Conte applausi

applausi_1127500L’applauso è un gesto talmente inconscio che è oramai diventato prevedibile. Sappiamo quando, come e dove dobbiamo applaudire, sappiamo perfettamente chi si aspetta il nostro applauso e chi, invece, non se lo aspetta. Per questo motivo l’applauso è un gesto di omologazione, è un gesto che sono altri a determinare nelle modalità e nei tempi. Non è il singolo, ma la folla, la platea, la massa. Marta Serafini, in un interessante articolo, ne ripercorre storia e sfumature, ma non parla di uno dei più importanti luoghi fattuali in cui l’applauso ha il proprio apice, ovvero lo sport.

Allo stadio si perde totalmente il controllo sull’applauso. L’applauso diventa urlo, grido, abbraccio, diventa pura manifestazione emotiva, più che in un teatro o in un aereo al momento dell’atterraggio – non che ci volesse molto in quest’ultimo caso. Ma oltre all’applauso di esultanza, negli stadi c’è un altro applauso a cui noi italiani, purtroppo, siamo poco abituati. È quello rivolto all’avversario. È quello che mostra rispetto, stima, riconoscimento del merito altrui. L’addio di Baggio: San Siro in piedi a tributare al grande campione che saluta il calcio giocato una standing ovation con pochi pari. Ecco, in quell’applauso il singolo, paradossalmente, ritrova sé stesso. In quel battere di mani controllato, non imposto, non abitudinario, c’è una sorta di ritualità che solamente il singolo può comprendere e compiere. Non sei obbligato a lodare l’avversario, non te lo impone l’etichetta, solamente tu puoi scegliere di farlo, l’individuo ritorna ad essere tale nella massa, in completa antitesi con ciò che, in realtà, è l’applauso.

Simeone ligaSabato pomeriggio, al Camp Nou, abbiamo assistito al miglior esempio sportivo di quanto ho appena raccontato. L’Atletico Madrid di Simeone conquista la Liga, dopo una partita incredibile in termini di emozioni. E la conquista pareggiando in casa dell’avversario, davanti a 96.000 e più persone e solamente 447 tifosi colchoneros, esiliati nell’ultimo anello blaugrana. A fine match il tifoso del Barcellona avrebbe potuto salutare ed andarsene, invece no, resta. E resta per offrire all’avversario il proprio applauso. “Siamo consapevoli di ciò che avete fatto, siamo consapevoli del merito di questo titolo” sembrano dire tutte quelle mani che, con fragore composto, tributano il giusto riconoscimento ad una squadra avversaria che ha scritto una pagina di storia incredibile e, probabilmente, irripetibile. Ogni singolo tifoso che ha deciso di restare in quello stadio ha compiuto una scelta puramente personale ed ha applaudito l’avversario per una scelta puramente personale. La sconfitta, in un momento di catarsi, diventa improvvisamente vittoria altrui e se questo è un ragionamento che a chiunque pare logico, nel mondo dei tifosi è qualcosa di assurdo, lì dove la sconfitta della propria squadra è solamente la sconfitta della propria squadra e poco importa come sia arrivata e perché sia arrivata. L’Atletico Madrid meritava quell’applauso, il Cholo Simeone lo meritava, ma non gli era dovuto. Eppure è giunto e l’applauso ha avuto la sua metamorfosi da atto etichettato, omologato, ad atto rituale, a riconoscimento di valori ben più alti della vittoria e della sconfitta.

Purtroppo l’Italia fatica a ritrovare in sé questa ritualità dell’applauso. Raramente l’avversario riceve il giusto tributo. Magari Baggio sì, Del Piero sì, Zanetti sì, ma la squadra avversaria no, non sia mai! Eppure quest’anno i tifosi non bianconeri si sono trovati innanzi al miglior esempio di merito sportivo. La Juventus che straccia ogni record, che non solo vince, ma stravince abbattendo il muro dei 100 punti, riceve gli applausi solamente dei propri tifosi. Mi sarebbe piaciuto che la sfida decisiva per il raggiungimento di questo storico traguardo non solamente bianconero, ma calcistico in termini generali, si fosse giocato su di un campo diverso da quello dello Juventus Stadium. I tifosi avversari avrebbero applaudito? Non credo, eppure questa Juventus lo meriterebbe. Gli applausi li meriterebbe anche Conte, seppur a molti antipatico, seppur talvolta per primo non in grado di riconoscere il merito altrui. Ma l’applauso in uno stadio dovrebbe innanzitutto lodare lo sportivo, non l’uomo in sé e per sé, o non per forza quanto meno. Quindi Conte si meritava, domenica pomeriggio, anche gli applausi di tutti i rivali, le lodi di tutti gli avversari. La Juventus 2013/2014 era la perfetta occasione per far ritrovare – o per far provare – all’appassionato calcistico la ritualità dell’applauso all’avversario.

Applausi tifosi juveChiunque leggerà ha tutto il diritto di non essere d’accordo, del resto l’applauso di cui ho scritto e di cui stiamo parlando, come detto, non è una scelta della massa ma del singolo individuo. Se però altri sono d’accordo con me, li inviterei a fare una cosa molto semplice. Alzatevi un minuto e applaudite per qualche istante. Un applauso per l’Atletico ed uno per la Juventus. Sì, sembrerete scemi ed è forse qua che si nasconde il motivo per cui applaudire l’avversario risulta essere così complicato. In quel momento si applaude come soggetti, anche in uno stadio pieno in cui, semplicemente, ci si sente meno soli ma non meno scemi. Per questo l’applauso dura meno, è meno intenso, è meno emotivo. Ma un attimo dopo, anche solo per un istante, ci si sente meglio perché ci si rende conto di aver semplicemente riconosciuto un merito a chi aveva quel merito, null’altro. E sia l’Atletico che la Juventus, quest’anno, di meriti ne hanno tanti e tutti sacrosanti. Chapeau e clap clap clap.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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