con molti giocatori da inserire e un allenatore all’esordio su una panchina di serie A. Fatto sta che il Milan ha perso una sola partita delle prime nove di campionato: poi il tracollo.

Sconfitte con Palermo, Genoa, alternate a convincenti prove contro Napoli e Roma. Insomma, una vera e propria altalena che ha visto il suo apice negativo con le sconfitte subite da Sassuolo, Atalanta (entrambe in casa), Lazio e Juve. Il cerchio si è chiuso in maniera negativa e il mercato ha consegnato a Inzaghi alcuni giocatori che, sulla carta e nelle intenzioni, dovevano essere in grado di raddrizzare la situazione al fine di centrare il tanto agognato terzo posto. Peccato però che Cerci, Destro, Bocchetti, Paletta e Suso non siano stati in grado di aiutare questo Milan, e non può bastare il pur volenteroso Antonelli per considerare il saldo positivo. Alessio Cerci è solo il lontano ricordo della rapida seconda punta ammirata negli anni scorsi alla corte di Ventura al Toro, mentre Destro è in preoccupante fase involutiva. Ci piacerebbe vederli entrambi in un Milan migliore (infortuni e acciacchi a parte) con più rifornimenti, palloni giocabili e un disegno tattico a loro congeniale. Troppo brutto questo Milan che gioca di rimessa, senza un centravanti, imbottito di centrocampisti di quantità come una provinciale: non che sia un peccato, per carità, ma basta leggere i nomi (di riflesso l’età e gli ingaggi) per capire che qualcosa non quadra.

1655273_mediagallery-fullscreenGiocatori scaricati da tutti o sul viale del tramonto come Alex (32 anni, stipendio 2.5 milioni), Mexes (33, 4), Essien (32,2,5), Muntari (30, 2.5), Zaccardo (33, 900mila) e poi Rami, Zapata, Bocchetti, Van Ginkel, Armero… Tutti comprimari o reietti delle (pseudo) grandi d’Europa. Alcune scommesse perse, fallimenti più o meno conclamati (El Sharaawy e De Sciglio), e una tendenza oramai atavica a investire sul cavallo bolso, piuttosto che sul giovane di prospettiva. Darmian, Merkel, Astori, Verdi, Donnarumma, Strasser, Paloschi, Cristante, sono solo alcuni dei nomi che vengono in mente quando si parla di pianificazione: siamo sicuri che in via Aldo Rossi qualcuno non debba fare ammenda per i tanti errori di valutazione? Galliani ha abituato i suoi tifosi all’acquisto low cost, possibilmente in prestito o a parametro zero, e non ci sarebbe niente di male nemmeno qui se fossero acquisti lungimiranti e non legati ad un nome di grido solo per tenere a bada una tifoseria abituata al grande nome a tutti i costi. Ecco cos’è il Milan oggi: una squadra modesta affidata ad un neofita.

«Hai detto tutto te, fai tutto te. Ci sono altre domande? Ciao»
Filippo Inzaghi, conferenza stampa post Chievo-Milan

Puntare su Inzaghi è stato un azzardo, o un rischio calcolato? Non ci sentiamo di gettare la croce addosso a Inzaghi e, anche se capiamo l’ambizione e il prestigio di sedersi su quella panchina, ci perdoni SuperPippo, ma noi non avremmo accettato per tutta una serie di motivi. La gavetta è importante e fare il capro espiatorio è un ruolo che avremmo lasciamo volentieri ad un Benjamin Malaussène qualunque, magari più avvezzo ai marosi milanesi, con un’esperienza maggiore e con un carattere diverso. Non ce ne voglia Pippo, ma ci saremmo aspettati quantomeno un Milan forte caratterialmente e al momento non lo abbiamo ancora visto, come non abbiamo visto grandi invenzioni tattiche e l’ennesimo esperimento “alla Guardiola” non sembra aver prodotto i frutti sperati, dopo quelli negativi di Leonardo e Seedorf.

Adesso per il Milan si aprono nuovi e imprevedibili scenari. La dirigenza Berlusconi potrebbe cedere parte del pacchetto di maggioranza ad un magnate thailandese. Si parla di cifre astronomiche e di penali elevate in caso di repentini cambiamenti d’idea da parte del Cavaliere. Forse è il momento di passare la mano e di lasciare un ricordo importante ai tifosi, una impronta indelebile nella storia del Milan: meglio evitare che le maree attuali la cancellino a suon di fallimenti. Staremo a vedere.

1460462-31206209-2560-1440Sull’altra sponda del Naviglio, le cose non vanno tanto meglio. Partiti con Mazzarri alla guida, i nerazzurri (a proposito, saremo nostalgici, ma ridateci il nero e l’azzurro a righe e non questo scempio di maglietta) di Thohir hanno cambiato in corsa il mister, scegliendo un cavallo di ritorno, ovvero Roberto Mancini, sperando nel rilancio di una squadra priva di mordente e a corto di idee. L’Inter era partita con il freno a mano tirato. Serena qualificazione in Europa League contro i modesti islandesi dello Stjarnan e balbettamenti vari in campionato: pari con affanno a Torino alla prima, pareggio a Palermo, tragica sconfitta casalinga contro il Cagliari di Zeman (1-4) e una serie di risultati negativi che portavano all’esonero del tecnico livornese.

«Non ho tempo di pensare a ciò che ha detto Moratti»
Walter Mazzarri prima di Inter-Saint Etienne

L’ambiente ha giocato un ruolo fondamentale. Mazzarri non ha retto la pressione, Moratti ha lanciato qualche stilettata all’allenatore e Thohir ha cominciato a capire il calcio italiano e in particolare l’Inter: nell’era Moratti (dal 1995), solo per intenderci, a parte il tranquillo interregno di Mancini e Mourinho, sono stati ingaggiati ben 21 allenatori, e così il filippino non si è lasciato pregare et voilà, è arrivato il primo esonero della sua era. Mancini dal canto suo non è stato in grado di plasmare la squadra, fornirgli un gioco riconoscibile, trasmettere serenità: inizia a venire il dubbio che non sia l’uomo giusto per gestire periodi di guerra. Allo stesso tempo, messi a confronto, i due tecnici hanno medie punti praticamente simili. Valeva la pena esonerare Mazzarri? Non sarebbe stato meglio far chiudere la stagione al livornese? E non sarebbe stato meglio ingaggiare il Mancio in estate progettando, con calma e insieme, il futuro?

Gli acquisti estivi hanno deluso: Vidic, massacrato dalla difesa a 3 dopo anni di difesa a 4, ha mostrato tutti i suoi limiti (fisici, tecnici e di età); Dodò, da cui ci si aspettava molto, ha patito più di un infortunio; M’Vila e Medel, inseguiti lungamente durante l’estate, non sono altro che modesti portatori d’acqua; mentre Osvaldo è stato scaricato nel mercato di gennaio a causa dell’ennesima mattana del centravanti italoargentino. A gennaio poi le cose sono andate anche peggio: Podolski da anni non riesce più ad esprimersi su livelli accettabili, Shaqiri è stato un gran colpo e nonostante qualche piccolo acciacco fisico resta uno dei giocatori da cui ripartire insieme a Santon, tornato a casa dopo anni di esilio inglese, mentre Brozovic sembra un onesto mestierante e nulla più. Forse prima di comperare, sarebbe servito risolvere alcuni equivoci tecnico-tattici presenti in rosa: Hernanes volante davanti alla difesa, Kovacic playmaker o trequartista, Guarin reietto prima e uomo indispensabile poi, attacco ad una punta (Icardi) o a due punte?

Inter - MilanA fronte di tanti infortuni Mancini ha avuto il merito (e la necessità) di lanciare qualche giovane di belle speranze, pensiamo a Donkor, Gnoukori, Camara, Puscas e Bonazzoli, solo che il momento non è propizio e un ambiente così complicato non aiuta di certo la crescita di giocatori di prospettiva, il tutto mentre aleggiano inquietanti spettri di un ennesimo fallimento sportivo. Nemmeno la chance europea è stata sfruttata a dovere. La brutta eliminazione subita dal Wolfsburg e lo scialbo pareggio nel derby (anche se l’Inter avrebbe meritato qualcosa di più) sono solo alcuni esempi di una stagione balorda.

Il derby è stato lo specchio di una Milano calcistica lontana anni luce dai fasti e dallo champagne. Una Milano da bere sì, ma per dimenticare. Zero gioco, azioni sporadiche, poche emozioni, decisioni arbitrali controverse (manca un rigore all’Inter), un autogol annullato (fallo di Palacio) e due reti segnate a gioco fermo (Alex e Icardi entrambi in fuorigioco), pochi tiri e uno 0-0 che scontenta tutti.

Scrutiamo tanto volentieri nel futuro, perché tanto volentieri volgeremmo a nostro favore, con taciti desideri, ciò che in esso oscilla, l’incerto
Johann Wolfgang Goethe, “Le affinità elettive”

L’orizzonte milanese è funereo. Il Milan è in attesa di un facoltoso magnate, l’Inter è prigioniera dei suoi debiti: salvo clamorosi ribaltoni, Milano non giocherà le coppe Europee e l’unica vetrina per la città sarà quella dell’Expo. E se Mancini si dice fiducioso sul futuro («Ok, quest’anno è andata. Ma dal prossimo anno speriamo che cambi…»), il suo collega Inzaghi, alla Jannacci, vede il suo futuro come un buco nero in fondo al tram: ci sarà bisogno di idee, di denaro (non necessariamente molto), di dirigenti assennati e competenti, di calciatori e di uomini prima che di figurine e mezze cartucce, ci sarà bisogno di investire nei giovani e ci sarà bisogno di tempo. Ci sarà bisogno di una rivoluzione, ci sarà bisogno di rischiare qualcosa. Ci vorrà pazienza per tornare competitivi sui livelli che Milano auspica e, sinceramente, non vorremmo essere nei panni dei tifosi meneghini. Al momento, non resta che piangere sulle macerie di uno dei più brutti spettacoli che la Scala del Calcio ha mandato in scena. Chiudete quel sipario. Vi prego.

3 Commenti a “Milan l’era una gran Milan

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