Roberto Mancini Champions

veron vs riquelmePrimo flashback. Non faceva freddo, non freddissimo almeno. In Spagna si sta sempre bene, si sa, ci si va a svernare. Ma quel 5 aprile non fu la primavera europea della tua Inter, bensì l’ennesima cocente sconfitta. Il Villareal non era imbattibile, anzi. Buona squadra, per l’amor di Dio, ma se hai Samuel dietro, Figo e la Brujita Veròn in mezzo ed Adriano ed il Chino Recoba davanti, beh, i sottomarini gialli non dovevano essere altro che una vittima sulla strada verso il sogno dalle grandi orecchie. Niente invece, un certo Rodolfo Arruabarrena rispedì a Milano i nerazzurri, i quali all’andata s’erano imposti in casa con un 2-1 che si rivelerà mortifero a causa del gol subito davanti al pubblico amico. Sulla cattedra iberica, quella sera, si issò un certo Juàn Romàn Riquelme, un tipetto che non vorresti mai incontrare in un vicolo buio o come avversario su di un campo di calcio. Il suo piede delicato dettò legge. Mancini masticò amaro, strinse la mano a Pellegrini che sarebbe volato in semifinale di Champions contro l’Arsenal, mugugnando un complimento che si perse nella bolgia canarino del Madrigal.

Secondo flashback. 11 marzo 2008, stavolta in casa, davanti al tuo pubblico, era ora. Ma devi ribaltare un 2-0 preso a Liverpool, un uno-due rifilatoti in cinque minuti che ha stroncato l’entusiasmo di una formazione che dominava in patria e sognava di estendere i confini del proprio dominio anche in Europa. Lo strapotere di Ibrahimovic poco serve innanzi alla veemenza made in Merseyside, soprattutto se davanti hanno pure un infallibile (allora) Fernando Torres. Ma San Siro ci crede, la rimonta è possibile. I primi mugugni arrivano alla lettura della formazione: quel Burdisso proprio non va giù alla Curva, ma neppure al primo anello rosso. A dirla tutta anche il secondo arancio ed il primo blu disapprovano. Insomma, tutti disapprovano. I nasi si storcono, ma si continua ad incitare. Poi inizia la partita e l’Inter del Mancio gioca veramente male. Ad inizio ripresa poi Burdisso, proprio lui, si fa cacciare. Basta, è finita. Lo sanno già tutti, il Mancio fa finta di nulla ma lo sa. Arriva il gol di Torres e l’eliminazione agli ottavi, ancora una volta, come l’anno prima al Mestalla. Ma stavolta brucia tanto, brucia troppo. Mancini, in conferenza stampa, dichiara di volersene andare, ferito nel suo orgoglio di vincente mai veramente vincitore. Poi ritratta, ma è tardi e la sua storia con l’Inter, di fatto, si concluse in quella sera di fine inverno.

Ajax-City 3-1Terzo flashback. Hai Nasri ed hai Aguero. Hai Yaya Tourè ed hai Dzeko. Hai Balotelli in panchina ed hai Tevez seduto al suo fianco. Hai una squadra costruita sul petrolio estratto in mezzo al deserto arabico. Hai la cicatrice dell’eliminazione ai gironi dell’anno prima che brucia ancora e che può (ma soprattutto deve) portare voglia di rivalsa e una maturazione inevitabile. Finisce invece che ti schianti in una serata ottobrina all’Amsterdam Arena, contro un’Ajax che dei fasti del passato ha soltanto il nome. Va così: passi in vantaggio, t’illudi, ci credi, del resto hai perso col Real ma hai pareggiato con quegli indiavolati gialloneri di Dortmund. Ma non fai i conti con l’irriverenza dei giovani lancieri che nella ripresa calano un tris che spezza la tua macchina perfetta. È la sconfitta che taglia definitivamente le gambe al Manchester City del Mancio, è la terza giornata della fase a gironi che per il secondo anno consecutivo sarà fatale agli azzurri inglesi.

La storia di Roberto Mancini allenatore e la Champions League è una storia fatta di cocenti delusioni e fallimenti senza scusanti. Lì, seduto sulla sua panchina ad ascoltare la musichetta che fa sognare ed emozionare tanti sportivi, lui suda. Non ha paura, ma ricorda quei flashback, il fastidio profondo che ogni fallimento gli ha provocato. Gli sale la voglia di scendere lui in campo a guidare i suoi, di sbraitare e sbattersi dietro ad ogni palla ed ogni avversario che parte in contropiede. Lui, proprio lui che da giocatore urlava tanto ma di tornare ad aiutare non se ne parlava proprio. Oggi, tornando indietro, forse lo farebbe. Lui suda perché il suo ego non può stare compresso nell’etichetta dell’allenatore fortunato, quello che più che qualità ha culo, più che tattica ha campioni dalla sua.

Mancio GalaPer la prima volta, con il Galatasaray, si trova innanzi l’impresa: la sua squadra è mediocre, i soli picchi di tecnica sono regalati da giocatori che il meglio del proprio repertorio oramai l’hanno già regalato ad altre piazze, ad altri tifosi e soprattutto ad altri allenatori. In più nel girone hai Juventus e Real Madrid. Arrivi ad Istanbul che la tua nuova squadra ha già preso sei pappine, in casa, per mano (o per piede meglio dire) dei blancos di Ancelotti. Poi pareggi con la Juventus, a Torino, grazie a tanta fortuna e ad un Drogba che non sarà più il leone di una volta, ma la porta la vede sempre e qualche grattacapo ai difensori avversari lo dà comunque. Vinci col Copenhaghen, ma poi ti complichi la vita in Danimarca, perdendo contro i modesti danesi, e perdendo nuovamente contro il Real. Tutto si decide con la Juventus, con la squadra di Conte che ha decisamente deluso. Non è facile, loro hanno preso Tevez e Llorente per il salto di qualità in Europa, hanno una formazione tosta. Ma chi lo sa, non si può mai sapere. L’orgoglio ti dice di crederci, ma tu scuoti la testa: non sono passato col City, figurati con ‘sta rosa messa insieme alla bell’e meglio. Arriva martedì, un freddo cane, manco fossimo a Helsinki. Nevischia. No, grandina. In pochi minuti il campo diventa impraticabile. Si continua mercoledì, dal 32°. Un’ora di fuoco, promettono i tifosi turchi, ma alla fine anche ieri, in campo, c’è il gelo. I giardinieri turchi passano una ruspa sul terreno. Robe turche, diremmo noi. Il terreno è conciato male, maciullato più che ripulito. Non si può giocare a calcio, un calcio che meriterebbe di essere giocato in una competizione come la Champions, si può solo lottare, pressare, resistere. Ma Mancini, e con lui il Galatasaray, può solo vincere.

Palla lunga, dalla linea mediana, del resto fare fraseggio è praticamente impossibile. Drogba svetta, la indirizza verso Sneijder. L’olandese la controlla magistralmente, dà uno sguardo alla porta, vede un buco. Il suo piatto destro angolato passa tra le gambe di Bonucci e si infila proprio dove voleva si infilasse. È l’85°. Il Mancio sbraita, ci crede, ce la fa. Finisce così, con la Juventus retrocessa in Europa League ed il Galatasaray incredibilmente agli ottavi.

Non è una vittoria, ma una rivincita sì, perché Mancini, nell’anno in cui nessuno pensava potesse fare nulla, dopo stagioni e stagioni di delusioni, porta a casa un risultato inatteso in Champions. Ha avuto fortuna? Decisamente, la Juventus è più forte ed un campo ridotto così ha svantaggiato i bianconeri più che i turchi, ma si è deciso di giocare ed i padroni di casa hanno vinto. Mancini sorride. Non la vincerà questa Champions, ma per una volta non ha deluso tutti, per una volta non ha fallito, per una volta ha portato a casa un risultato inatteso e superiore alle aspettative di tutti. Da oggi il Mancio ha finalmente un flashback che lo farà sorridere in panchina con la musichetta sotto, non solo incazzare.

facebook-profile-picture

Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

Rispondi