Big Bang

Alla Pulce di giuri, che già aveva capito

Milan-Barça tanta roba.

Il groviglio d’emozioni non ci ha fatto mancare nulla: gol numeri rammarichi polemiche. Nel rimuginare confuso del giorno dopo, ancora unto d’impressioni croccanti, fa capolino un serpente che infrange la catena del ricordo con una spruzzata di veleno indelebile.

Il Boa. Ne ha combinata un’altra: dopo l’oro incenso e mirra serviti nella capanna leccese, doni pregiati ma perlomeno abbracciabili dal recinto delle umane aspettative, è arrivato il miracolo.

Una cosa che mai s’era vista, che nemmeno i nostri cervellini saturi di gol avevano mai contemplato. Da far urlare eureka ad Archimede.

L’impresa del boa. Prodigio inaudito che da oggi colorerà poster e desktop dell’Italia rossonera. Quale fotogramma immortalare nella sequenza Disneyana, ponte tra mondano arrabattarsi e divina perfezione come solo le gesta calcistiche possono essere? La scelta mette in difficoltà, fate vobis: l’aggancio in scorpionata volante; il tacco di Allah, raggio divino che acceca il miscredente Abidal sulla via del gol; la stilettata secca e vincente come un lungolinea di Federer, la dance di capriole e ruggiti. Singole pennellate per il nuovo affresco nella galleria del Meazza, che la prossima sigla Champions dovrà per forza incastrare tra un’alzata di coppa e una Mastercard.

Perché tanta meraviglia? Per l’opera prima ancora che l’autore: siffatti miracoli squarciano il velo del tempio, che a farla sia Maradona o Mastronunzio importa il giusto.

Boateng ha inventato qualcosa, nell’atto creativo ha impennato le umane possibilità spingendole nei confini celestiali dell’arte, del bello e impossibile.

Perché un’evoluzione del genere è impossibile, anche per il più flessibile dei tutù. Da pensare prim’ancora che da eseguire: il guscio che racchiude la perla è il folle volo celato nell’attimo dietro le quinte dell’esecuzione. Sempre che di pensiero si tratti: la sequenza dei passi è sciolta ad una velocità tale da poter contemplare solo un abbozzo d’intuizione e non un’idea definita.

Per questo il Boa va ringraziato di tanto veleno. Cosciente o no ha esposto un prezioso inedito nella vetrina esigente della storia del calcio, una collana di semi dorati che ora è attesa al banco delle riproduzioni farlocche, nei migliori negozi delle divisioni maggiori come nelle bancarelle oratoriali.

Contestualmente, concedeteci -ora sì- l’inevitabile elogio dell’artista. Alla faccia del trequartista operaio: Kevin Prince, con la forza crucca nei muscoli ed un bongo africano nelle gambe, è il prototipo del fantasista moderno. Quello che non è un 10 ma esonda gli argini della mezzala; che sa sciabolare di spada oltre che di fioretto, con tackle e tatuaggi da cantiere e stregonerie da Playstation. Consegnargli la trequarti, limbo celeste tra zuffe mediane e saltimbanchi d’attacco, suona come affidare Mozart alle riletture mixate di Guetta: accostamento blasfemo –ci perdonino gli amici musicisti- ma dalla portata rivoluzionaria. Come il fruscio in cui il Boa ha intossicato gli incantatori di pelota blaugrana.

Messi continui pure a fare Harry Potter (a proposito: il Wingardium Leviosa sul dischetto non vale): lui è nato con la bacchetta; noi godiamoci i progressi babbani del Prince mezzosangue, sperando che continui a sorprenderci nei secoli dei secoli. Amen.

Lo si canticchia da mesi, ora si può scrivere (citando le pagelle di Filippi): il più grande spettacolo dopo il Big Bang… è questo Boateng.

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