massimo-cellino

LeedsUtdSi parla tanto in queste ore della scalata di Massimo Cellino ai vertici societari del Leeds United, club inglese che milita in Championship, l’equivalente della nostra Serie B. Secondo molte testate giornalistiche italiane, l’affare è già bello che concluso: 50 milioni di euro per rilevare il 75% del club. Di conseguenza l’Inghilterra diventerebbe terra di conquista anche per i businessmen nostrani: dopo la famiglia Pozzo proprietaria del Watford, anche l’imprenditore cagliaritano riuscirebbe al secondo tentativo, difatti il primo infatti fu quello, poi fallito, di acquisire il West Ham United.

Ma concentriamoci sul Leeds. La saggezza popolare dice che sai quello che lasci ma non sai quello che trovi e allora io, modestamente e per quello che posso, mi permetto di far luce su cos’è e cosa rappresenta il Leeds United Football Club nel calcio d’oltremanica. Come già detto, il club ora milita nella seconda serie più alta della piramide calcistica inglese. Attualmente la squadra non se la passa particolarmente bene: con 35 punti in 26 partite occupa la dodicesima posizione in campionato, pesa però il rendimento dal Boxing Day fino a oggi. In questo mese infatti i Whites hanno ottenuto un punto in cinque partite e tra di esse figurano l’eliminazione per 2-0 al terzo turno di FA Cup per mano dell’ottimo Rochdale, club di League Two (quindi due gradini più in basso), ma soprattutto il 6-0 patito nello Yorkshire derby in casa dello Sheffield Wednesday. Ad alibi parziale va però detto che l’ultima sconfitta è uno 0-1 immeritato in casa contro la capolista Leicester City con gol subito a due minuti dalla fine. Ad ogni modo, Brian McDermott ha a disposizione un organico che magari non è all’altezza del già citato Leicester o del QPR, ma che può tranquillamente competere per un posto nei playoff di fine campionato.

Don ReviePiù che il presente, il fascino di questa squadra è generato da un arco di tempo molto preciso, che va dal 1968 al 1975. Prima del 1968, i motivi d’orgoglio sono pochi e secondari: un’altalena tra la Prima e la Seconda Divisione che inizia negli anni Venti e termina nel 1964 nella quale spicca il nome di John Charles, possente attaccante gallese che nel 1957 passa alla Juventus per la cifra record di 65 mila sterline. Ma a metà anni ’60 un uomo prenderà per mano la squadra portandola in cima all’Europa. Quell’uomo è l’allenatore della squadra, Donald George Revie, meglio noto come Don Revie. Tanto per cominciare egli cambiò stemma e colore delle maglie: dalla maglia blue and gold si passa a divise di un bianco immacolato, riprendendo la camiseta blanca del Real Madrid ed il crest diventa un gufo. È il 1965 e il Leeds inizia a imporsi giocando il suo calcio palesemente scorretto, la prova tv ai tempi non c’era per cui gli undici in campo potevano farne di ogni: provocazioni, calci, pugni, sputi, di tutto. Non per niente il soprannome diventò Dirty Leeds; fair play questo sconosciuto. Però il gioco sleale, se giocato da ragazzi coi piedi buoni, paga e la squadra sfiora il double perdendo la finale di FA Cup col Chelsea e il campionato per colpa della differenza reti. Il 1967 vede i ragazzi ancora al secondo posto, stavolta in Coppa delle Fiere: la Dinamo Zagabria vince il titolo per 2-0. L’appuntamento però è rimandato solo di poco: nella stagione 1967-1968 arriva prima la rivincita in Coppa della Fiere battendo il Ferencvaros, poi la League Cup ai danni dell’Arsenal. L’anno seguente quindi i bad boys di Brian-Clough LeedsDon Revie dominano il campionato con ben 27 vittorie e appena 2 sconfitte. La stagione 68/69 è importante anche per un altro motivo: il Derby County viene promosso in First Division. Perché tutta questa importanza? Perché i Rams sono guidati da Brian Clough, e lo scontro tra i due allenatori sarà all’ordine del giorno per gli anni a venire. Il 1970 è un’altra grande stagione: vittoria in Charity Shield, semifinali di Coppa dei Campioni (eliminati dal Celtic), sconfitta in finale di FA Cup e secondo posto in campionato. In effetti i titoli vinti non sono molti, ma il periodo è comunque esaltante. Nel 1971 arriva la seconda vittoria in Coppa delle Fiere, ai danni della Juventus. Gli ultimi tre anni sotto la gestione Revie vedono il Leeds conquistare la FA Cup per la prima volta e il titolo nazionale per la seconda. In mezzo, la finale di Coppa delle Coppe dominata contro il Milan ma persa per 1-0.

1974 quindi. I tifosi non lo sanno, ma il declino è iniziato. Don Revie viene chiamato ad allenare la Nazionale e al suo posto arriva la sua nemesi Brian Clough, che in 44 giorni fa in tempo a perdere la Charity Shield contro il Liverpool, in una partita ricordata più per la rissa tra Billy Bremner e Kevin Keegan che altro. Il dualismo Clough-Revie e quei 44 giorni vengono magistralmente raccontati da David Peace nel suo “Il Maledetto United”; poco più un mese, sì, ma un arco di tempo assolutamente fondamentale per la carriera di Cloughie. Jimmy Armfield, suo sostituto dopo l’esonero, porta in quell’anno la squadra in finale di Coppa dei Campioni a Parigi contro il Bayern Monaco. Partita che i tedeschi vincono 2-0, cosa che, detto fuori dai denti, è una ladrata bella e buona, perché il Leeds domina, si vede non fischiati due rigori solari e un gol prima convalidato e poi fatto annullare dalle proteste di Beckenbauer. Risse in campo, proteste, urla. Tutto inutile. Armfield passa la notte a vagare per la città con una bottiglia di champagne in mano e per non farsi mancare niente, il club viene squalificato pe quattro anni dalle competizioni europee, poi ridotti a due in appello. Squalifica che non verrà mai applicata, perchè il Leeds chiude il suo periodo d’oro e cade in un limbo che si chiude nel 1982 con la retrocessione.

Cantona LeedsL’ultimo colpo di coda è a fine millennio: promossi nel 1990, nel giro di due anni la squadra si porta in cima alla classifica vincendo il campionato. Dopo anni difficili, a Elland Road già si pregustavano i fasti del passato considerando la squadra che si era formata: l’esperienza dei veterani come Strachan e Lukic unita al talento di giovani come Gary Speed. Tra tutti poi, si stava svelando alla nazione il potenziale di Eric Cantona. Il periodo si chiude con delle buone prestazioni in coppa UEFA, dove il cammino si ferma alle semifinali. Nel 2001 delle previsioni errate sugli introiti fanno cadere la squadra in crisi finanziaria, che quindi fu costretta a vendere prima i suoi talenti, poi i beni immobili e infine la proprietà dello stadio. Nel 2005 il 50% del club viene venduto a Ken Bates, e sotto la sua gestione il Leeds dopo un primo anno convincente sprofonda in bassa classifica e in più entra in amministrazione controllata, che significa penalizzazione di dieci punti, che a sua volta comporta retrocessione aritmetica. Per la prima volta nella sua storia centenaria la squadra conosce l’onta della terza divisione. Ne uscirà solo nel 2010, e da lì il cammino è relativamente tranquillo, soprattutto fuori dal campo quando nel luglio 2013 la GFH-Capital, banca con sede in Bahrain, rileva il 100% delle quote.

E qui giungiamo (qualcuno forse dirà che era anche ora, mi scuso) ai giorni nostri. Tra i dirigenti di questa GFH c’è David Haigh, che viene nominato AD del club. Egli formula l’offerta dell’acquisto del 75% delle quote per conto di un consorzio chiamato Sport Capital diretto dallo stesso Haigh insieme a Andrew Flowers, che a sua volta è a capo della Enterprise Insurance, che guarda caso è il main sponsor del Leeds. Dove si situa Cellino in tutto questo? Lo scenario più probabile è il takeover, nel quale egli si trovi ad agire di concerto con la Sport Capital. Certamente non è una trattativa-lampo come qualcuno fa pensare, ma si sta lavorando sottotraccia da almeno due settimane. Le redazioni dello Stivale molto hanno scritto al riguardo e frettolosamente hanno dato per conclusa l’operazione, ma non è così. Lo scoglio da superare per Cellino sarà il “fit and proper person test” che sostanzialmente ha come obiettivo il testare l’affidabilità di chiunque possieda più del 10% o 30% delle quote di una squadra, a seconda del campionato di appartenenza. Il requisito più importante è che il candidato non abbia condanne penali in sospeso e che non abbia portato un club in amministrazione controllata per più di due volte. Si mormora che per l’imprenditore sardo il dubbio resta principalmente sulla questione Is Arenas, e anche se la condanna è già stata scontata, la vastissima articolazione del test potrebbe portare brutte sorprese. Se così fosse, l’imprenditore non potrebbe diventare formalmente proprietario del club, ma ciò non gli impedirebbe di partecipare alla gestione se fosse semplice socio della nuova proprietà. Pur non essendo un’operazione economicamente esorbitante all’interno del panorama calcistico, è comunque più complessa di quanto alcuni vogliano far credere. E soprattutto non è ancora stata portata a termine, poco ma sicuro.

Rispondi