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boskov2Ah ah ah! Chissà che risate si starà facendo in questo momento Vujadin Boškov nel guardarsi intorno, nell’analizzare sogghignando le nuove linee di questa sua nuova ed eterna avventura. Con attenzione, sincerità e quella sua immancabile ironia. Già, l’ironia, la più fedele compagna di vita del tecnico jugoslavo. Ci sono vari modi di fare ironia, di essere ironici: alle volte è per sprezzo, è dettata da un senso di superiorità nei confronti delle cose, e francamente è proprio una cosa brutta da guardare; alle volte nasconde invece la paura, ci si rifugia nel sarcasmo come fosse un talismano per tenere lontana la realtà, e francamente è proprio una cosa triste da guardare; a volte invece, è una leggerezza, una serenità nei confronti di una vita in cui si ha una piena e certa fiducia, e francamente è proprio una cosa meravigliosa da guardare. Fiducia completa nei confronti del proprio destino, tanto che “pallone entra quando Dio vuole”, ma anche e soprattutto negli uomini che lo circondavano, infatti “rigore è quando arbitro fischia”.

La viveva così la vita il vecchio Vuja, l’ironico e fiducioso Vuja. Fin da giocatore, dove in quattordici anni di carriera non vince veramente nulla. E con questo? Mica finirà qui la vita, perché non provare da allenatore? Il calcio non si abbandona, nemmeno per idea, insomma “se uomo ama donna più di birra ghiacciata davanti a televisione con finale Champions, forse vero amore, ma no vero uomo”, e a Boškov piaceva essere un uomo vero, sincero, senza peli sulla lingua: ne sa qualcosa il povero Perdomo, centrocampista senza infamia e senza lode del Genoa di fine anni ottanta il quale si sentì dire “se io slego il mio cane, lui gioca meglio di Perdomo”. Eddai Vuja, non ti sembra di esagerare stavolta? Avete ragione, “io non dire che Perdomo giocare come mio cane. Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con mio cane”. Amen. Quindi allenatore si diceva, una carriera strana la sua: già nei primi anni otteneva dei buoni, e alle volte ottimi, risultati, ma girava panchine come l’ultimo dei clochard. Ma tanto Vuja lo sapeva, “nel calcio c’è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono”. Roba da corrodersi il fegato, per chiunque. Ma Boškov stupiva sempre, per la semplicità con cui prendeva la vita, tanto che, con la consueta e gioiosa ironia avrà modo di dire: “se mettessi in fila tutte le panchine che ho occupato, potrei camminare chilometri senza toccare terra”.

boskov3Il destino ha voluto che giungesse in Italia, sulla panchina della Sampdoria; rimane inizialmente un po’ spiazzato dal calcio nostrano, diamine “ci sono allenatori che pretendono di far mangiare ai loro giocatori prosciutto di San Daniele e formaggio Bel Paese. Poveri noi e poveri loro”. Ma chissenefrega, lui è e soprattutto sa di essere quello che è, e quindi via, costruisce una squadra allegra e spensierata proprio come lui. Costruisce un ambiente mai visto prima nel nostro campionato, crea un rapporto dalle mille sfaccettature, è allo stesso tempo “maestro, amico e poliziotto”. Parte non molto bene, gli inizi sono difficili e scarni di risultati. Frustrazione? Tensione? Ansia? Macché, solo un sano e spiritoso realismo: “più bravi di Boskov sono quelli che stanno sopra di lui in classifica”. Si continua a lavorare, con tranquillità, che prima o poi i frutti arrivano. E che frutti piovvero sulla Genova blucerchiata: arriva lo straordinario scudetto del 1991, con una Sampdoria che a guardarla viene voglia di ridere, ridere, ridere come matti, perché con Boškov la vita è bella, se perdi guardi con serenità al domani, e se vince godi come da nessuna altra parte. Come quando, l’anno successivo, la Samp arriva incredibilmente in finale di Champions League, sconfitta solo ai supplementari da quell’arma di distruzione di massa che è il piede destro di “Rambo” Koeman. È la seconda finale di Champions persa da Vuja, insieme a quella del 1981 quando era al comando del Real Madrid. E che ci volete fare? È andata così, doveva andare così, non a caso “se noi vinciamo siamo vincitori, se perdiamo siamo perditori”. Grammatica a parte, non fa una piega.

Anzi forse una piega la fa eccome: stona come un violino bucato questa serenità nell’affrontare la sconfitta in un mondo del calcio, tutto ma in particolare quello italiano, in cui l’alternativa a vincere è solo vincere, la terza via è la dannazione. Vuja che ne pensi? Beh, dico che “dopo pioggia, viene sole”. Ai più cinici potrebbe apparire stupidità o incoscienza, invece è una fiducia, una sana ironia che rende la vita un dolce cammino, una partita che “possiamo vincere, perdere o pareggiare”, ma comunque vada, alla fine c’è il sole. Lui la prendeva così, era il suo modo, la sua versione delle cose. Ora su Boškov, dopo lo strano e improvviso contrattempo di ieri, torna in campo, e rivolgiti agli angeli con la solita indicazione: “scendete in campo e sparpagliatevi”.

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