Come i giorni precedenti, al mio arrivo al Meeting Point International di Kireka vengo accolta a suon di tamburi e urla di gioia. Bambini che corrono veloci sui loro piccoli piedi, donne con sorrisi così smaglianti da illuminare la notte più scura. Come i giorni precedenti, Rose Busingye, l’incredibile infermiera ugandese responsabile di questo pandemonio, mi fa sedere su una panchina scassa e, ancora una volta, mi chiedo chi direbbe mai che quelle donne africane che ballano e ridono fin dal mattino siano ammalate. Non parlo di una malattia qualunque, ma di uno dei più grandi flagelli del ventunesimo secolo: il virus HIV. Un fardello particolarmente comune in Uganda, come se la povertà estrema che si respira passeggiando per gli slums di Kampala, le altre decine di malattie infettive presenti e le condizioni di sottosviluppo in cui si trova questo meraviglioso paese non bastassero.

Eppure è così, questa è la realtà. Prima la si accetta, prima si riesce a limitarne i danni, a cogliere quello che di buono può esserci anche nelle situazioni peggiori. Svegliarsi la mattina e dirsi “ho l’AIDS, mio marito mi ha lasciata sola con cinque figli, senza contare quei due bambini trovati per strada di cui non ho potuto fare a meno di prendermi cura, e il mio lavoro consiste nello spaccar pietre sotto al sole cocente per pochissimi scellini”. Tutti i volti sorridenti che mi incitano (convincendomi ogni volta) ad unirmi alle loro danze colorate, nascondono storie come questa. E ridono, scherzano, prendendosi in giro a vicenda e soprattutto prendendo in giro me, che annuisco un po’ intimidita senza capire una sola parola.

Non posso fare a meno di domandarmi come riescano ad essere così speranzose, dopo tutte le prove tremende che la vita ha loro inferto. Mi sento improvvisamente inutile: che aiuto posso dare? In che modo posso essere utile?

Sono andata in Uganda a inizio settembre con l’intento di osservare Rose all’opera nei vari centri da lei fondati: un paio di stabili di accoglienza e cura per le donne malate, una casa per bambini, una scuola e un apparato burocratico addetto alle questioni relative al fenomeno delle adozioni a distanza. Non che credessi di salvare l’Africa, ma ero convinta che un aiuto concreto l’avrei potuto dare.

Mi sono accorta che non c’era bisogno di me. Inaspettatamente, in maniera sconvolgente, mi è sembrato chiaro come il sole che l’unica cosa che potevo fare era esserci, vivere con loro quelle lunghe giornate senza programmi né orari, dove conta solo il fatto di esistere: loro si alzano, malate e poverissime. Passano la giornata insieme, accompagnate dal sorriso e dalla forza di Rose, in un paese che non garantisce la sicurezza di arrivare vive alla sera. Eppure, paradossalmente, hanno più speranza di me.

La povertà è da sconfiggere, l’educazione è da portare su tutti i livelli. Ma la certezza del futuro senza la quale è impossibile fare le cose, che io credevo di possedere almeno in parte, l’ho vista in loro più forte che mai. Partecipare della loro realtà e della loro speranza per farle mie, ecco quello che ho potuto fare. Necessario? Non indispensabile per loro, fondamentale e totalmente nuovo per me.

Alla prossima, Maddy

Per maggiori informazioni:
http://meetingpointkampala.blogspot.com/
http://www.avsi.org/

 

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