Ciro Immobile corsa Lapresse

Il terrone è indolente, pigro, spesso incapace di comprendere e di sfruttare sino in fondo l’enorme potenziale estetico che la natura gli ha offerto. Il polentone, invece, la parola “indolenza” non sa nemmeno cosa significhi: lavora, suda, si sporca le mani, se le lava e se le risporca perché se non hai le mani sporche non hai fatto un cazzo nella vita. Il terrone si adagia, il polentone si rimbocca le maniche (sacramentando verso il terrone).

Balo e Ciro ansaI luoghi comuni territoriali del Belpaese sono, narrativamente parlando, meravigliosi e, soprattutto, duri da smontare, non tanto perché fondati su realtà innegabili, quanto perché legati talmente a fondo al senso ipocrita comune che, come quando si decide di sradicare una pianta che per decenni ha vissuto nel suo metro quadrato indisturbata, bisogna scavare molto in profondità per estirparne le radici. E così, qua da noi, il terrone resta terrone ed il polentone resta polentone, con tutto ciò che ne consegue. Il calcio ha però la forza di andare a forzare anche le serrature umane più chiuse, come un piede di porco che fa leva sulle emozioni comuni per aprirle, osservarle, mischiarle per bene, e riconsegnarcele in mano ribaltate. Nel calcio capita che il luogo comune diventi l’eccezione, o quantomeno un sguardo ben lontano dalla realtà. Nel calcio capita di avere in squadra il “polentone” Ciro Immobile ed il “terrone” Mario Balotelli.

Eviterò di offrirvi l’ennesimo pippone su quanto Balo sia forte ma immaturo, su quanto potenziale abbia nei propri piedi e quanto “depotenziale” abbia invece nella propria testa. Mi permetto però di soffermarmi su Ciro Immobile, il terrone più polentone del calcio italiano attuale. Ciro è l’emblema dell’altra figura di terrone, quella che nelle barzellette e nei luoghi comuni viene spesso volutamente dimenticata, quella che Gramellini su La Stampa ha detto appartenere ad «un bravo ragazzo del Sud, serio e lavoratore». Ciro corre per due, suda per due e segna per due, o quasi, visto che nell’ultima stagione, con la maglia del Torino (non del Real Madrid), ha segnato 22 gol, otto in più di quel giocatore, il polentone terrone del Nord, che in Nazionale gli ha fino ad ora sempre rubato il posto. Da stasera però non sarà più così, perché il lavoro paga, come insegnano gli zii emigrati in America, e Ciro avrà finalmente la possibilità di raccogliere i frutti di quanto seminato. Al fianco di Balotelli, che potrà finalmente dedicarsi solamente a ciò che ama di più fare: rendere la sua partita un’esperienza estetica.

Immobile matrimonio LapresseC’è questa strana idea, che unisce in un particolare ed inquietante binomio Berlusconi e Prandelli, che poiché Mario ha altezza, spalle grandi e muscoli scolpiti, debba per forza fare la prima punta. Ma ciò che fa una vera prima punta non è il fisico, bensì la testa. Balo ha la tipica testa del trequartista, del cercatore di bellezza all’interno della bassezza sudata ed agonistica di una battaglia su di un campo da calcio. Immobile, invece, ha la fame ed il pensiero del centravanti duro e puro, quello che sa quando scattare, come scattare, dove scattare e, soprattutto, come metterla dentro. Ciro non si rimbocca le maniche solamente perché in quella dannata afa brasiliana si gioca in maniche corte, altrimenti sarebbe il primo a farlo. Ciro ha detto di aver appena realizzato i sogni della sua vita: raggiungere la Nazionale e sposarsi. Da buon ragazzo del Sud però (non terrone) sa che ora, perché quei sogni restino realtà, dovrà impegnarsi il doppio. E sorride nel saperlo, sorride perché non ha paura della fatica o delle critiche, quelle che a Genova, in maglia rossoblu, avrebbero tagliato le gambe a tre quarti dei giovani del nostro calcio. Dopo il Brasile lo aspetta la Germania, quella in cui ci sono più pizzerie “da Ciro” che nell’intera Campania, quella in cui faticherà dietro ad un pallone quanto i suoi omonimi davanti ad un forno a legna (guadagnando qualcosina in più, s’intende), perché lui è fatto così.

Amo la poetica popolare, neppure tanto nascosta, che sta alle spalle di questa coppia d’attaccanti azzurri. M’immagino le loro gesta narrate con la delicatezza di Gianni Rodari, il malinconico sorriso di Carlo Porta e la pungente sagacia di Gioachino Belli. Sogno una vittoria con gol di Ciro su assist di Mario, la anelo per davvero, credo sarebbe il miglior manifesto del nostro calcio. Quello che conosce i luoghi comuni, ma solamente per fottersene bellamente, quello in cui il terrone è più polentone del primo magūtt che troverete in un cantiere della BreBeMi e quello in cui il polentone è il più indolente degli artisti terroni. E se vittoria non sarà, mi rallegrerò al pensiero che comunque qualcosa questo Mondiale ci ha pur sempre raccontato: la storia del terrone più polentone che ci sia. Ah, dimenticavo. Già una volta delle notti mondiali ci raccontarono una storia simile, quella di Totò Schillaci. E leggenda narra che furono notti veramente magiche, o quasi. Ma ogni storia ha un(a) finale a sé.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

9 Commenti a “La storia del terrone più polentone che c’è

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