LAKERS COACH JACKSON MAKES A POINT IN FINAL MINUTES AGAINST NETS IN NBA FINALS GAME 3

Phil Jackson, nella sua quasi cinquantennale carriera nel mondo del basket professionistico, è stato legato a tre squadre NBA: Chicago Bulls, Los Angeles Lakers e New York Knicks. Per quanto riguarda le prime due squadre c’è poco da dire che non sia già noto a tutti: undici titoli di campione NBA con giocatori come Micheal Jordan, Kobe Bryant, Shaquille O’Neal e Scottie Pippen; lo sviluppo del cosiddetto “attacco a triangolo” (triangle offense) con il suo fedele assistente, anche se riduttivo definirlo tale, Tex Winter; il coach più veloce di sempre a raggiungere le 900 vittorie in carriere e tanti altri record che sarebbe noioso star qui ad elencare. Il legame con i Knicks, invece, è meno noto anche ai grandi appassionati, perché non è legato al suo essere allenatore. Infatti, Phil Jackson fu anche un giocatore NBA.

phil-jackson1Scelto durante il Draft del 1967 come 17° scelta del secondo giro, dopo la carriera universitaria a North Dakota (università, allora, della Division II NCAA) dalla franchigia newyorchese, giocò per i Knicks campioni del mondo nel 1970 e 1973 come riserva di una squadra che annoverava fuoriclasse come Willis Reed e Walt Frazier. Jackson non era un grande giocatore, era «intelligente, grande lavoratore e buon tuttofare» (biography.com) ma non diventò mai una stella della federazione. Ritiratosi nel 1980, iniziò la carriera da allenatore nelle leghe minori, vincendo anche il titolo CBA 1983-1984 con gli Albany Patroons, venendo premiato anche come Coach of the Year al termine di quella stagione. Nel 1987 venne assunto come assistente ai Bulls e, due anni dopo, ne divenne Head Coach.

Il resto è storia, leggenda, mito.

Notizia degli ultimi giorni è che i New York Knicks abbiano in mano un accordo con Jackson, felicemente pensionato dopo la stagione 2004-2005, avendogli offerto un ruolo da dirigente plenipotenziario, con carta bianca per la gestione tecnica della squadra e uno stipendio di circa 1.500.000 $ a stagione, il più alto della storia NBA per quanto riguarda un dirigente. La franchigia ha indetto una conferenza stampa per martedì prossimo alle ore 16 (italiane), conferenza in cui sarà dato «un annuncio importante». A tutti pare scontato che “l’importante annuncio” sarà l’ufficialità del passaggio a New York di Phil Jackson. Oramai questo matrimonio s’è da fare.

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james-dolanOsservando la storia recente dei Knicks è evidente che la franchigia è stata gestita in maniera terribile dalla famiglia Dolan, con i fari puntati sulla figura di James Dolan, figlio del fondatore di Cablevision, Charles, e nipote del proprietario dei Cleveland Indians (baseball), Larry. In questo caso i numeri parlano chiaro: dal 2001 al 2011 sono arrivati ai playoff solo una volta (2003-2004, sconfitta 4-0 contro i cugini dei New Jersey Nets) e, negli ultimi 3 anni, nonostante 3 post-season conquistate consecutivamente, una sola serie di playoff vinta, contro i Boston Celtics per 4-2 nel 2012-2013. Tutto ciò a fronte di un monte stipendi costantemente tra i più alti della Lega, un parco giocatori rivoltato come un calzino una stagione sì e l’altra pure, continui cambi di allenatore e scandali vari, come le accuse di molestia sessuale verso James Dolan da parte di un’ex executive dei Knicks. Una situazione imbarazzante per certi versi, considerando che la franchigia di New York è ancora quella con il valore di mercato più alto, cioè 1,4 miliardi di dollari (Forbes), davanti ai Lakers (1,35 miliardi) e i Bulls (1 miliardo). Ironicamente le tre squadre di Phil Jackson.

Cosa può fare un ormai 63enne, con mille battaglie e mille acciacchi, in una situazione come questa? Onestamente credo ben poco.

I Knicks hanno bisogno di un uomo forte al comando, che metta ordine, prima di tutto, a livello manageriale, più o meno come voleva fare Donnie Walsh quando venne chiamato per ricreare la struttura che aveva messo in piedi ad Indiana insieme a Larry Bird. Il problema è che l’interventismo di James, influenzato anche da Isiah Thomas a cui è legato da una forte amicizia e che lui stesso assunse ai Knicks come GM con risultati disastrosi, è fortemente dannoso per la stabilità della franchigia. Walsh se ne andò proprio per questo motivo: non poteva accettare che le sue decisioni venissero sempre messe in discussione. Se Phil Jackson prenderà il controllo della franchigia dovrà limitare l’esuberanza del proprietario e abbassare il monte salari (secondo solo ai Brooklyn Nets di Prokorov) di 88.341.738 $ (joeiverson.com) che sfonda di circa 30 milioni il salary cap di questa stagione, fissato a 58,679,000$. Inoltre dovrà occuparsi di scelte relative al roster e allo staff tecnico, dalla questione Stoudemire alla scelta dell’erede di Woodson (praticamente certo l’addio a fine stagione, esattamente come per D’Antoni a Los Angeles). Sono problemi risolvibili in breve tempo? No. Stoudemire e il suo contrattone legano con nodo doppio il giocatore e la franchigia; l’assenza di scelte al draft complica ancor di più la ricostruzione della squadra e, in una situazione come questa, tenere Carmelo Anthony, che può uscire dal suo contratto a fine stagione, sembra una chimera.

new-york-knicks-forward-carmelo-anthony-and-coach-mike-woodsonCome possa Jackson risolvere tutto questo, senza avere esperienza in campo manageriale, con l’età che si ritrova, il possibile conflitto di interessi con la moglie (ricordo che è sposato con Jeanie Buss, che va a referto come “President of the Los Angeles Lakers”) e con il suo atteggiamento zen che mal si rapporta con il mondo sempre di corsa della Grande Mela, non riesco ad immaginarlo. Servirà un lavoro di anni per riportare New York sui grandi palcoscenici, un lavoro che sarebbe difficile già in una franchigia normale, figuriamoci in una disfunzionale come i Knicks, e forse Phil Jackson non è l’uomo adatto. Serve sangue giovane, qualcuno che abbia un’idea rivoluzionaria, energia, entusiasmo e la forza di stare dietro alla squadra 24h/7. Toronto ha fatto un grandissimo colpo di mercato prendendo, ad inizio stagione, Masai Ujiri, ex GM di Denver, e dandogli in mano la franchigia, che lui sta, lentamente, rimettendo in piedi dopo la gestione Colangelo. I Knicks dovrebbero fare qualcosa di simile: prendere un soggetto appartenente alla nuova generazione di manager sportivi, legati alla tanto decantata “sabermetrica” che il film Moneyball ha reso di pubblico dominio, dargli le chiavi del Garden e lasciarlo lavorare in pace, cercando di mettere il silenziatore sia alla dirigenza che alla stampa locale. Dite che è chiedere troppo?

2 Commenti a “Lo zen e l’arte di salvare New York (Knicks)

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