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Nuovo appuntamento de La Voce dell’Ideologia, che in questa quarta giornata di campionato ha visto il primo scontro diretto della stagione. E nel frattempo il Milan…

JUVENTUS

pjanic-icardi-inter-juventus-serie-a_1bmvkv9242acg1v7amndaixihrSolitamente gli ideologici, di qualunque branca si tratti, si possono suddividere in due macro categorie. Quelli che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno e quelli che invece alla prima cosa che non va come deve andare sono pronti a celebrare onoranze funebri. Dopo l’ultima giornata di campionato queste due categorie nel nostro mondo juventino sono più distinte che mai. Eh già, la sconfitta contro gli odiati nerazzurri è un duro colpo da digerire, tanto più se arriva dopo una prestazione penosa, sempre degli interisti, nella settimana europea. Tutti ad aspettarsi i nostri beniamini cavalcare sulle macerie della milano interista e invece tac. Questi imbeccano la partita dell’anno proprio contro di noi. Certo, diciamo che Asamoah per qualche lungo periodo è sembrato daltonico – vedesi assist per il secondo gol nerazzurro – diciamo anche che Pjanic regista più no che sì e che il povero Marione non ha avuto un pallone giocabile che fosse uno. Poi ecco, magari Higuain si poteva fare entrare prima però è un alibi troppo leggero per reggere. Purtroppo però parlare parlare parlare non serve a nulla. Diciamo invece che comunque i giocatori sono sembrati un pelo (ma giusto un pochino eh…) stanchi, a tratti quasi fermi, comunque quasi sempre in ritardo sulle seconde palle. In tutto ciò però è meglio guardarsi in faccia, rendersi conto della figuraccia fatta e ripartire. Ripartire dalle prestazioni di inizio anno, dalla voglia dimostrata in questo mese scarso di campionato. Ripartire da posizioni dei giocatori corrette, vero Mister? Che stavolta non le hai proprio azzeccate, ripartire dalla fame di vittorie che ci contraddistingue da sempre. Dalla classe dei vari fenomeni che abbiamo in squadra, da una difesa che dovrebbe essere sempre insuperabile. Cerchiamo insomma di non fare parte delle due macro categorie di cui sopra, ma cerchiamo, nei limiti imposti dalla nostra fede ideologica, di essere quantomeno razionali. Rimboccarsi le mani e lavorare. Che poi, una gioia alla seconda squadra di Milano dovevamo pur lasciarla…

La Furia Ceca

MILAN

214346649-461ab25c-6459-40b9-b7f9-203e216f3764Ed eccoci qui, zitti zitti, a 6 punti, ad appena una lunghezza dall’Inter e a 3 dalla Juventus. Non è l’El Dorado, chiaro, ma poteva andare decisamente peggio. La partita con la Samp ha offerto diversi spunti interessanti, ma uno su tutti: questo Milan è in grado di vincere anche senza dover per forza sfoderare il partitone. Una consuetudine per un grande squadra, si dirà, ma per i rossoneri di questi tempi ogni piccolo passo è un balzo, e per ora ci va bene così. La Doria infatti ha complessivamente giocato meglio, è stata più organizzata e brillante, e sì, anche più pericolosa. Eppure l’abbiamo spuntata. Sia chiaro, lungi voler sostenere che ci attenda un futuro luminoso, tutt’altro: il Milan, questo Milan pardon, rimane una squadra di mezza classifica, che tuttalpiù può togliersi soddisfazioni legate a singole partite; bene, quella di Marassi è stata una di queste. Venendo ai singoli, diversi promossi e qualche bocciato. Fra i primi spicca Suso, che si è confermato una delle note più liete di questo avvio di stagione, e il fatto che non provenga dal mercato estivo è difficile dire se sia una cosa positiva o l’ennesima prova di incapacità della società. Bene anche Calabria, ragazzino su cui puntare assolutamente specie in stagioni di transizione come questa e specie, ancor di più, se l’alternativa è Abate; se l’è cavata egregiamente anche Paletta, che chissà che la scrollata con cui si è finalmente levato di dosso quei pochi capelli che aveva non abbia portato via anche le troppe incertezze tipiche dell’ex difensore della nazionale (santo cielo…). Infine, menzione di merito anche per Lapadula, che non è Schevchenko e lo sapevamo, ma che almeno a livello di grinta ed impegno ricorda i campioni dei bei tempi andati. Fra le note stonate della sinfonia (ok, la canzonetta) rossonera spicca una volta ancora capitan Montolivo, che nemmeno questa volta qualcuno è riuscito a indirizzare verso un altro stadio per impedirgli di giocare, e, purtroppo, Bonaventura: quest’anno non si è ancora visto un Jack ispirato e decisivo come nelle scorse stagioni, ed è pure difficile capirne il motivo, se tattico o psicologico. Un uomo che Montella deve recuperare il prima possibile, essendo uno dei pochi più o meno buoni che abbiamo. Chiusura dedicata all’avvoltoio per eccellenza, quel Mino Raiola che ha già cominciato a minacciare, seppure velatamente come nel suo stile, di portare via Gigio Donnarumma da Milanello in tempo brevi: caro Mino, i bonus e le percentuali sui tuoi assistiti che tanto ti stanno a cuore fatteli con qualcun altro.

Il Re dell’Est

INTER

A chi ci dava già per spacciati.
A chi si fregava le mani attendendo solo una nuova e rovinosa caduta.
A chi si è presentato a San Siro con il pallottoliere, in attesa della goleada.
A chi 94 milioni pagabili in due anni.
A chi ruba il campionato e in Serie B ci è stato.
A chi ironizzava.
Su De Boer.
Su “Fozza Inda!”
Su Joao Mario e Banega.
A chi Frank lo voleva già su un aereo di ritorno per Amsterdam.
Perché i nemici sono anche all’interno.
Oh sì.
Quelli che vivono in attesa della graticola.
Quelli che avevano messo già tutti sulla graticola.
Quelli che “’sti cinesi non combineranno nulla”.
I feticisti dell’esonero.
Gli onanisti del dito puntato.
Anche a loro.
Forse soprattutto a loro.
Insieme ai titolisti.
A quelli della “vergogna”.
Insieme alla stampa illuminata.
Ai predicatori da salotto.
Ai predicatori da quattro soldi.
Ai cialtroni da quattro soldi.
Nei salotti da quattro soldi.
A chi “Icardi andava dato al Napoli”.
A quelli che “era meglio Mancini”.
A quelli che “era meglio Mazzarri”.
A quelli che “sarebbe stato meglio…”
Agli amanti di passati e condizionali.
A chi interessa tutto tranne che il presente.
A chi proprio non lo capisce il presente.
A chi ci guardava sorridendo.
No, sogghignando.
A chi ci guardava sogghignando, ecco.
Sì, proprio a loro.
Quelli che sorridono maliziosamente, guardandoci.
Perché provano pena per noi.
Perché credono di provare pena per noi.
Perché si sentono migliori a provare pena per noi.
Dopo anni di frustrazioni.
Quelli con quel ghigno maledetto.
Il ghigno di chi crede di sapere.
Di capire.
Di poter prevedere.
A quelli che da qualche settimana avevano quel ghigno stampato in faccia.
Che si sono presentati a San Siro con quel ghigno.
Mascherato da finta umiltà.
Da finto rispetto.
Che il ghigno lo amplificano ancor di più.
A quelli che credevano di uscire da San Siro con ancora quel ghigno in faccia.
A chi credeva di poterci guardare ancora con quel ghigno.
Sogghignando.
Sogghignando come chi crede di averla in tasca.
La partita, la verità, la vita, tutto quanto.
A questi qui, insomma.
A questi qui che ci guardavano sogghignando maledettamente sogghignando impunemente sogghignando odiosamente sogghignando incautamente sogghignando schifosamente sogghignando ironicamente sogghignando e infine ma più di tutto penosamente sogghignando,
a loro più che a tutti:
un caloroso abbraccio.

Alvaro Nazario Prisco

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