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c2c07e594c0a070ebb53bec3262332bcAnno nuovo, tennis vecchio. Perlomeno, questo sembra indicare l’avvio di questa stagione: fra i maschi Nadal vola, Djokovic ha già inaugurato l’anno vincendo l’esibizione di Abu Dhabi. Federer pare essersi ritrovato, ma è anche facile cadere in fallaci esaltazioni visto il poco combinato dallo svizzero l’anno passato. Stessa musica fra le donne: Serena Williams uccide partite e avversarie, mentre l’unica al momento in grado di contrastarla pare Victoria Azarenka.

Ora, prima di abbandonarvi allo sconforto e all’idea di dover assistere al solito duopolio Nadal -Djokovic, con interminabili scambi di clavate dall’una e dall’altra banda, seguitemi in questo mio viaggio all’interno di un’Isola felice dove ancora si può assistere a un tennis divertente, partite per le quali vale la pena trascorrere le proprie giornate a base di racchetta e palline gialle. È un posto popolato da strane e mitologiche creature, un po’ utopisti un po’ pervicaci adepti della follia, che si riuniscono da ogni parte del mondo allo scopo di rendere meno monotona la stagione del tennis.

France's Monfils celebrates after defeating Austria's Melzer during the French Open tennis tournament at Roland Garros in ParisAl rione degli utopisti appartiene ad esempio Michael Llodra: lo scorbutico francese sembra essere rimasto l’unico superstite di una razza ormai persa nella notte dei tempi del tennis, ovvero quella dei volleatori duri e puri. Lancia in resta e giù a tutto serve and volley. Strana terra quella di Francia: terra di colonizzatori, terra imperiale. Non potevano che venire da quei luoghi la maggior parte degli abitanti della nostra Isola. Richard Gasquet illumina con un rovescio di abbacinante bellezza, a una mano vecchia maniera, mosca bianca o quasi (assieme all’altro utopista Dimitrov, da anni indicato come il nuovo Federer ma ben lungi dall’essersi compiuto come profeta del Tennis con la t maiuscola) nell’era del bimanismo estremo; fosse meno propenso all’autodistruzione e all’autocommiserazione saremmo qui a parlare di un campione. Certo, in tal caso difficilmente troverebbe cittadinanza nella nostra Isola, quindi accontentiamoci di questo. Francese è anche Benoit Paire, talento cristallino a (scarsissimo) servizio di testa calda. Uno capace di litigare con chiunque, dal pubblico all’arbitro, ma soprattutto con sé stesso, quando si incarta e riesce a perdere partite che sembravano già vinte. Viene dalla Francia anche chi, a umilissimo parere di chi scrive, dovrebbe essere eletto Capo Supremo dell’isola. Parlo di Gael Monfils. Uno che la dinamite la usa tanto per pettinarsi, a giudicare dalle capigliature che sembrano sempre quelle di uno che è stato da poco tirato giù dal letto, tanto per mettere giù i numeri da circo in campo. Salti, tuffi, corse da centometrista, e quel pizzico di follia che gli fa inventare colpi come quello messo in mostra ad Halle: pallina fatta passare sotto le gambe, rimbalzo e smash (QUI il video). E via poi, a chiudere lo scambio con un passante lungo linea laser guidato. Se la ride Gael mentre viene giù lo stadio a forza di applausi. Come cantante, invece, diciamo che non ha certo l’X-Factor: anche perché, nel duetto a colpi di rap con Dolgopolov (altro che nell’isola ci abita, ma nel girone dei Folli) andato in scena a Umag in Croazia, il ragazzo sembrava più propenso a broccolare le bellezze che li accompagnavano sul palco che non ad assecondare il collega sulle note di “The real Slim shady”. (per chi proprio volesse, QUI l’esibizione, se così si può definire)

1166907-20322697-640-360Proseguendo il nostro tour arriviamo al quartiere dei folli. Gente che manderebbe in sollucchero Erasmo da Rotterdam, se fosse ancora vivo, e lo costringerebbe a rivedere tutti i parametri della sua opera. Perché con tipi del calibro di Gulbis e Fognini, tutto può accadere, nel bene, ma soprattutto nel male. Prendiamo il ligure, autentico Giano Bifronte, Dottor Fabio o Mister Fogna, a seconda di chi decide di mandare in campo: se il gemello buono, quello capace di mettere in fila due tornei sulla terra rossa tedesca, oppure quello cattivo, i cui exploit sono ad esempio la scenata di Wimbledon dopo una chiamata per lui dubbia, l’immotivato ritiro con l’avversario a un punto dal match, il time out medico inventato lì per lì contro Dimitrov a Parigi Bercy . E che dire del Lettone? La sua filosofia si riassume tutta in una frase che disse una volta: «Non capisco la gente che esce e non beve!». Tutto giusto – insomma… – per un ragazzo della sua età, un po’ meno per un atleta professionista. Ma del resto, al buon Ernsts, non fa certo difetto la sincerità, visto che in più di un’occasione non ha fatto mancare qualche stoccata ai colleghi: da Djokovic, cambiato da quando ha successo, a Nadal, reo a suo dire di essere troppo noioso nelle interviste che rilascia. Un eroe romantico, capitato nell’era dei tennisti robot, ben conscio che potrebbe ottenere molto di più dal suo tennis se solo mettese a posto la testa. Facile a dirsi, meno a farsi. Perché se Rafa e Nole sono dei modelli di professionismo assoluto, atleti che han votato la loro vita al tennis, Ernsts si situa sulla riva opposta del fiume. Genio e sregolatezza, amante delle feste, delle belle donne e della bella vita. Perché c’è sempre un’occasione per un bicchiere: per consolarsi di una sconfitta o per festeggiare una bella vittoria, in barba al fatto che il giorno dopo c’è un’altra partita da giocare, un avversario da onorare, un pubblico da rispettare.

Ma nel quartiere dei folli abita anche uno che da un’isola ci viene: non inganni il passaporto tedesco, Dustin Brown è figlio di Jamaica. Lo testimoniano i tratti somatici caraibici che ricordano da vicino Bob Marley, con tanto di dredlocks di ordinanza inclusi nel pacchetto. Dustin ha trovato nella multietnica Germania la casa per le sue fortune tennistiche. Fortune per modo di dire, perché raramente fa molta strada nei tornei, ma il suo passaggio non lascia indifferenti: lo scorso Wimbledon diede spettacolo per oltre tre ore, con la complicità di Lleyton Hewitt. Funambolo da playstation, assistere a una sua partita significa sedersi su un ottovolante: Dustin fa e disfa con la stessa scriteriata disinvoltura. Scommettere su di lui? Una follia.

La-possibilita-di-un-isolaIl nostro tour sull’isola finisce qui, è tempo di tornare alla realtà di Nadal e Djokovic e della loro never ending story. Ma è bello comunque pensare che anche in quest’epoca di duopolio, esiste sempre, parafrasando Houellebecq e uno dei suoi più famosi – e bei – romanzi, la possibilità di un’Isola…

Fotografo, modellista, sciabolatore a scoppio ritardato, rugbista mancato, tennista si fa per dire. Scherma, tennis e rugby come sport preferiti, amo raccontare lo sport in tutte le sue sfaccettature, storie ed emozioni. Storico per laurea, giornalista per amore.

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