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Confermato il trasferimento di Gregory Hofmann, ennesimo prodotto eccellente dell’Hockey Club Ambrì Piotta ad andare perduto in niente, proponiamo alcune considerazione sul giocatore nel tentativo di superare la contrappostizione tra la rabbia per l’infedeltà e il qualunquismo del “ben fatto!”

 

 

La carriera di Hofmann è parsa in questa stagione rallentare e fermarsi come un pendolo che stia in attesa prima dello slancio. La stagione introduttiva, la scorsa, era stata oltremodo positiva: ma quasi sempre accade, ad innesti delle squadre primavera, che ad essere decisiva, per lo sviluppo di tanto talento puro sia la traiettoria che si inaugura a partire dal ritorno sul ghiaccio dell’autunno seguente.

 

La stagione del biancoblu da questo punto di vista è stata condizionata dagli avvenimenti del preseason: il draft, i campi con Carolina che lo hanno visto superare tutte le succedenti scremature con il roster preagonistico, il rientro in Svizzera a campionato in corso in una squadra in un momento di forma a dir poco straordinario, la conseguente e dunque non del tutto ingiustificata introduzione parziale negli attivi, che ha poi generato uno scontro grave con l’allenatore Constantine, prodotto delle reciproche irresponsabilità.

 

Una valutazione equilibrata non ammette sconti ad entrambi: il primo per non aver riconosciuto il ritardo di chi giunge da mesi di solo allenamenti rispetto ad una squadra in piena inerzia discendente; il secondo per l’eccesso di paternalismo un po’ ancien regime, derivante in gran parte dalle abitudini gestionale delle lunghe esperienze a tutti i livelli del mondo sportivo americano e statunitense, dalle università alla NHL: non è difficile immaginare quanta distanza di pensieri possa ancora esserci, quasi quanto potrebbe generarsi tra il Clint Eastwood dello spot Chrysler e un ragazzino  frequentatore di un oratorio “progressista”.

 

Questi avvenimenti hanno assunto tratti deterministi causando una deviazione decisa alla “congiuntura” di crescita del classe ’92, disvelando tutti gli spazi di crescita, non secondari quelli mentali: impostato nelle giovanili dell’Ambri-Piotta il suo potenziale era predetto da tempo e subito notato nell’esordio tra i grandi, per la capacità di pattinaggio non lontana dell’eccellenza mondiale. Eppure per salire la scala verso non dico le élites mondiali, ma anche solo svizzere sono necessarie progressioni diverse: semplicemente il ragazzo è troppo leggero e per un centro tutta pista la velocità chiede i chili; le capacità di tiro sono (da buon svizzero) inconsistenti; in generale deve superare un ampio andazzo di
quella che qualcuno ha ironicamente chiamato generazione Playstation, impegnata alla ricerca dello spunto spettacolare più che alla costruzione di una struttura di gioco: ecco in questo senso è stato ben scritto di gioco decostruito e IQ hockeystico gravemente insufficente, anche se grandi passi avanti si sono visti recentemente in fase difensiva (KC è davvero così dannoso?).

 

Ma il passo più grande e decisivo per una maturazione completa è necessario a livello di coscienza, che sola è condizione alla crescita in tutti gli altri spazi di cui si è detto. Ma questa, con il traferimento a Davos, ricercato e voluto, sembra una prospettiva inevitabile. Si può dire infatti che con Arno del Curto si realizzerà ciò che con Constantine non era  accettabile: un po’ come il bambino che sfugge il padre biologico per sottomettersi acriticamente al mestro delle elementari (anche quando magari dicono le stesse cose), Gregory Hofmann accetta implicitamente con il trasferimento di mettersi nella giusta posizione per un apprendista, complice l’enorme autorità dell’allenatore elvetico di maggior successo di questi anni. Nei Grigioni nessun giovane si sognerebbe prese di posizioni presuntuose ed eccessi di autostima poiché è certo non troverebbero accoglienze entusiaste da parte del Re di Davos.

 

È capitato su queste pagine di giungere- esagerando può darsi- ad avvicinare a Lara Gut il centro già biancoblu. Ma basterebbe un paragone al compagno di una vita Pestoni, uno che ha meno della metà delle doti di Hofmann, ma che si esprime con tutt’altra efficacia. Vale a dire: il ragazzo si farà, e ora sarà ancora più facilitato, ma non senza un necessario e decisivo ripensamento di sé.

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