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Ci sono molti modi per raccontare del Sudamerica: ci sono gli eroi, le culture, la musica, e poi c’è il calcio. O meglio: c’è il calcio, poi la musica, le culture e gli eroi. Team UruguayTante volte si ha come l’impressione che (specialmente in Sudamerica) tutto sia così visceralmente legato al calcio, da non poterlo omettere in nessun tipo di analisi, neanche architettonica o economica.

Ed è questo il primo compito a cui assolve “Maledetti Sudamericani”, spiegare, attraverso le storie di questo o quell’individuo l’eccezionale visione futbolisitca della parte povera dell’America. “Maledetti Sudamericani” è un gioiellino di 185 pagine (comprensive di una postfazione di Cesare Prandelli) scritto da Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini, che racconta 10 nazioni sudamericane, dedicando ad ognuna un capitolo. Un viaggio che comincia dall’Uruguay degli invincibili (che conquistarono la prima coppa del Mondo) e dalla bellezza di Andrade, per finire in Brasile, dove quel primo campionato mondiale si disputò, e dove siamo pronti a catapultarci, chi ideologicamente chi fisicamente, tra non molto. Un circo di personaggi, di storie, narrate da una terza persona, qualcuno che da del “tu”, e rende la lettura ancora più confortevole. Una storia scelta tra le centinaia a disposizione, una storia che forse nessun altro vi racconterà. Come quella del Magico, Jorge Alberto Gonzalez Barillas. Il numero 11 di quel Selvador che, nel Mondiale dell’82 riusci a rimediare 13 gol in tre partite, realizzandone solo uno, ideato (neanche a dirlo) dal Magico. Uno che faceva tanta fatica ad alzarsi dal letto, ma che in campo giocava come Maradona.

In questo libro il Mondiale c’entra, parecchio. D’altronde è un legame indissolubile quello che lega il Sudamerica, ed i sudamericani con la Coppa del Mondo. Perché se in Inghilterra hanno inventato il calcio, è a sud del canale di Panama che l’hanno fatto diventare quello che è oggi: un arte. Maledetti sudamericaniE’ un viaggio meraviglioso quello di Giorgio e Alessandra, che si posizione perfettamente in quel limbo che c’è tra fútbol e letteratura, tra potere e miseria. Come Franklin, rimasto per mesi in quella maledetta miniera, lui che aveva giocato con Zamorano. O come il presidente Evo Morales, uno a cui non andava giù la FIFA e che, guarda caso, era amico di Diego Armando. “Maledetti Sudamericani” non è solo un libro di calcio, come potrebbe esserlo. In Argentina il calcio venne strumentalizzato, per nascondere uno dei più drammatici golpe della storia, quando i giovani “ribelli” venivano scaraventati in aperto oceano, ma solo quando non giocava la nazionale, l’Argentina di Menotti e non “di quei figli di puttana”.
Attraversando la storia, smontando miti, tipo quello secondo il quale tutti i brasiliani sono in fondo talentuosi (chiedere del Kaiser), costruendone altri, di Saturnino Arrua che portò il Saragozza a lottare contro il Barcellona di Cruyff, questo libro ci permette di immergerci in un mondo, che seppur da noi contaminato, continua ad esserci distante anni luce. Un kaleidoscopio di personaggi irripetibili, uno sguardo nella più totale intimità dell’America Latina che ci fa conoscere il fútbol che non entra nelle nostre case, quello che spesso ci passa davanti e di cui non ci si accorge.

Un processo narrativo semplice, che trova nella sua semplicità, nel suo richiamo alla tradizione della trasmissione orale, della storia, il suo punto di forza. Nessuna forzatura letteraria, nessun ricamo artistico o esercizio di stile. Alla stessa maniera, un modo di parlare colto, volutamente bello che ridà la giusta dignità morale ad uno sport troppe volte umiliato. È un’opera attuale, che si inserisce nel moderno contesto culturale italiano, di quella rivalutazione del calcio come fenomeno letterario, affascinante e mediatico. videla menottiQualcosa che vada al di là del bar sport, e ci racconti il calcio da un punto di vista meno superficiale della cruda cronaca sportiva. Burreddu e Giardini demarcano, con questo libro, la giusta differenza tra i due mondi separati dall’Atlantico, tra i campioni di questi due mondi. Non so come sono i nostri, gli occidentali, so però per certo che «in Sudamerica, sono così fuori dal comune. Non lo so mica se è tutta colpa dell’aria che respirano o di qualcos’altro. So solo che i calciatori sudamericani, quando non sono i più bravi, sono maledetti. A volte sono entrambe le cose».

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