kobe bryant

Ci sono personaggi per i quali scrivere un articolo è più complicato del normale. È più complicato perché spesso si rischia di raccontare cose già dette e ridette in quanto non solo sono tutte vere, ma spesso sono anche imprescindibili per mostrare la vera natura di queste persone. Specialmente è difficile quando si deve scrivere la storia di uno sportivo e, ancor di più, quando si parla di un’icona come Kobe Bryant.

kobeVent’anni. Venti lunghissimi, emozionanti e incredibili anni. Venti stagioni a tinte gialloviola, i colori che lo hanno fatto diventare grande, grandissimo. Era il 1996 quando Kobe decise di fare qualcosa che all’epoca era rarissimo: presentarsi al Draft NBA senza passare per il college. Fu la prima testimonianza di un’arroganza che, unita a doti incredibili donategli da Madre Natura, lo ha reso unico nel suo genere. Una spavalderia che lo porta a finire ai Los Angeles Lakers, sua primissima scelta, quando a sceglierlo stavano per essere gli Charlotte Hornets. Inizia così la sua avventura nel basket, un mondo che, usando le sue parole “asked for my hustle and I gave You my heart” (mi hai chiesto il massimo e io ti ho dato il cuore).

bryant giovaneErano i primi anni del Bryant giocatore quando John Celestand, ai tempi compagno di squadra di Kobe, disse queste parole: “la prima volta che ho iniziato a capire perché fosse il migliore, fu durane la pre-season. Durante una partita si ruppe il polso della mano con cui tirava. Kobe era sempre la prima persona che si allenava ogni giorno, arrivando prima ad ogni allenamento e io mi infuriavo perché volevo essere io il primo. Dopo il suo infortunio ero quasi contento perché il N° 8 non sarebbe stato il primo ad allenarsi. Appena arrivato però ho sentito il rumore di un pallone, non ci potevo credere. Era lui che, con la mano destra ingessata, si allenava usando la sua sinistra”. Un predestinato, un ragazzo ossessionato dal basket e che avrebbe dato tutto per il basket. E così è stato. Era, e non è un’eresia dire questo, dai tempi di Michael Jordan che il mondo della pallacanestro non vedeva un talento così cristallino, tanto che lo stesso MJ, qualche anno più tardi, disse “forse non sarei riuscito a batterlo, in fondo è riuscito a copiare tutti i miei movimenti”. Un “furto” figlio anche della personalità prorompente di Kobe, a volte perfino irritante per alcuni. Una personalità che però lo ha fatto diventare quel fenomeno che è ora. “Era così giovane e immaturo all’epoca”, racconta di lui Gary Payton, “però una cosa posso dirla per certo. Tutto quello che sta facendo e ha fatto lui lo aveva già detto. Un giorno, nel bus della squadra mi disse: diventerò il miglior marcatore dei Lakers, vincerò 5 o 6 titoli e sarò il più grande giocatore di basket”.

In fondo, non ha sbagliato di molto.

kobe e mjNel frattempo passano gli anni, arrivano gli anelli a raffica con Phil Jackson in panchina e “l’odiato” Shaquile O’Neil nel parquet a fianco a lui. Poi iniziano a cambiare allenatori, cambiare giocatori, ma lui non cambiò mai, non cambio perché alla fine stava vivendo un sogno in quella pallacanestro che “gave a six-year-old boy his Laker dream”. Sono gli anni in cui arriva, nella città degli angeli, uno dei più forti giocatori europei di sempre: quel Pau Gasol che diventerà negli anni il “fratello bianco” di Kobe. Un giocatore che di Bryant dice, tra le tante cose, “We have lived incredible moments together on and off the court. Thanks for everything brother!”. Kobe riprende a vincere e questo avviene non solo con la maglia gialloviola, ma anche con quella della propria nazione. Quell’America che, dopo le deludenti Olimpiadi del 2004, vince due fra Pechino, nel 2008, e Londra, nel 2012. E proprio da Pechino risuonano continuamente, come un ritornello, le parole dei suoi compagni di avventura. Parole al miele per un campione totale rispettato da quasi tutti. Parole, come quelle di Jason Kidd, che ne sottolinea l’incredibile professionalità e perseveranza: “Kobe era grandioso. Si allenava come fosse gara 7. Vuole provare, ogni singolo allenamento, che è il miglior giocatore al mondo”. E come Kidd anche Durant, Deron Williams, Boozer, tutti a rimarcare, ancora una volta, l’unicità del talento e della caparbietà di Kobe Bryant.

kobe e wadeAmici, compagni, ma, spesso, anche avversari. Uno di questi che è stato tutto ciò per Kobe, amico, compagno (in nazionale) e anche severissimo avversario, è Dwyane Wade che ogni volta che deve parlare di Bryant, non ha paura di lesinare complimenti come prima dell’ultima partita giocata dai Lakers a Miami quando ha detto: “Credo davvero che Kobe Bryant sia il miglior giocatore della nostra generazione. Non ci sono più Kobe Bryant in giro. Ci sono buoni giovani giocatori, ma non ci sarà mai un altro Kobe. Quindi in ogni opportunità che hai di affrontarlo vuoi solo afferrare e trattenere quel momento”. Amico vero, leale, nonostante il carattere così dirompente. Un carattere che, unito agli atteggiamenti di chi sa di essere il migliore, lo hanno reso anche antipatico come in fondo succede a tutti i vincenti.

Ieri Kobe ha annunciato, dopo stagioni difficili a causa dei tanti infortuni, che quella in corso sarà la sua ultima stagione. Lo ha fatto con una lettera in cui traspare, con estrema sincerità, tutto l’amore per il basket, tutto l’amore che per l’intera la vita lo ha portato a correre nei parquet di mezzo mondo. Una lettera a quel basket di cui “I fell in love”, quel basket che lo ha portato a fare tutto quello che ha fatto non perché sfidato ma perché “chiamato” a farlo. Quel basket per il quale “ho fatto tutto per TE, perché questo è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire così vivo come mi hai fatto sentire tu”. Quel basket che “amerò sempre” ma che dall’anno prossimo, senza un campione così, sarà, per molti, un po’ meno speciale di quanto è stato negli ultimi venti anni.

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