The_undertaker_by_alexfly

Accettazione. Al momento sono in questa fase. WrestleMania 30 si è conclusa domenica notte, ma per motivi vari, tra cui fuso orario e tradizione, sono riuscito a vederla solo martedì pomeriggio con amici e parenti al seguito. Tralasciando discorsi puramente tecnici e di booking che interesserebbero solo gli appassionati, mi voglio concentrare sull’Evento (lettera maiuscola d’obbligo) di questa edizione: la sconfitta dell’Undertaker. Per chi non lo sapesse il personaggio del Dead Man si è basato, soprattutto nell’ultimo quinquennio, sulla sua imbattibilità nello Showcase of Immortals, il Superbowl della WWE, l’evento più importante di tutto l’anno; per far capire i dati di vendita del Pay-Per-View “WrestleMania” sono di 10 volte superiori alle vendite del PPV successivo.

wrestlemania XXXIl refrain era, più o meno, sempre lo stesso: nascosto tutto l’anno, il buon Mark Calaway (così va all’anagrafe il wrestler) saltava fuori un mese prima dell’evento, sfidato da un grosso nome della Federazione (negli ultimi anni, ad esempio, ha sfidato Triple H, 14 volte campione del Mondo, e CM Punk, l’autoproclamatosi “best in the world”) certo di poter battere il suddetto Taker e di interrompere la fila di successi di quest’ultimo. Anche i match erano, di fatto, uno la fotocopia dell’altro: lo sfidante domina in lungo e in largo per buona parte del combattimento ma, alla fine, Undertaker prendeva il comando e in poco tempo spazzava via il nemico. La streak (il filone di vittorie) prosegue, il pubblico va in delirio e tutti a casa. Sabato notte eravamo arrivati a 21. Ventuno vittorie consecutive. Lo ripeto perchè si capisca quanto sia impressionante come dato: da ventun anni Undertaker vinceva a WrestleMania, senza se e senza ma.

Fino a domenica. Domenica è andato in scena il più grande shock collettivo sportivo della storia.

Taker perde. 21-1.

Impressionante è il gelo che cala in tutto il SuperDome di New Orleans (e sul divano di casa mia), dimora dei Saints di NFL, dove 80.000 persone non credono a quello che hanno visto. Alcune espressioni sono bellissime nella loro fissità: mischiano incredulità, rabbia, tristezza; però è così. Taker ha perso. I siti specializzati parlano di “la più grande sorpresa della storia del wrestling” , la notizia prende il sopravvento su tutto il resto, #ThankYouTaker è trend topic su Twitter per ore. Fatta passare l’ondata emotiva del fatto, oggi questo mi porta a fare una riflessione.

Da almeno un paio d’anni si chiedeva a Calloway di appendere il cappello al chiodo, da quel fantastico match con Triple H nella gabbia d’acciaio che poteva essere tranquillamente il perfetto match di chiusura di una carriera inimitabile per impatto sulla Lega, sugli spettatori e per quanto ha portato a casa tra titoli e record. Eppure era sempre lì, andava avanti pur mostrando segni inequivocabili di cedimento fisico. Già lo scorso anno, contro CM Punk, era evidente come si fosse già passata la “fase calante” e si era entrati nell’oltre, in quel momento in cui stai chiedendo al tuo fisico qualcosa che non può darti. Ha detto bene uno dei commentatori italiani: «ha perso contro l’unico avversario che non potevaAli sconfiggere: il Tempo». Ma la storia dello sport è piena di grandissimi che, non volendo abbandonare il campo, si sono esposti a brutte figure, umilianti per i campioni che erano stati. Pensiamo all’ultimo Mohammad Ali, sconfitto da pugili che, qualche anno prima, avrebbe distrutto in pochi istanti. Pensiamo al Magic Johnson di metà anni ’90, coach-giocatore dei peggiori Lakers di quel decennio. Pensate a moltissimi calciatori che continuano a trascinarsi per il campo, andando a velocità dimezzata rispetto a giovani che hanno a fianco, oscurando quello che sono stati. Perchè vanno avanti?

Non credo che si possa spiegare semplicemente “for the love of the game”, credo ci sia qualcosa di più. C’è la volontà, insita in ogni sportivo, di voler superare i propri limiti, di voler superare un muro che pare invalicabile. Battere l’ennesimo avversario che gli si para davanti e tornare, una volta ancora, l’idolo delle folle. Un misto di arroganza e fiducia in sé che, diciamolo, è la differenza tra i campioni e i grandi. Ma qui non si parla di tecnica, di un qualcosa migliorabile con esercizio, pazienza e costanza. Il Tempo non si batte. Il Tempo è ciò che l’uomo cerca di sconfiggere da sempre, l’ambizione all’immortalità del corpo o del proprio Io è l’obiettivo ultimo di tutte le scienze. Ma il Tempo vince sempre; arriva, lentamente, inevitabilmente, ineluttabilmente. Non a caso George Romero, quando inventò gli zombie moderni, quelli de “L’alba dei morti viventi”, impose il fatto che non corressero, ma camminassero e basta. Rappresentavano proprio questa ineluttabilità della Morte, del passare del Tempo che, volente o nolente, alla fine arriva e presenta il conto.

Casey-Stoner-007Quale è dunque il segreto? Lasciare quando si è al top? In pochissimi lo hanno fatto; a me viene in mente Rocky Marciano, che concluse la sua carriera da pugile imbattutto quando era ancora campione del mondo; Casey Stoner, che lasciò il mondo del motociclismo quando era ancora nel gotha della MotoGp a lui contemporanea. Bjorn Borg, che ai primi segnali di decadimento fisico lasciò il tennis. Difficilmente rivedremo Undertaker sul ring e, onestamente, mi spezza il cuore vederlo chiudere con una sconfitta, uscendo dal ring a testa bassa con quel 21-1 sulla testa. Stessa cosa succede al momento del ritiro di tutti i grandi: vederli andar via, lasciare il campo, quando non sono più loro stessi, quando ormai si sono tramutati in fantasmi di ciò che erano, è triste sia per loro che per coloro i quali li hanno seguiti e amati, per tanti anni. Ciononostante non si può non alzarsi in piedi e ringraziarli per tutto.
#ThankYouTaker.

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