Athletic Bilbao's Llorente celebrates a goal against Manchester United with teammates during their Europa League second leg soccer match at San Mames stadium in Bilbao

Breve viaggio attraverso il fenomeno Athletic Bilbao, prossimo finalista in Coppa del Re ed Europa League.

 

«Dio creò solo una squadra perfetta. Le altre le riempì di stranieri». È un detto popolare dei tifosi dell’Athletic Bilbao, e rende bene l’idea della politica societaria e dell’orgoglio dei tifosi della squadra basca. Ma attenzione, squadra perfetta senza stranieri significa con soli giocatori provenienti dai Paesi Baschi, dal momento che un calciatore catalano o andaluso da quelle parti è considerato alla stregua di un africano o di un asiatico. Ebbene sì, a vestire la camiseta dell’Athletic possono essere solo persone nate nei Paesi Baschi, o comunque cresciute nel settore giovanile della società bilbaina, e quindi culturalmente basche.

 

 

Immaginatevi che nella Fiorentina possano militare solamente atleti toscani: in che categoria sarebbe la Viola? Il paragone, infatti, va fatto con una regione dalla popolazione che si aggira attorno ai tre milioni di abitanti, come è il caso dei Paesi Baschi. Che possano giocarvi solamente indigeni non è scritto da nessuna parte, ma negli anni è diventata a tutti gli effetti una regola; d’altronde a Bilbao e dintorni l’umanità la si divide tra coloro che parlano la lingua basca e coloro che non la parlano. E così, un club con oltre cento anni di vita, mai retrocesso (unico in Spagna con Merengues e Blaugrana), sopravvive nel calcio del ventunesimo secolo con un modello autarchico che ha dell’incredibile. Eppure all’inizio non era così: all’inizio la squadra pullulava di giocatori britannici, che avevano contribuito a fondarla (da cui il nome Athletic, che di basco non ha niente; guai però a chiamarla Atletico Bilbao, ché il castigliano non è di casa!). Ma a causa di una serie di avvenimenti storici, tra cui il franchismo, l’Athletic assurse a simbolo dei Paesi Baschi, e la maglia rojiblanca divenne un affare riservato esclusivamente agli indigeni. Tuttavia sarebbe un errore considerare la squadra di Bilbao come “la nazionale basca”: nella regione ci sono Osasuna, Real Sociedad e Alaves che, seppur non condividendo la medesima politica autarchica, sono realtà importanti con il proprio seguito di tifosi e la propria storia.

 

Un azionariato popolare con circa trentamila soci, uno stadio roccaforte come il San Mamés (che sarà presto abbattuto per lasciare il posto a uno di ultima generazione, perché tradizione e autarchia non significano mancanza di pragmatismo), una cantera curatissima da decenni e all’avanguardia in Europa: sono questi i segreti di una squadra che ha come sfida quella di affrontare, con soli giocatori baschi, competizioni globalizzate come la Liga e le coppe europee. E la filosofia autarchica ha evidentemente successo, perché in bacheca ci sono otto titoli iberici, ventitré Coppe del Re, una militanza ininterrotta nella massima serie, una lunga serie di giocatori forniti alla nazionale e ai grandi club (chi non si ricorda Zubizarreta?). L’Athletic ha contribuito negli anni, alla pari di Barça e Real, a costruire la storia del calcio iberico (tanto che pure “Pichichi”, il trofeo per il miglior marcatore del campionato, prende il nome da un centravanti rojiblanco), e se negli ultimi anni, in un calcio sempre più legato a dinamiche di business, è diventato difficile competere a grandi livelli, l’autarchia si è rivelata una risorsa più che un impedimento. Schierare ogni domenica undici giocatori che allo stesso tempo sono tifosissimi sopperisce infatti in modo egregio a inevitabili deficienze tecniche. E se poi, per caso, questi giocatori-tifosi si trovano a essere guidati da un tecnico del calibro di Marcelo Bielsa, ogni traguardo diventa raggiungibile.

 

D’altronde, chi meglio di un allenatore come l’argentino, che ha avuto il coraggio di dire no a un grande club perché aveva già dato la sua parola, per allenare l’Athletic? Un uomo d’onore come El Loco non poteva che essere perfetto per il San Mamés. Ed eccoli qui, i Rojiblancos, a giocarsi le finali di Coppa del Re e di Europa League, grazie a un sistema di gioco che ricorda il vecchio metodo di Pozzo per posizioni in campo, vicino al calcio di Guardiola per l’importanza data al possesso palla, ma simile a quello di Mourinho per la ricerca costante della verticalizzazione. A Bilbao, cittadina di 350mila abitanti dove tutti hanno un amico o un parente che ha vestito la maglia dell’Athletic, manca un trofeo dal 1984, e portare a casa una coppa nell’era del pallone globale sarebbe una vera e propria “bilbainada”, termine che si usa da quelle parti per “spacconata”, indicando l’amore per il rischio degli abitanti. A Bilbao piacciono le sfide impossibili, esattamente come a Bielsa. E ogni tanto anche dalle sfide impossibili si torna vincitori.

 

twitter@mocc88

Per un’analisi tattica dell’Athletic di Bielsa: theirtactics.com

Per info sulla storia e sull’attualità dell’Athletic: aupaathletic.com 

Per un’approfondita analisi del fenomeno Athletic e della sua storia: S. Bertelegni, L’utopia calcistica dell’Athletic Bilbao.

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Leggo Tex Willer e fumo Camel Light.

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