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Nuovo appuntamento de La Voce dell’Ideologia, che, forse per i grandi colpi di scena di questo week end, è ispirata da lampi poetici e toni epici. E un j’accuse…

JUVENTUS

È come una delle prime fughe d’amore. Quelle in cui all’inizio ci si prende, ci si lascia e poi si scappa in disparte anche solamente per stare un po’ distanti dagli altri, tu, la tua signora e basta.
È come le prime volte che stai con una ragazza che ti piace. Non puoi smettere di guardarla, di ammirarla, consapevole di avere tra le mani una pipita. Le perdoni anche qualche passaggio a vuoto perché tanto sai che la volta dopo non ti deluderà.
È come un sentimento misto di gioia, amore, ma allo stesso tempo timore o, per meglio dire, prudenza. Un sentimento nel quale non si è sempre allegri ma che in ugual modo non può lasciarti sorridere appena succede che fate i buffoni.
È come quando tuo figlio e tua moglie tornano dall’ospedale dopo il parto. Non riesci a fare altro se non coccolarlo, accudirlo, renderlo felice perché, nel profondo del tuo cuore, sai che questa è una piccola ma grandissima joya.
È come quando sei di fronte ad un tramonto e ti emozioni. Ti emozioni per il rosso candido delle nuvole e per la piacevole brezza che senti sulla pelle. Ti stupisci per il passaggio filtrante di qualche essere celestiale e sei lì che mire al cielo e non fai altro.
È come quando sei fuori in compagnia e di colpo, quasi senza preavviso, arriva uno degli amici di sempre e, pjaca o no, non riesci a non meravigliarti e abbracciarlo.
È come una freccia che colpendoti ti riporta indietro al passato, non per la qualità della freccia in sé, ma per quel suo nome che così tanto ti ricorda di un alex già passato ma mai dimenticato.
È come se Pinocchio fosse improvvisamente esistito davvero. Lui e quel suo naso folle, lui e quella determinazione di pochi, lui e quel suo riuscire anche se i mezzi non glielo consentivano. Come se Geppetto si fosse chiamato Giorgio.
È come il famoso “Uncle Sami”, che siccome spesso non ci arriva col fisico, usa la testa e la psiche come pochi altri.
È come quando la Serie A va in pausa, e tu vai in ferie primo, felice e vittorioso.
È come quando ti chiami Juve. Ci sei abituato a stare lassù, ma non smetti mai di esserne felice.

La Furia Ceca

MILAN

cc151cee01f14d41bfcf2907dd06a319-kIqG--896x504@Gazzetta-WebIl calcio è strano, il calcio non ha regole, o meglio, ha le sue di regole; uno può cercare di incasellarle o schematizzarle per provare a prevedere gli esiti futuri delle varie situazioni, ma puntualmente lui se ne frega, decide lui dove andrà la palla secondo una logica che in fondo a noi sfugge. Così anche le circostanze dall’esito più scontato possono ribaltarsi nel giro di pochi minuti, prendendo direzioni prima impensabili, e l’unica cosa che realmente, concretamente, serve fare è crederci fino in fondo, non mollare, lanciare il cuore oltre l’ostacolo con la certezza che nulla è scritto e che il dio del calcio ama premiare non chi è più dotato o organizzato ma chi con le unghie e coi denti si attacca ad un sogno. Minuto undicesimo del secondo tempo, ci risiamo, sprofondo rossonero, col Sassuolo proprio non gna possiamo fà, un Pellegrini qualunque puntualmente si veste da Messi facendo sembrare i vari Paletta di turno come quegli strani personaggi da oratorio ormai troppo cresciuti per giocare con ragazzini che vanno al doppio della velocità. Minuti duri, minuti di terrore, la sensazione che dagli ultimi 3/4 anni di oscenità calcistiche non sia cambiato in fondo una beata mazza, siamo sempre la solita banda di depressi che improvvisano un gioco senza alcun senso. Ma è proprio qui, ora, in questi attimi di sudore freddo che si vede di che pasta è fatta una squadra, è in questi momenti che si decide interiormente se cambiare la storia o accasciarsi, sedersi e subire passivamente. Questa è la differenza dagli anni scorsi. Facciamo pena uguale, sia chiaro, il gioco, nel migliore dei casi, ti fa addormentare nell’abbraccio di un caldo divano, mentre per i poveri irriducibili fedeli da stadio la scomodità e la nausea la fanno da padrone; in ambedue i casi, comunque, è solo uno il pensiero ricorrente: ma io che cazzo sto facendo? Perché sto qui a vedere sti morti di fame quando in tv danno The Walking Dead la cui trama horror è sicuramente migliore? E invece non è finita, non è finita finchè non è finita, è qui, ora, che si fa la storia: e allora c’è Niang che corre come un ossesso lotta su tutti i palloni, non molla, conquista rigori e punizioni che poi sono gli altri a battere; c’è Paletta che si scaraventa in rete con la furia con cui una bestia si fionderebbe sulla sua preda; c’è il solito cuore Poli nato per entrare e dare tutto in quei dieci minuti (e che palle deve essere… altro che una vita da mediano!); c’è Locatelli che entra con la spensieratezza che solo i grandi hanno e segna di sinistro all’incrocio, lanciandosi poi in una corsa liberatoria verso un futuro tutto da scrivere. E c’è  poi il comandante di questa banda di scappati di casa che, fattosi cacciare, sbircia da dietro un vetro, come un bambino che i genitori hanno spedito a letto ma che non ha nessuna intenzione di perdersi questo finale perché sa che il calcio è così, non lo puoi comandare, non puoi capirlo, puoi solo continuare a sperare fintanto che la palla rotola.

Il Re dell’Est

INTER

roma-inter-2-1-la-telecronaca-di-recalcati-video__730__000756048Partiamo da un dato incontestabile: a Roma si può anche perdere. Tranquillamente. Può capitare, stiamo parlando di un’ottima squadra, quella giallorossa, che da anni è accreditata come principale rivale della Juventus. Proseguiamo con una serie di altri dati incontestabili, anzi, i più incontrovertibili di tutti: i numeri. Stando a questi, l’Inter ha tirato verso la porta 17 volte, ha ottenuto il 64,3 percento del possesso palla (in trasferta, all’Olimpico, contro la Roma), compiuto ben 33 cross e vinto il 100 percento (sì, tutti) dei contrasti. Certo, i numeri non dicono tutto, o meglio, quando applicati al calcio è probabilmente l’unico caso in cui anche sommandoli non danno un risultato certo. Ed infatti è proprio lui, il risultato, ad essere andato storto: abbiamo perso, per 2-1. Loro sono stati più fortunati di noi, dei loro 19 tiri (tanti, sicuro, ma è la Roma eh!) uno si è preso una serie di carambole che hanno spiazzato Handanovic, e tanti saluti. Crudele, ma tant’è. L’esito, dunque, è una sconfitta di misura in cui si è evidenziata sì una certa fragilità difensiva, e non mi pare certo una novità dell’Olimpico, ma contestualmente è spiccato un brillante gioco offensivo, fatto di azioni sulle fasce, centrocampisti che si inseriscono, possesso palla volto alla finalizzazione e non al “teniamocela per non lasciarla a loro”, grinta sui contrasti e tantissimi occasioni da gol. Eppure, ad aprire i giornali del giorno dopo, pareva che la Roma ci avesse uccisi, martoriati sotto i colpi di un Dzeko improvvisamente diventato un attaccante fenomenale (Massimo Mauro su Sky, nel dopo partita, l’ha paragonato a Van Basten, e già qui si potrebbe smettere di scrivere qualsiasi cosa…) e di una Roma padrona del campo e del giuoco, come piace dire a qualcuno. Cazzate, banali rigurgiti di paventato giornalismo volto a gettare benzina sui fiammiferi per farli diventare incendi. L’Inter ha mostrato alcune cose che non vanno, certamente, a cominciare dalla difesa, dove il problema è fondamentalmente di capitale tecnico più che di organizzazione; ma allo stesso tempo ha finalmente giocato a calcio, come non faceva da anni, ha messo sotto una pari livello (anzi, una squadra ben più rodata e pronta) con personalità, brillantezza e audacia. Ci ha sconfitto la sorte, i nostri tiri non volevano entrare, il colpo di testa di Manolas invece ha scheggiato Icardi prima di planare alle spalle di Handanovic. Il pari sarebbe stato il risultato perfetto, la vittoria della Roma lascia amarezza ai nerazzurri tanto quanto sarebbe accaduto ai giallorossi in caso opposto. Ma, come detto, a Roma si può anche perdere. Eppure, ancor più che nel punteggio, la vera sconfitta è negli stessi tifosi interisti che si lagnano di qualsiasi cosa senza accorgersi minimamente degli stratosferici passi da gigante che la squadra, in termini di gioco e personalità, ha compiuto in solo un mese; ancor più deludente è la sconfitta del giornalismo sportivo che ormai ogni settimana viene inscenata proprio da coloro che dovrebbero incarnarlo: tre settimane fa l’Inter era una squadra rinata, con un fuoriclasse in panchina e la domanda fatidica a rimbalzarle nelle orecchie: “Ma è da scudetto?…”. Oggi è già tornata ad essere un gruppo senza né capo né coda, fatto di scarti e fessi a dirigerla e bla bla bla. Che pena, che vergogna. Da parte mia c’è l’ovvia consapevolezza di quanto va migliorato, ma anche la soddisfazione nell’aver visto l’Inter finalmente giocare a calcio, imporsi in trasferta su campi difficilissimi e dominare la partita. Ma pare che, per un motivo o per l’altro, a molti, anche fra i sedicenti interisti, convenga sostenere la causa del catastrofismo e del banderuolismo. Nel caso non sia chiaro: j’accuse!

Alvaro Nazario Prisco

4 Commenti a “La Voce dell’Ideologia: Italia, terra di poeti, eroi e pagliacci

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