agassi mcenroe

Qui parliamo di libri, non di tennis. Ma parlando dei LORO libri, si finisce anche per parlare di tennis, che volete farci. Se, nel giro di un anno e mezzo, nelle librerie dello stivale escono a stretto giro le autobiografie di due dei più grandi personaggi, prima che giocatori, del tennis mondiale, mi pare il minimo spenderci qualche riga. McEnroe ed Agassi, il tennis americano dagli anni ’80 agli anni ’90, il sacro fuoco del nobile sport che brucia in due menti, due cuori e due avambracci tanto diversi da scontrarsi anche quando, di fatto, non c’è partita. Vince, e pure a mani basse, Agassi, il talento altalenante, quello dei calzoncini in Denim e dei capelli dalle acconciature quantomeno discutibili (certo, oggi si vede di peggio, ma i tempi cambiano). McEnroe lotta, ma ha perso in partenza nonostante la sua classe e la sua antipatia esagerata, che in letteratura porta sempre lettori, e ci sarà pure un motivo se il suo libro, scritto nel 2002, arriva in Italia solo dopo l’enorme successo di “Open” di Andre.

mcenroe serious“Serious”, una scommessa persa già dal titolo – Paradossalmente l’autobiografia del buon John è uno dei pochi libri ad avere avuto ben tre titoli nella sua esistenza nelle librerie. In America, luogo di nascita dell’opera, il titolo è “You cannot be serious”, in onore della famosa sfuriata al Wimbledon dell’81 del ragazzaccio del Queens nei confronti di un giudice di linea. In Inghilterra, dove si sa, in termini di cultura sono qualche spanna sopra i lontani cugini d’oltre Oceano, trasformano il titolo in “Serious”. Infine, nel 2012, in Italia, da buoni storpiatori di titoli importati, diventa “Non puoi dire sul serio”, una via di mezzo senza senso e lo dicono in tanti ben più esperti nel settore tennistico del sottoscritto. Per me è e rimane “Serious”, perchè in quest’unica parola si racchiude il tentativo di crescita del tennista McEnroe prima e dell’uomo poi, uomo che con questo libro prova a liberarsi una volta per tutte delle fragilità che lo hanno accompagnato nella sua esistenza e nella sua carriera. Senza riuscirci. Il tennista McEnroe fu una meraviglia: veloce, irriverente nel modo di giocare prima che nei rapporti con giudici ed avversari, superstar in un momento di esplosione mediatica del tennis, e la sua forza, forse, fu proprio non prendersi mai realmente sul serio sul campo da gioco. I suoi serve-and-volley erano delle pernacchie all’avversario di turno, non un colpo studiato e ristudiato. O meglio, lo erano forse, ma dovevano apparire come se non lo fossero. John capì per primo che il tennis era spettacolo e ci ha regalato degli show tennistici memorabili. Ma raccontarsi non è facile, si rischia di cadere nel banale. Nel libro, scritto con l’aiuto del giornalista James Kaplan, McEnroe tenta di riportare la sua irriverenza dal campo alla carta, finendo per dare vita ad un prodotto finto. Questo non è un racconto di chi è John, è il racconto di come tutti pensavamo che fosse John. Ed i piccoli lampi di sincerità che si fanno largo tra un nuvolone e l’altro (“Sempre stato insoddisfatto, anche quando vincevo. Mi sentivo solo lassù, in cima alla montagna, volevo il successo, ma avevo freddo, c’era sempre qualcosa che mi mancava”), con divertenti aneddoti del dietro le quinte, vengono spenti dalle repentine frecciate e sviolinate ad amici/nemici di una intera carriera. Dolce con Borg, pungente con Lendl e Connors; quasi chioccia con Sampras, indolente e velenoso con Agassi. Nulla di nuovo insomma. Alla fine, del suo atteggiamento irascibile e sopra le linee, un po’ se ne rammarica (ma neanche tanto), incolpando però gli altri per non averlo squalificato abbastanza volte (soltanto due) perchè portava soldi e definendosi un ribelle e non un maleducato. Chiaro, chi nasce tondo non muore quadrato. Sul piano strettamente stilistico invece, che imputo più a Kaplan che a McEnroe, l’enorme e smodato uso di parentesi e punti esclamativi porta a tinteggiare certi punti di un finto entusiasmo quando invece sarebbe stata più in sintonia con la narrazione una piccola pausa riflessiva fatta di punti, punti di sospensione e virgole. Insomma, nonostante il libro, in sè, sia ben scritto e godibilissimo, appare soltanto come una mossa di marketing e poco di più. E poi….

agassi open“Open”, una scommessa vinta, un romanzo – ….e poi c’è “Open” di Agassi. Ho letto i libri in stretta sequenza e forse ho fatto un errore. “Open” rimane, regala qualcosa, “Serious” no. McEnroe, per non abbandonare il suo personaggio, dopo le ripetute domande sul libro di Agassi, arrivato circa dieci anni dopo il suo, ha dichiarato, stizzito: “Non mi vorrà accostare ad Agassi. Io non scrivo una pagina sì e una no che odio il tennis e mio padre, io non vomito oscenità, non dico che la racchetta rovina la vita. Basta con Agassi. Lui non ha scritto: ha fatto una seduta di psicanalisi, si è liberato dalla disperazione o ci ha provato. Magari è stato più bravo di me, così non ha pagato per fare terapia”. Una sfuriata degna delle sue insomma. E nonostante abbia chiaramente usato toni eccessivi, in realtà ha ragione: il libro di Agassi è davvero una seduta di psicanalisi, ma proprio per questo vince. Qui non trovi banalità costruite per mostrare il lato umano del campione (tipo la reazione di McEnroe all’11 settembre 2001. Chi se ne frega di come ha reagito John a quella disgrazia! Non leggo la sua biografia per saperlo!), ma trovi un rigurgito di emozioni, un reflusso di sensazioni  contrastanti che ti portano ad una serie di domande che, soltanto continuando la lettura, troveranno risposta. Molto spesso è un libro più negativo che positivo, lascia l’amaro in bocca, non il sapore dolce che ti aspetti da chi ha avuto successo nella vita. Paradossalmente, un tennista poco divertente come Agassi, amante del gioco da fondo campo, riesce narrativamente a regalare molto di più dell’estroso (sul campo) McEnroe. In questo molto merito va a J.R. Moehringer che, come Kaplan per John, ha assistito Andre nella stesura dell’opera. Il racconto parte dalla fine e finisce con un nuovo inizio, quasi fosse un cerchio che si chiude, dando però, allo stesso tempo, vita ad un’altra storia che solo il futuro ci dirà come andrà. “Open” è un romanzo, perchè oltre alle sfide, al teatro del tennis, ci racconta una storia, ovvero quella del bambino Agassi che dice di odiare il tennis, ma che si rende conto, nel momento in cui deve scegliere se continuare o meno, di non avere alternative. Lui quello sa fare, lui quello ha imparato a fare e la sua via non può che essere quella. Certo, è un racconto furbo, perchè strizza l’occhio al lettore il narratore, ma lo fa con una classe tale che non puoi che perdonarlo. Agassi fu personaggio tanto quanto McEnroe, anche se in modo diverso e meno appariscente, fu meno star, meno gloria del tennis. Eppure, leggendo le loro storie, sembra che il “kid di Las Vegas” abbia più da raccontare del “moccioso del Queens”. Non sapremo mai se Agassi, in queste pagine, sia stato realmente sincero o artificialmente sincero, ma ciò che passa è un romanzo senza tempo, un percorso di vita di un ragazzino che, tra alti e bassi, tra delusioni cocenti e vittorie insoddisfacenti, è diventato qualcuno nella sua essenza umana, non solo sportiva. Il libro di Agassi è un tortuoso cammino, in cui il viaggio vale più della meta finale; la biografia di McEnroe è una strada dritta da cui sai perfettamente da dove parti e sai perfettamente dove arrivi, anche senza navigatore, che in questo caso dovrebbe essere il narratore appunto. Mi dispiace John: game, set, match Agassi, proprio come nel 1992, con Andre re di Wimbledon e McEnroe che disse addio per sempre al grande tennis.

facebook-profile-picture

Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

Rispondi