Manchester City's Aguero celebrates his goal during their English Premier League soccer match against Arsenal in Manchester

Citizens esultanzaSono partite come quella andata in scena ieri all’Ethiad Stadium a testimoniare la distanza abissale che separa la Premier League dalla Serie A. È finita 6-3 la partita di cartello fra Citizens e Gunners. Sono andati in gol un po’ tutti: difensori, centrocampisti e attaccanti. Il ritmo è stato incalzante dall’inizio alla fine; le occasioni da gol si sono susseguite una dopo l’altra, ad ogni ribaltamento di fronte; l’arbitro Martin Atkinson ha fischiato poco più di venti volte in tutto l’arco della gara; sullo sfondo un’atmosfera fantastica, un caldissimo botta e risposta fra la tifoseria ospite e quella di casa, che tuttavia non ha risparmiato nemmeno un applauso a Koscielny durante la sua uscita dal campo in barella a seguito di un infortunio. L’Arsenal, per condizioni atletiche, è parso inferiore ad uno straripante Manchester City, che nelle prime 12 uscite di questa stagione ha già collezionato 48 gol fra le mura amiche (4 a partita, non pochissimi). Ciononostante lo spettacolo è stato assolutamente godibile, soprattutto per coloro che amano il calcio offensivo, interpretato da giocatori unici nel panorama mondiale, inseriti in contesti tattici rivolti ad un vero e proprio “arrembaggio” della squadra avversaria.

La differenza che mi interessa evidenziare fra il nostro calcio e quello inglese, tralasciando aspetti culturali e politici, più noiosi e di cui troppo spesso si scrive e si parla un po’ a vanvera (a chi interessasse, QUI troverete una traduzione di un pezzo del giornalista Spurs Martin Cloake proprio sulla questione tifo), riguarda proprio questo approccio tattico. La crisi del calcio italiano, strombazzata ormai da qualche anno dall’opinione pubblica, è principalmente fondata sulla mancanza di giocatori straordinari come quelli che militano in Inghilterra. Stando alla partita di ieri, non accade da diverso tempo di vedere in Italia così tanti fuoriclasse tutti insieme, in una sola volta, in un unico grande contesto in cui si affrontano senza esclusione di colpi (colpi di classe ma anche tackle). Tuttavia va registrato che, se da una parte l’essenza del calcio inglese è espressa da questi strapagati top players, da un’altra esistono altri elementi che certamente contribuiscono allo spettacolo, ma che di fatto evidenziano l’inferiorità del football britannico rispetto a quello nostrano.

Arsenal's manager Wenger takes his seat before their English Premier League soccer match against Liverpool in LiverpoolIn City-Arsenal si sono viste in campo due squadre che hanno dato sfoggio di tutto ciò che si deve fare in fase offensiva, ma anche di tutto ciò che non si deve fare in quella difensiva, salvo qualche intervento di Kompany, centrale unico per intelligenza in Premier League. Su tutti i gol del City la difesa di Wenger ha avuto pesanti responsabilità ed altrettanto si può dire degli avversari, infatti i gol dell’Arsenal sono arrivati per cali di concentrazione preoccupanti della retroguardia e non solo (vedi l’incredibile palla persa da Yaya Touré e recuperata da Ramsey in occasione dell’1-1). Altro tema che necessita quantomeno di essere menzionato è quello relativo ai portieri: oggi Szczęsny non ha fornito all’Arsenal nemmeno un intervento decisivo, limitandosi nella maggior parte dei casi a raccogliere il pallone dalla rete. Il gigante Pantilimon, sostituto dell’incostante Hart, ha risposto invece “presente” in un paio di occasioni, per altro non irresistibili, ma ha letto male entrambe le conclusioni di Walcott che sono costate care alla retroguardia di Pellegrini.

La prima spiegazione che mi sento di fornire circa questi imbarazzanti atteggiamenti difensivi, è che essendo la Barclays Premier League un vero e proprio brand commerciale (molto più di quanto lo sia Seria A Tim), si è scelto di dare spazio alla spettacolarità prima di tutto, mettendo fra parentesi tutta una serie di valori puramente tattici che contraddistinguono altri tipi di calcio, come il nostro, sicuramente meno spettacolare. Questo concetto di spettacolarità rappresenta il nucleo della cultura calcistica inglese. Ma a questo proposito, come si può dimenticare il diktat sacchiano «vincere e convincere» che negli ultimi anni è tornato sulla bocca di tanti addetti ai lavori, primo su tutti un certo Jurgen Klöpp? Quanto è debitrice questa cultura calcistica britannica nei confronti del nostro calcio? Secondo me, e spero di non essere l’unico, molto, sebbene non sia interessata a sviluppare tout court le nostre conoscenze tattiche. Ma ricordiamoci che esistono momenti, nella storia del calcio come nella vita, in cui certi debiti devono essere pagati, e spesso questo accade nelle competizioni fra nazionali. Non per niente, all’indomani dell’ultimo Italia-Inghilterra, a Euro2012, la pagina sportiva del The Sun titolava “Now we need to find kids who can play just like Pirlo”.

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