walter_mazzarri (ansa)

La cosa che mi piace degli specialisti dello sport, e più in generale di chi se ne occupa con passione ed accuratezza, è la capacità di raccontare qualcosa di più, di andare oltre. C’è un’idea comune in tutti i grandi cantastorie sportivi: che lo sport possa fungere da veicolo per parlare d’altro, che la lezione sportiva possa diventare lezione culturale.

l43-walter-mazzarri-inter-130829181714_mediumDomenica sera eravamo tutti presenti ad assistere alla lezione. Hanno vinto i nerazzurri, ha vinto Mazzarri. Tuttavia certi alunni non hanno gradito l’esposizione del professore, sono usciti dalla classe prima che Palacio suonasse la campanella. Che questo derby sia stato una delusione dal punto di vista della qualità calcistica è sotto gli occhi di tutti, che a vincerlo sia stato colui che meglio rappresenta l’immobilità sportiva del nostro paese un po’ meno. Alla Domenica Sportiva ho sentito Mondonico elogiare espressamente l’Inter per aver giocato un primo tempo da squadra, «senza concedere nemmeno una ripartenza agli avversari». Poi ho ascoltato le parole dell’unico allenatore italiano che non parla mai di arbitri, colui che spesso si rivolge a “chi sa di calcio”. Inconsciamente, da buon telespettatore medio, prima ho risposto a voce alta a Mondonico, dicendogli che erano tutti dietro, che non hanno messo in fila due passaggi, nemmeno quelli fra i difensori. Poi, rivolgendomi al buon Walter, ho provato ad esprimere anche a lui quello che pensavo, ma non ci sono riuscito. Mi sono fermato poiché stavo per ripetere le stesse cose che dico anche agli ospiti di Ballarò, di Servizio Pubblico e di Porta a Porta: basta, vi prego. Cambiamo.

Mazzarri rappresenta un calcio vecchio, stantio e poco creativo, così come i nostri rappresentanti in parlamento rappresentano una classe politica anziana, finita e distante da quello che accade nel mondo. Nonostante il calcio italiano fornisca sporadicamente lezioni di cultura europea tramite Garcia, Benitez, Montella e Conte, tutto il resto è immobile, fermo, obsoleto (tralascio qui volutamente l’accostamento fra politica e lezioni europee). Il motivo per cui siamo più o meno a pari merito con il Portogallo nel ranking UEFA è da imputare ad un sistema calcistico che si aggiorna raramente e che predilige giocarsi le partite più importanti della stagione con 11 uomini dietro la linea della palla, a difendere lo 0 a 0, tanto qualcuno prima o poi la butterà dentro no?

mazzarri_benitez_napoli_inter_ansaCalcio e politica, in Italia, non hanno niente da invidiare ai protagonisti di “Waiting for Godot” di Samuel Beckett. In tutti i casi si aspetta che qualcuno arrivi a cambiare le carte in tavola, dando una svolta al nostro destino, sia esso rappresentato in un’epoca storica o semplicemente in 90 minuti. Mi piace ricordare le parole di Benitez che ai microfoni di Sky, nel post-partita dopo la sconfitta di Dortmund, disse che «se vogliamo giocare in 10 dietro, con un bomber da 30 gol davanti, è facile, ma non si va avanti». Mi dispiace che questa piccola lezione, rivolta con ogni probabilità proprio al caro Mazzarri, non sia stata recepita. L’Italia intanto se ne sta seduta, aspettando invano un altro colpo di tacco.

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