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Brendan Rodgers the Liverpool managerNon doveva finire così. È l’epilogo sbagliato, un capitolo conclusivo scritto da ubriachi dopo tante pagine di lucidità. O forse, è stato proprio uno schizzo di razionalità dopo un’intera annata di delirio etilico. Dipende dai punti di vista. Per quanto riguarda me, sicuramente resta solo amarezza e delusione. Ci stavo credendo, in tanti ci stavano credendo in questi moderni Robin Hood che freccia dopo freccia sembrava davvero che riuscissero, alla fine, ad uscirne vincitori. Ma non è andata così diavolo, è successo tutto l’opposto. Ci sono certe storie in cui quasi si spera in un tragico finale, si auspica la vittoria dei cattivi, c’è troppo miele e troppa virtù negli eroi del bene che con una perfezione decisamente non umana si fanno largo fra le vicissitudine e le incredibili battaglie per concludere salvando la dama in pericolo, fermando la fine del mondo, garantendo la pace fra i popoli e abolendo le interruzioni pubblicitarie dei film. Così è troppo, davvero, mi trovo quasi a preferire che la damigella sposi l’orco cattivo, che i continenti sprofondino, che si torni tutti in trincea e che i jingles degli spot vadano a memoria come le prime filastrocche che ci cacciavano a forza in mente da bambini. Talvolta invece, ci accorgiamo che contro le forze del male non ci sono eroi senza macchia ma uomini come tanti, imperfetti e deboli, ma con una gran voglia di vincere e con tante travolgenti passioni, di quelle che ti fanno credere di essere lì, accanto a loro, nel cuore della battaglia. Ed è lì che ti affezioni, che segui la loro epopea dal primo all’ultimo colpo di spada, che ad ogni colpo subito ti senti mancare il fiato, e ad ogni avversario sconfitto ti trovi anche tu a saltare sul divano, anche se sei a centinaia di chilometri di distanza.

suarezQuest’anno è stato così, fin dai primi calci stagionali di Liverpool e Atletico Madrid. Abbiamo visto nascere questi improbabili protagonisti, nati come cameo di copioni che prevedevano ben altre stelle, cresciuti come papabili candidati all’Oscar di miglior attori non protagonisti, e infine incredibili competitori per la conquista dei più favolosi onori di Hollywood. Li tifavamo, diamine se li tifavamo. La storia di due squadre da anni e anni all’ombra di enormi alberi secolari che al posto delle foglie hanno infiniti assegni in bianco, la storia di quelli che avevano già perso in partenza al cospetto di terribili armate di fenomeni, ecco che finalmente sembrava potessero ritagliarsi il loro spazio, consumare la dolce vendetta alimentata non dal rancore, ma principalmente da un’inarrestabile sogno di gloria e dall’improvvisa coscienza che anche nel calcio si possa dire: “Tutti possono farcela”. Mesi e mesi di entusiasmanti cavalcate, di duelli all’ultimo sangue che alimentavano sempre più il loro sogno, il nostro sogno: quello che non sempre il più forte e il più ricco vince, che alla fine può spuntarla chi ci crede di più e chi ha più voglia di emergere, di trionfare. Sembrava che potessero davvero farcela, che il Fato, il Destino, Dio, il Caso, tutti fossero d’accordo nel ritenere che finalmente fosse giunta la loro ora, la nostra ora, quella della rivincita sociale, del ribaltamento delle gerarchie, della giustizia e della verità. Una rivoluzione bohemien che con un secolo di ritardo pareva trovasse finalmente compimento con gli strumenti e i luoghi davvero più improbabili: non più una penna e una strada, ma un pallone e le mura di uno stadio. Eravamo tutti lì, con l’urlo liberatore in gola, madidi di speranza. Ma proprio sul finire, tutto è andato storto. E con un sarcasmo e un grottesco che lascia spiazzati, se la sono cercata da soli. Da una parte, con dieci minuti di straordinaria follia in casa del Crystal Palace e pochi giorni prima con uno scivolone del proprio soldato più rappresentativo, quello che più sperava, che più meritava un epilogo diverso; dall’altra con un harakiri che ha portato a prendersi un solo punto in due partite con Levante e Malaga, non proprio Sparta e l’Impero Romano, e che ora costringe gli uomini di Simeone a giocarsi la Liga all’ultima giornata, al Camp Nou contro un Barcellona che si gioca una stagione in novanta minuti, e a pochi giorni dall’appuntamento della vita, la finale di Champions League contro i cugini del Real.

atletiSinceramente, non giocherei un soldo bucato su un buon esito della Liga da parte dell’Atletico. Un racconto è già finito male, l’altro, con ogni probabilità, si concluderà altrettanto, almeno per quanto riguarda il campionato. Queste sono storie davvero tristi, impregnate di una delusione che trascende il calcio, che insegna solo che alla fine, sempre e comunque, vincono la forza bruta e il denaro. Sarebbe stato meglio che nulla fosse iniziato, che il City avesse dominato la Premier dalla prima all’ultima giornata e che l’Atletico si fosse sgonfiato già a metà stagione, pur di non rimanere con tanta amarezza nel momento culminante. Resta una finale, una grandissima finale, la partita che ogni calciatore spera di arrivare a giocare, l’atto decisivo della Champions League. Vedremo se tutto verrà mestamente riconfermato, o se uno squarcio di speranza sia in ultimo possibile; è come una preghiera, ché se vale oggi potrà valere nei secoli dei secoli. Amen.

6 Commenti a “La triste storia di Liverpool e Atletico

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