Chicago Bulls' Jimmy Butler dunks the ball against Brooklyn Nets' Brook Lopez during the second half of Game 6 in their NHL Eastern Conference quarterfinals basketball game in Chicago, Illinois

Molti di voi, probabilmente, non l’hanno mai sentito nominare, eppure la sua storia val la pena raccontarla, perché è una di quelle storie assurde che possono succedere solo in America. Una di quelle storie che fa capire quale forza interiore abbiano questi ragazzi, come possano essere canne esposte ai quattro venti, che difficilmente però vengono spezzate.

Partiamo da un presupposto, tempo fa vi raccontai la storia di LeBron James: ecco, per un LeBron James ci sono centinaia di Jimmy Butler, e per un Jimmy Butler, ci sono invece migliaia, milioni di ragazzi che non ce l’hanno fatta. Ragazzi che probabilmente sono stati inghiottiti dal destino, e di cui nessuno sentirà mai parlare. Provate a guardare qualche immagine della periferia di Detroit per capire…

Insomma, il nostro Jimmy non è un fenomeno, l’avete già capito. O meglio, ovviamente lo è, come qualsiasi giocatore arrivi in NBA, ma per il livello che c’è lì è tutto sommato discreto, c’è potenziale, sì, ma nemmeno troppo. Il giusto per farlo stare dov’è.

Ora, forse molti di voi non lo sanno, ma il solo essere scelto ad un draft NBA ti dà diritto a 4 anni di contratto garantiti nella squadra che ti seleziona, per una cifra minima di un paio di milioncini di dollari complessivi. Se non sei proprio osceno, da lì un altro contratto di 3 o 4 anni a cifre modeste lo puoi ottenere. Ciò significa che essere scelto è più o meno come aver vinto alla lotteria. E per un LeBron James, ci sono centinaia di giocatori uscenti dai college che sperano di avere in mano il biglietto vincente.

Rewind. Jimmy nasce a Houston nel 1989. Il padre, manco a dirlo, abbandona lui e sua madre sin da subito. La periferia di Houston non è il miglior posto in cui crescere, ma il ragazzo è grosso e sopravvive. Arriva a 13 anni, e la maggior parte della fatica sembra fatta, quando un bel giorno la madre, reputandolo un cattivo ragazzo, gli urla «Non mi piace la tua faccia. Te ne devi andare». Non son scherzi da fare ad un bambino, penserete voi. Pensate male, perché non era uno scherzo, la madre lo stava cacciando, era stufa, e Jimmy era ufficialmente un bambino disperso nel quartieraccio di Tomball, a Houston. Potete immaginare, che in un quartiere così ci sarebbero mille scorciatoie, ma Jimmy non le prende, tira a campare per tutta l’adolescenza. Un po’ dagli amici d’infanzia, un po’ dai compagni di scuola. Per 4 anni, 4 anni cruciali della vita di ogni ragazzino, Jimmy non ha una casa, e se una mattina si sveglia in un letto, non sa se la sera andrà a dormire nello stesso, o se lo avrà, un letto.

Poi, a 17 anni, alla Tomball High School, un altro liceale, tal Jordan Leslie, lo sfida ad una gara di 3 punti, o three-point-contest, come lo chiamano loro. Jimmy lo straccia, e i due fanno amicizia. Così Jordan decide di portarselo a casa e presentarlo ai suoi, chiedendo se possa restare un po’ con loro. La famiglia di Jordan è così composta: madre e patrigno al secondo matrimonio, 7 figli, tre dalla madre, tre dal patrigno, uno dal secondo matrimonio. Potete immaginare che non conducessero uno stile di vita propriamente agiato, ma campavano dignitosamente. Jimmy non se ne va più, non hanno cuore di cacciarlo, ma gli dettano due condizioni: migliori i tuoi voti a scuola e stai fuori dai casini. Jimmy obbedisce e si impegna a fondo nel basket, che gli riesce particolarmente bene. D’altronde, quei 203 centimetri per 100 kili, insieme alle non convenzionali fibre muscolari che li accompagnano, aiutano, eccome. Mette in piedi cifre più che buone, ma negli scout nazionali non è segnalato se non alla voce numero 37. E così finisce al Tyler Junior College, non esattamente Duke o North Carolina. Jimmy però non si da per vinto, e gioca a buonissimi livelli, facendosi così rapidamente notare.

Dopo il suo anno da junior, arriva l’ennesima occasione della sua vita, e lui non se la lascia sfuggire. Lo chiama Marquette (l’ex-college di Wade). Il primo anno lo passa dietro a Wesley Matthews, poi ha la sua occasione per mettersi in mostra, e qui la testa di Jimmy, quella che lo ha tenuto in vita fino ad adesso, non lo abbandona. Pian piano si ritaglia un buon minutaggio, si fa conoscere come buon lavoratore, e come un ragazzo buono che ama il concetto di squadra: due cose che fanno impazzire gli scout NBA. Non solo, mette in mostra un grande repertorio di intangibles, quelle piccole cose che aiutano la tua squadra tanto quanto punti e assist, ma che non finiscono sui tabellini delle statistiche. A questo aggiunge due canestri decisivi, prima contro UConn, poi contro St. John’s, con cui porta Marquette al torneo NCAA (la fase finale del campionato universitario). Insomma, una buona cartolina per il draft, cui si aggiungono 15.7 punti di media, ed una menzione d’onore nella sua division, la Big East.

 «Fatta», direte voi. Non proprio. Prima deve partecipare al Porthmouth, un torneo cui partecipano tutti coloro che non sono sicuri di una chiamata al draft. È l’ennesimo treno da non farsi sfuggire, e Jimmy non lo perde. Miglior giocatore del torneo: biglietto vincente della lotteria in mano.

08butler1-articleLargeIl 23 giugno 2011, Jimmy Butler ha la certezza di essere scelto alla 31 da Miami. Le sorprese non sono finite però, perché il suo atletismo e la sua dedizione alle piccole cose e al gioco di squadra, fanno sì che Thibodeau lo scelga con la 30, portandolo con sé a Chicago. Dopo la fatidica formuletta di Stern, Jimmy è un giocatore NBA. Con lui la madre adottiva, Michelle Lambert, su cui svelo l’ultimo retroscena di questa storia. Jimmy aveva tenuto segreta la vicenda adolescenziale, non l’aveva mai raccontata a nessuno, né ai suoi coach, né agli scout, tanto meno ai compagni di squadra: non voleva che le persone lo trattassero diversamente solo per via della sua storia, voleva essere considerato come tutti gli altri. Alla fine del suo anno da senior, però, l’università lo vuole premiare, e allora Jimmy esce allo scoperto, portando con sé la madre adottiva, e raccontando al mondo quanto gli era accaduto.

Una storia fatta di tante sliding doors, che Jimmy ha sempre percorso dal lato giusto. Questa è la tenacia e la forza che caratterizza molti ragazzi che calcano i parquet più famosi d’America. È una storia a lieto fine, particolare, che valeva la pena raccontare. Senza dimenticare che, per un Jimmy Butler, ci sono milioni di ragazzi che invece vengono ingoiati dal destino, dalle scorciatoie o dalle scelte sbagliate. Per una canna che resiste, ce ne sono migliaia che si spezzano.

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