Messi Suarez Naymar Reuters

bayern barcellona reutersL’ho letto anche stamattina. “Il tiki-taka è morto”. Non importa dove o quante volte. L’ho letto, ancora, di nuovo. Come in un mantra nietzschiano in cui il posto del compianto Dio è stato preso dalla inestricabile rete di passaggi guardiolana. In realtà, qui, non è mai morto nessuno. Semmai è nato qualcuno, anzi, qualcosa. Una sorta di Barcellona 2.0, se può essere umano immaginare un’evoluzione di quella extraterrestre squadra guidata da Pep Guardiola. Se non fosse possibile, allora siamo semplicemente davanti a un’altra cosa.

Per la prima volta da 7 anni a questa parte, mi sono divertito in ogni occasione che ho guardato il Barcellona giocare. Non lo nascondo e non l’ho mai nascosto: sono tra le fila di coloro che hanno sempre mal sopportato i blaugrana di Guardiola. Pur riconoscendone l’indiscutibile superiorità, odiavo il loro stile di gioco radical chic, barocco nello stile (tipo che “più è, meglio è”), borghese nell’animo, falsamente modesto nell’immagine e tremendamente buonista nelle parole. E per questi motivi oggi trovo, invece, estremamente affascinante il Barcellona che ha bellamente sbeffegiato il Bayern in 180 minuti.

Luis Enrique ReutersPartiamo dal tecnico: per quanto allievo di Pep, Luis Enrique non c’entra nulla con quel pensatore dallo sguardo melanconico. Luis è un «amabile figlio di puttana» (cit.). Testardo, cazzuto, dal carattere più squadrato della sua mascella. Saprebbe discutere anche con la sua figura riflessa nello specchio (anzi, forse soprattutto con quella). E su queste basi ha costruito il suo Barcellona. Non mi spingo a dire che sia un fuoriclasse, un grande tecnico. Penso però che sia un buon allenatore, che ha saputo, nei suoi primi 6 mesi in panchina blaugrana, non solo gestire situazioni incandescenti, come i malumori di Messi, ma trasformarle in combustibili per nuove ambizioni.

Il suo vero grande risultato, però, è sul lato tattico: pur restando una squadra sublime nel fattore tecnico, l’obiettivo primo e ultimo è segnare all’avversario. Il Barcellona ha (ri)scoperto l’esistenza delle verticalizzazioni. Rendendo Xavi e addirittura Iniesta dei sacrificabili ornamenti, Luis Enrique ha optato per la praticità, promuovendo a pieni voti un Rakitic che non sarà bello ed elegante da vedere, ma fa sempre la cosa giusta, al momento giusto e nel modo più semplice possibile. La squadra, inoltre, è sempre cortissima. Merito del 4-1-4-1 che difensivamente usa Luis Enrique: la difesa è molto più coperta di prima, ma hai anche la velocità di Neymar e Messi da sfruttare sulle fasce. Non è obbligato, come il Barcellona di Guardiola, a recuperare palla altissimo: questo Barcellona è capace di somatizzare gli attacchi avversari, subirli, anche soffrire, e ripartire con un lancio di 40 metri. Follia pura, roba che in Catalunya non vedevano dai tempi dei Visigoti.

Neymar-goal reutersIl secondo e ultimo motivo per cui apprezzo questo Barcellona 2.0 ha un nome e un cognome. Anzi, tre nomi e tre cognomi: Lionel Andrés Messi, Neymar da Silva Santos Júnior e Luis Alberto Suárez Díaz. Questo Barcellona è tremendamente dipendete da questi tre, insieme. Ne manca uno e non è lo stesso. Si muovono all’unisono, si stimano, si cercano, ma vogliono tutti e tre segnare. Anche questo è un merito di Luis Enrique: aver lasciato a loro le chiavi dell’attacco. Ha evitato l’impulso di ingabbiarli tatticamente (quanto deve aver sofferto! Infatti ha litigato con Messi…), ha capito che era inutile. Ha capito che pensare di non essere dipendente da uno dei tridenti più forti della storia del calcio, forse il più forte, sarebbe stato insensato, illogico, stupido e folle. Messi per la prima volta gioca con due compagni di reparto che stima e apprezza e per i quali è perfino disposto a correre. Gli altri due, consapevoli di giocare al fianco di una futura leggenda, si sacrificano in cambio di poter segnare pure loro un po’. È una questione di equilibri trovati, di umana simpatia, di rispetto.

Non so se il Barcellona di Luis Enrique si rivelerà forte quanto quello di Guardiola o se durerà giusto il lampo di una stagione, ma non ho dubbi su quale mi piaccia di più. Non penso che il tiki-taka sia morto, mi accontento solo di non sentirne più parlare. E per questo auguro lunga vita al Barcellona del mascellone Luis.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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