lo zingaro e lo scarafaggio

lo zingaro e lo scarafaggioAll’incirca un anno fa entravo in una libreria, come mi capita spesso. Giro per le colonne di libri ammassate su credenze, espositori, tavolini e tavoloni. Vado nella sezione sport e trovo poco o nulla di davvero interessante. Mi sposto nel reparto dedicato ai romanzi e vengo attratto, quasi fossi ferro, verso una copertina calamitica. Fondo rosso, un muro di mattoni che sa di vecchio ma che ancora oggi, girando in ogni città, capita di incontrare svoltando in vicoli meno frequentati. E su di esso, appesi ad un chiodo che non vedi, ma sai che c’è, un paio di scarpette da calcio, di quelle senza marca, senza nomi, senza i fronzoli estetici tipici delle grandi marche odierne. In una immagine la fine del calcio vero, quello giocato sui campetti dell’Eccellenza e della Promozione, la fine del gioco e l’inizio di un qualcosa che va al di là.

Sin dalla copertina, dunque, “Lo zingaro e lo scarafaggio” è un libro azzeccato, che prende ed attira. Lo compri perché ne sei affascinato e lo leggi perché, detto senza inutili parafrasi, è scritto bene ed ha una storia che vale molto. Ed è una storia vera, o meglio, tutto ciò che si narra è vero, almeno secondo Hristiyan Ilievski, ovvero “Lo Zingaro”, colui che per diverse procure italiane (da Cremona fino a Bari e Napoli) gestiva in concreto l’associazione a delinquere legata alle scommesse illegali nel calcio italiano. Gli autori sono i giornalisti Foschini e Mensurati che, dopo aver ottenuto una esclusiva intervista con il delinquente macedone, tutt’oggi latitante ma che loro non hanno faticato ad incontrare (pare assurdo ma è così), hanno deciso di riportare in questo piccolo bellissimo esempio narrativo tutto ciò che è stato loro detto e tutto ciò che hanno scoperto. Però non è un saggio, non è un libro-intervista. È un romanzo ed è qui che sta la forza dell’opera. Lo sguardo viene soggettivizzato, il lettore viene raccolto e buttato di peso nell’auto che, la voce narrante del libro, guida sotto paga di Ilievski. Ciò che succede, o meglio, ciò che è successo, dal passato viene dunque trasportato con un gioco temporale al presente e tu, che stai tranquillo a casa a voltare le pagine, diventi testimone di come, il gioco più amato al mondo, può venire svilito, distrutto, sbrindellato, squartato, irriso, ucciso. Ilievski è lo zingaro, il braccio operativo dell’immensa associazione a delinquere messa in piedi, a quanto pare, in quel di Singapore e che, lentamente e sotto l’enorme spinta propulsiva del danaro, è arrivata a corrodere l’amato calcio nostrano. Ilievski racconta agli autori, i quali poi plasmano una storia che ha poche pecche, probabilmente proprio perché adagiata sulle rotaie della realtà.

ilievski latitanteIl punto di vista narrativo diventa determinante, diventa il fulcro di tutta la vicenda. In alcuni momenti ti ritrovi a pensare che, in fondo, Ilievski non stia facendo nulla di così grave, sta soltanto sfruttando alla meglio quelli che sono gli squarci di un calcio già profondamente malato e di una cultura profondamente marcia, dove la vera cultura entra solo dalla porta di servizio ed in cui invece è l’ignoranza del lusso senza senso, della brama di avere sempre di più, a farla da padrone. E così scopri i Paoloni, il portiere di bell’aspetto ma malato di scommesse. Il più malato. Una malattia che prima lo rovinò come atleta, poi come uomo, e infine anche come criminale”, un portiere che diventa soltanto un poveraccio, un disperato, un morto di fame. E così scopri i Carobbio, più intelligenti della media dei suoi colleghi forse, ma viscido e unto sin nel midollo. Così scopri gli intoccabili Signori e Conte “gente convinta che il proprio tenore di vita sia un diritto, qualcosa di scontato”. Così scopri Gervasoni, lo scarafaggio del titolo, perchè così lo definisce lo stesso Ilievski, fortemente schifato e disgustato dalla immensa stupidità che caratterizza un uomo che, a differenza sua, dalla vita avrebbe potuto avere tutto, ha avuto tutto ed ora lo mette in gioco, anzi, lo butta proprio nel cesso questo tutto in cambio di qualche euro in più, di un’adrenalinica scommessa senza domani.

È importante capire che i fatti riportati non sono LA verità, ma UNA verità, quella che è stata raccontata da una voce centrale di tutte le inchieste ai due giornalisti. La cosa certa però è che gli autori del libro hanno anche pagato, in parte, le conseguenze del loro encomiabile lavoro, tanto che raccontano: “In questo Paese strano, si può fare di tutto, tranne che toccare le squadre di calcio. Abbiamo visto stimati professionisti perdere completamente il lume della ragione, trasformarsi in avvocati faziosi o beceri ultrà di fronte alle evidenze, in effetti scabrose, raccontate dalle inchieste di Cremona e Bari. La verità è che scrivere in un certo modo di calcio, oggi, è diventato un mestiere piuttosto pericoloso e, incredibilmente, richiede un certo coraggio”. E difatti, oggi, poco meno di un anno dopo che entrai in quella libreria e un paio di anni dopo che scoppiò lo scandalo del calcioscommesse italico, di quei giorni rimane ben poco. I media tacciono; la giustizia ordinaria è tornata, dopo lampi di istantanea notorietà, a lavorare nel silenzio più totale; la giustizia sportiva ha alzato il tappeto e con un leggero colpo di scopa di saggina ha buttato tutta la polvere sotto di esso. Un palazzo lindo su fondamenta sporche dello sporco che dà più ribrezzo. Di quello rimane poco oramai, rimane la memoria, rimane un racconto, rimane un libro. Rimane “Lo zingaro e lo scarafaggio”.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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