Dimissioni Prandelli reuters

Prandelli Marchisio reutersIl tempo dei processi è appena cominciato. Ora ognuno avrà da dire la sua sugli errori commessi da Prandelli. E già tutti hanno affermato più e più volte, nel corso della serata di ieri, «Io l’avevo detto che…», «Io avrei fatto così…». Tutto vero. Prandelli ha commesso degli errori, e se siamo andati a casa precocemente è anche colpa sua. E adesso siamo tutti soddisfatti che Prandelli abbia avuto la decedenza di dimettersi dopo un simile fallimento. Ma l’errore più grande commesso dal CT in questo patatrac brasiliano sono proprio le dimissioni. Dimettersi, nel suo caso, non vuol dire assumersi le proprie responsabilità, bensì venirne meno. Soprattutto se si è appena firmato un contratto di altri due anni.

Da quando nell’agosto del 2010 Cesare Prandelli ha assunto la guida della nazionale ha avuto un solo obiettivo: costruire, sulle macerie del Mondiale sudafricano, una nazionale inedita, con una chiara idea di gioco, che diventasse la nazionale amata da tutti. Ecco allora il tentativo di dare un’identità nuova al gioco azzurro, imbottendo il centrocampo di piedi buoni, e puntando sui giovani, Balotelli in testa. Le difficoltà incontrate sono state parecchie e non indifferenti: i giovani italiani emersi in questi quattro anni sono stati pochi (erano in campo ieri: Verratti, De Sciglio, Darmian, Immobile), i campioni di classe internazionale che avevamo fino a qualche anno fa (Totti, Del Piero, Nesta, Cannavaro) non ce li abbiamo più. Come se non bastasse, il contemporaneo declino delle nostre squadre in campo europeo ha ridotto il bacino della nazionale a giocatori con poca – a volte nulla – esperienza internazionale. Una volta i nostri giocatori avevano in bacheca fior fiore di trofei europei, ora gli unici ad averceli sono i veterani, Pirlo e Buffon.

Nonostante questi ostacoli, che si sommano al fatto che un CT ha a disposizione i propri giocatori solamente poche giornate all’anno – e quindi dare una nuova identità diventa dura – Prandelli è andato per la sua strada, cercando di costruire una squadra che fosse padrona del gioco e si avvicinasse a diventare, come affermato dalla stampa dopo la vittoria con l’Inghilterra, una TikiItalia. Anche il codice etico, apparso a volte patetico, andava nella direzione di una nazionale bella, pulita, giovane e divertente. Prandelli sapeva bene cosa voleva.

Prandelli euro 2012 reutersI primi positivi frutti del lavoro del CT si sono visti a Euro 2012, con un buon calcio proposto e un secondo posto arrivato dopo aver eliminato Inghilterra e Germania. Il progetto-Prandelli si stava sviluppando nella direzione giusta, e la batosta presa in finale con la Spagna era da stimolo perché il lavoro continuasse. Poi è storia dei giorni nostri: il Mondiale brasiliano è un flop, e il credo di Prandelli affonda imbrigliato tra le maglie di un’impenetrabile difesa costaricana e colpito da Godin.

E qui il CT commette il grande errore: le dimissioni.

Bearzot, dopo aver disputato un ottimo Mondiale nel 1978, fece flop agli Europei casalinghi del 1980 sollevando un mare di critiche. Pochi se lo ricordano, perché a essere rimasti nella memoria di tutti sono i Mondiali di due anni più tardi. Pensate se il Vecio, di fronte alla figuraccia dell’Euro, si fosse dimesso. Friulano testa dura, se ne fregò delle polemiche, e continuò a lavorare sul suo progetto, e i frutti definitivi si ebbero nell’indimenticabile Mundial.

Prandelli dimissioni ansaQuesto delude di Prandelli: la mancanza di convinzione nel voler portare avanti le proprie idee. Si può sbagliare, come il CT ha in effetti sbagliato in queste settimane, ma se uno è certo di seguire la strada giusta, non si ferma davanti alle delusioni o alle critiche. Bearzot e Lippi prima di vincere stavano antipatici a molti, perché se ne fregavano di quello che affermava il mondo, e portavano avanti il proprio progetto. Prandelli non sta antipatico a nessuno, e infatti non è capace di infischiarsene di chi gli dà contro.

A Cesare è mancata la forza di dire «Ho sbagliato, ma non è tutto da buttare, e continuerò su questa strada». Certo sarebbe stata dura, certo ci sarebbero state settimane e forse mesi di critiche pesanti nei suo confronti. Ma la storia del calcio e quella della nostra nazionale insegnano che è passando attraverso le bufere che si raggiungono i risultati. E i due anni di contratto sottoscritti poche settimane fa stavano a significare che il progetto non era ancora terminato. Al CT però è mancato il coraggio di portarlo avanti proprio ora, nel momento più difficile. Peccato, perché l’Italia vista con l’Inghilterra – così come quella vista all’Europeo di due anni fa – dimostra che il lavoro di Prandelli non è tutto da buttare. Ma nella vita e nello sport bisogna avere la capacità di rialzarsi quando si cade. A qualunque costo. È sempre un errore – e in fondo troppo facile – rimanere a terra e dire «Ok, non gioco più».

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