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inner2Sperato ma inaspettato. Sognato, contro ogni principio realistico dettato da avversari e condizioni dell’atleta. Un folle volo insomma, da cui poteva venir fuori di tutto. E tutto è proprio quello che si è portato a casa Christof Innerhofer. Oddio, ammetto che quei sei centesimi che l’hanno separato da Mayer un po’ di amaro in bocca lo lasciano; un attimo di attenzione in più sulle prime curve e chissà cosa sarebbe potuto essere… Ma nonostante questo, la sostanza non cambia: Inner ha compiuto un’impresa strepitosa, sotto diversi punti di vista. A partire dagli avversari: le premesse sembravano profilare un testa a testa all’ultima curva fra Miller, che a giudicare dalle prove dei giorni scorsi pareva essere il favorito, e Svindal, probabilmente il discesista migliore attualmente in circolazione; senza dimenticare l’outsider Mayer, considerato l’unico che potesse inserirsi nella lotta fra i due titani. E mentre quest’ultimo ha rispettato i pronostici (che gara la sua!), gli altri due hanno ampiamente deluso: Bode ha pagato forse un’eccessiva fiducia, maturata grazie a giorni di prove davvero mostruosi, e sicuramente la sua sciata poco ortodossa, che sulla spezza-gambe Rosa Khutor ha pagato dazio, vista la condizione atletica sicuramente migliore rispetto agli ultimi anni, ma comunque di un trentaseienne. Più difficile invece analizzare il flop di Svindal, che raramente si è visto scendere con una tale rigidità, cosa che inevitabilmente aggiunge centesimi nella discesa libera, dove è richiesta la massima scioltezza; che sia un’eccessiva pressione subita? Chissà.

inner3Ciò che conta è che Innerhofer, una volta al cancelletto, si è ritrovato con un’occasione più unica che rara: i grandi favoriti avevano steccato, occorreva la zampata perfetta. Sarebbe bello sapere cosa è passato nella testa di Christof in quei secondi. È sempre un momento molto particolare quello, la sensazione di essere in un’altra dimensione ma con una sensibilità a ciò che si ha attorno decisamente amplificata: il vento freddo, la pendenza che fino a quel momento non sembrava tale, la voglia che tutto passi il prima possibile. Un pensiero alla sua schiena sicuramente c’è stato: quella maledetta schiena che a tratti sembrava poter minare l’intera sua carriera, e che su una pista come la Rosa Khutor, che in termini di difficoltà atletica non ha nulla da invidiare alla Stelvio di Bormio o alla Streif di Kitzbühel, sarebbe sicuramente stata messa a durissima prova; un pensiero poi a una stagione che finora non l’aveva certo visto brillare, e che sarebbe stata definitivamente oscurata o risuscitata da quei due minuti che lo attendevano di lì a pochi istanti; forse, è stato in quel momento che Inner ha smesso di pensare. Per l’impresa occorreva sgomberare la testa, creare quell’intenso e mistico rapporto con la discesa che conosce solo chi l’ha provato, in cui vi è continuo botta e risposta fra sciatore e pista, una convivenza fra istinto e strategia da domare e dosare. Christof è partito, ha sciato come meglio sa fare, ovvero con testa e tecnica (qualitativamente infatti non ha nulla da invidiare a nessuno), il che gli ha permesso di arrivare alle ultime curve, quelle in cui tenere la schiena piegata e le gambe sotto controllo sembra essere più difficile che spostare una montagna, con ancora la giusta dose di energia. Traguardo tagliato, sguardo al tabellone, esultanza incontenibile.

podioLa gioia cristallina che ha travolto Innerhofer all’arrivo è lo specchio del tumulto che stava vivendo in questa stagione: un continuo “vorrei ma non riesco”, grandi speranze che sembravano non concretizzarsi mai, in un’annata con in mezzo i Giochi Olimpici per di più. E strappare un argento storico (la sua è infatti la terza medaglia italiana olimpica all time nella discesa libera) nella gara più affascinante e prestigiosa delle Olimpiadi invernali è stato il miglior ghostbuster per tutti i fantasmi che sembravano averne definitivamente minato la serenità, e soprattutto il giusto premio a un atleta che non ha mai smesso di lavorare con serietà e voglia. E il lavoro, come sempre, a un certo punto paga. Ora lo aspetta il SuperG, dove dovrà essere bravo a mantenere la concentrazione giusta, senza lasciarsi travolgere dalla gioia per questa incredibile medaglia.  Comunque andrà, da questa Olimpiade Innerhofer si porterà a casa la certezza, finalmente, di essere un campione, e la meravigliosa sensazione che quella magica alchimia fra se stessi e la pista è davvero ciò di cui ogni suo nervo è intessuto.

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