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Nuovo appuntamento de La Voce dell’Ideologia, che per questa terza giornata di campionato si focalizza sul tango bianconero, un Milan che “dove eravamo rimasti?” e su un’Inter che, udite udite, forse ha trovato un allenatore che davvero la capisce.

JUVENTUS

Higuain.Dybala.Juventus.2016.17.750x450È successo quello che tutti noi ci aspettavamo succedesse. Un tango argentino con influenze e affluenze bosniache. Un ballo in cui “poche regole semplici dettano i limiti dell’improvvisazione”. Un ballo unico e incredibile. Un ballo che ha colorato il tardo pomeriggio di un normale sabato torinese. Un tiro, Buffon che para, un angolo contro. Ma poi un contropiede, rapido, letale, maestoso. Un contropiede finalizzato da quella coppia argentina che ci sta facendo tanto sognare. Dybala che porta palla, il taglio in profondità del Pipita, un assist millimetrico e poi boom. Una fucilata, una rasoiata di Higuain per il gol dell’1-0. Stadium in delirio, e noi, che la vedevamo da casa, che gongolavamo come tanto ci piace fare. Anche perché in 5 minuti la partita era già in discesa. Poi nuovamente, inesorabilmente, felicemente Higuain. Una girata spettacolare, difficile ed efficace. E poi l’assist di Khedira, vero uomo in più di questo inizio campionato. Infine alla mezz’ora ecco le influenze bosniache. Il tango si tinge di colori nuovi e anche Pjanic firma la sua prima rete in maglia bianconera. Un gol che aspettavamo tutti, una squadra che, dopo gli acquisti di quest’estate, sta prendendo una forma unica, vincente ma anche convincente. Una mezz’ora di grande calcio che ci ha fatto sognare e che ci fa ben sperare per quello che sta per essere il primo tour de force della stagione. Tante partite in pochi giorni. Tante partite tra le quali quella di mercoledì. Si giocherà a Torino, contro il Siviglia e sarà l’esordio in Champions. L’esordio in quella competizione che tutti noi stiamo aspettando con ansia e felicità come forse mai prima. Perché è inutile girarci intorno, va bene il sesto scudetto di fila, va bene la coppa italia, va bene anche la doppietta scudetto-coppa ma il vero obiettivo è, e deve essere, la coppa dalle grandi orecchie. Deve essere un sogno, ma un sogno di quelli che ti spingono a dare corpo e anima per  raggiungerlo. La squadra c’è, abbiamo praticamente due giocatori per ruolo, si forse l’arrivo di Witsel avrebbe reso questa squadra unica, però anche senza il belga siamo davvero forti. E quindi testa alla musichetta Champions e, passo dopo passo, proviamo a vivere questo sogno fino in fondo.

La Furia Ceca

MILAN

montella-4-milan-udinese-spaziomilanCi risiamo. La magia dell’illusione è durata il tempo di una partita, due facciamo, se consideriamo la trasferta di Napoli foriera di qualche (magra) consolazione. Contro l’Udinese si è rivisto il Milan abulico, senza brio né convinzioni delle ultime stagioni. “E te credo”, direbbe un qualunque tifosotto al bar, “i giocatori alla fine sono li stessi dello scorso anno, dove pensavate di andare?”. Eh, da qualche parte a dire il vero sì, ma oggi, dopo tre giornate, ci accorgiamo di non esserci nemmeno mossi dal punto di partenza, ovvero quello di arrivo della scorsa annata: il nulla. Va bene, forse non è il caso di cancellare di punto in bianco quanto di buono si era visto nelle prime due uscite di campionato: può capitare una giornata storta, una domenica in cui niente gira, no? Possiamo ripetercelo e provare a renderci ragione di questa eventualità, eppure l’impressione è chiaramente opposta, ovvero che le prime due partite siano state un paio di domeniche in cui qualcosa finalmente è girato, ma pur sempre di eccezioni si è trattato. È difficile, molto difficile pensare che la sconfitta con l’Udinese sia stata un semplice incidente di percorso: perché Abate è tornato a fare l’Abate, Montolivo a contare fili d’erba nel suo metro quadrato di mediocrità, Bacca ad assumere quella faccia da bambino sull’orlo di una crisi isterica perché nessuno gli compra il suo giocattolo preferito, e via dicendo. Tutto come un paio di mesi fa, insomma. Ma sarò sincero: devo dire che tutto sommato non fa nemmeno poi così male. Voglio dire: è stato bello pensare che potesse essere finalmente davvero cambiato qualcosa, che non dico che avremmo lottato per lo scudetto e nemmeno per un posto in Champions League, ma che una stagione di buon calcio, grinta e magari una seggiola in Europa League quello sì, quello lo si pensava. Niente, nulla di tutto questo, è una questione di realismo ammettere a se stessi che il Milan di domenica non può permettersi di promettere nemmeno la salvezza (ok, lo ammetto, lo sconforto è grande…). Ma non fa poi così male, si diceva: un po’ perché non c’è stato nemmeno il reale tempo di illudersi, e un po’ perché fra i vari Seedorf, Inzaghi, Balotelli, ritorni di Kakà & co., dichiarazioni laccate e pompose dei vari Galliani e tromboni vari, ecco dopo tutto questo è davvero difficile pensare che si possa anche solo sperare in qualcosa quantomeno prima di fine aprile. Una cosa, però, la vorrei dire: peccato. Tutto qui. Ah, una piccola postilla: Sosa, alla fine, non è poi così male (come stiamo messi…).

Il Re dell’Est

INTER

Pescara-Inter-1-2Parlare di Frank De Boer è piuttosto difficile. E per svariate ragioni. In primo luogo, alzi la mano chi davvero lo conosce, chi può dire di lui così, colì e colà con la certezza di chi un allenatore l’ha seguito, studiato, apprezzato o perché no disprezzato. Nessuno, o comunque pochissimi, quelli che per la sciagura di non essere troppo simpatici o popolari i sabati sera li passano a guardare l’anticipo di Eredivisie (che comunque, diamone atto a questa schiera di novelli eroi byroniani, è sempre meglio di un Chievo-Bologna qualsiasi). In secondo luogo, perché da quando è arrivato a Milano ha parlato pochissimo, e non solo per il fatto di non conoscere la lingua autoctona: è un tipo riservato, forse addirittura timido, che sa imporre la propria personalità solo fino al punto in cui il suo lavoro lo richiede, oltre grazie tante ma no, la scena viene lasciata ad altri. È difficile parlare di Frank De Boer perché in questo primo mese di reggenza nerazzurra ci ha fatto vedere tutto e il contrario di tutto: difese a tre, registi che picchiano e mediani che inventano, attaccanti che fanno le ali, gioco offensivo senza mai tirare in porta e varie ed eventuali altre stranezze che solo uno che arriva da un universo calcistico opposto può pensare. Che poi magari lo capiremmo, se lo conoscessimo; ma non è così, facciamo fatica a capirlo e, dunque, a parlarne. Eppure, per una curiosa coincidenza, lui sembrerebbe aver capito al volo noi. Noi interisti, intendo. Sembrerebbe proprio che Frank, ancor prima di capire il calcio italiano, il campionato italiano e l’italiano stesso abbia capito quello che a noi vecchi corsari nerazzurri piace, eccita, appassiona. L’ho capito domenica sera, al minuto 74 di un Pescara-Inter che prometteva un dopo-gara di quelli da annotare negli archivi alla voce “Helsingborg/6-0/5 maggio/Kuzmanovic”, il cassetto cioè di quelle cose che mai avremmo voluto che accadessero. In una situazione del genere, in svantaggio contro una neopromossa durante quella che avrebbe dovuto essere la partita della svolta, non ci sono stati gli sbuffi spazientiti e le urlatacce di Mancini, non gli infiniti e inconcludenti colloqui a bassa voce fra Mazzarri e Frustalupi, e nemmeno gli arzigogoli tattici dei vari Benitez o Leonardo. C’è stato un tecnico di poche parole proveniente dall’altra parte dell’Europa che si è girato, ha tirato su tutti gli attaccanti che aveva in panchina e li ha spediti in campo con una sola, semplice indicazione “attaccate in massa, più che potete, e fate gol”. Ora, si può dire che l’abbia fatto perché anche l’ultimo dei bambini sa che più attaccanti ci sono e più e facile segnare (che poi, mica vero); oppure ancora perché non aveva la minima idea di cosa fare e quella gli è sembrata la soluzione più comoda, non lo so, decidete voi. È innegabile, però, che quella girandola di cambi così improvvisi, imprevisti, da un certo punto di vista illogici e privi di senso ha colpito al fondo del cuore di noi interisti, che ce ne freghiamo degli urli, delle scelte tattiche imponderabili, delle analisi e di tutta questa musichetta da salotto, a noi piace il rock, piace una squadra che quando è sotto nel punteggio abbia in campo tutti gli attaccanti che può e che attacca senza posa né criterio ma con in testa la ferma decisione di ribaltarla questa maledetta partita. A noi piace il decisionismo, anche anzi soprattutto quello istintivo, dettato dalla foga e dal cuore, non dai calcoli e dagli schemi. A noi, insomma, piace Frank De Boer che al 74esimo di una partita in cui sei sotto 1-0 con una neopromossa si alza e manda in campo tutti gli attaccanti che ha, in un colpo solo, per ribaltarla. Noi, che dopo un mese troviamo ancora così difficile parlare di Frank De Boer, siamo stati anticipati da un allenatore che, forse, ci ha capiti come nessuno riusciva da tempo.

Alvaro Nazario Prisco

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