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«Immagino la vulcanica testa di Roberto Baggio nel bel mezzo di una partita,
bombardato da sensazioni, idee sfruttate o no,
finte che nascondono le vere intenzioni»
(Jorge Valdano)

È come se fosse nato nell’epoca sbagliata. Lo vedi lì, sulla trequarti, guardarsi attorno, leggere un istante prima di tutti gli altri lo spartito della partita, spartito in cui le note, per lui, sono solamente spazi, movimenti, tagli, diagonali. Lui non solo legge quello spartito, ma lo suona con un trasporto emozionale difficilmente imitabile. Come lui ne nascono uno ogni tanti anni, ma la sensazione che trasmetteva era che il suo turno fosse arrivato tardi, il suo turno di dare musica al calcio è arrivato in un momento in cui il modo di suonare quello spartito, di leggerlo, stava cambiando. Nonostante ciò la sua grandezza è sempre stata indiscutibile, anche se tante volte ha dato l’impressione netta di essere un coniglio bagnato (cit.).

7Roberto Baggio non può che essere un’icona. Non del calcio, ma un’icona e basta, come Marlon Brando, come Steve McQueen. Troppo eccentrico per non notarlo, con quel codino a sferzargli la schiena durante i 90 minuti, come fosse un richiamo costante al movimento, come volesse autoindursi al movimento, lui pigro metodista della trequarti offensiva; troppo carismatico per dimenticarsi della sua presenza sul campo, un carisma silenzioso, buddhista come direbbe lui, un carisma di sguardi e fatti più che di parole; troppo rococò, come diceva Brera, per non innamorarsi del Baggio calciatore, sempre alla ricerca del più, del fronzolo, del bello fine a sé stesso. Per questo, dieci anni dopo il suo ritiro, nel giorno dei suoi 47 anni, tutti ancora vorrebbero alzarsi in piedi in uno stadio pieno per tributargli un lungo applauso che avrebbe meritato ogni dannata volta che poggiava i suoi tacchetti sul campo da gioco. Per questo a molti queste righe appariranno quasi come il ricordo di un morto, perché effettivamente col suo ritiro è morto un modo di vedere e vivere il pallone. È stato l’ultimo baluardo di un calcio che già allora stava scomparendo, l’ultimo 10 vero stampato nei sogni.

Sarebbe stucchevole mettersi ora a ricordare tutte le difficoltà fisiche, e di conseguenza psicologiche, che Baggio ha dovuto superare nella sua ventennale carriera calcistica, sarebbe un inutile sfoggio di moralismo. Basti sapere, come ha dichiarato lui stesso, che «non tutti si sono resi conto di quanto abbia faticato nel corso della mia carriera». Del resto come si può pensare che un giocatore del genere fatichi sul campo? Come si può pensare che un talento così cristallino alleni quotidianamente i propri piedi a mille carati?

Jorge Valdano, non proprio il primo appassionato pescato per strada, ha dato una definizione meravigliosa di Baggio: «il talento che incontra la libertà». Baggio calciatore si sentiva profondamente libero, libero di fare quello che voleva, libero di essere quello che voleva. Per questo, probabilmente, la sua storia in grandi squadre non ha mai avuto bei finali. Ma quella libertà, che così tanto ha limitato il suo albo d’oro, gli ha anche permesso di suonare calcio, di creare armonie, di trovare la nota perfetta in uno spartito caotico ed irrazionale, come spesso è una partita di calcio. In una frazione di secondo lui vedeva, osservava, intuiva, percepiva, valutava, optava, attuava. E mai banalità, mai, perché anche dietro ad un passaggio al compagno più vicino quel processo mentale continuo ed inesauribile veniva compiuto, era qualcosa di naturale, abitudine nell’anormalità. In un calcio sempre più accelerato lui frenava per accelerare ulteriormente; in una partita frenata, lui dava il cambio di ritmo, faceva partire contemporaneamente violinisti e percussionisti rianimando un elettroencefalogramma agonisticamente piatto.

baggio-819x1024Però Baggio, volente o nolente, dava sempre l’impressione di essere divenuto calciatore negli anni ’90 solo perché era stato chissà chi ad imporglielo. Fosse stato per lui, il suo calcio era quello degli anni ’60 e ’70, un calcio più libero, proprio come lui, senza eccessive gabbie tattiche, in cui il talento poteva imporsi e non solamente adattarsi. L’epoca in cui è capitato l’ha costretto all’eterna maledizione del vincente incompiuto, la maledizione dell’essere schiavo della propria talentuosa libertà. Mondiali del 1994, USA. Baggio parte male, punzecchiato prima e apertamente criticato poi da stampa e pubblico. Poi, lo stesso Baggio, trascina letteralmente la rosa di Sacchi in finale. Alla fine eccolo, il vincente incompiuto: quel rigore, quel fottuto rigore, in quella appiccicaticcia umidità insopportabile. In quel mese statiunitense c’è tutto Baggio, tutta la sua essenza, tutto il romanticismo di un calciatore che ha vissuto la carriera in un costante e traballante equilibrio tra tragedia e leggenda, tutto il sublime calcio di Baggio ingabbiato nel tatticismo sacchiano.

Non posso negare che Baggio mi ha fatto innamorare del pallone, che queste righe per un semplice “buon compleanno” siano più frutto della pancia che della testa. Ma anche questa è la dimostrazione di come questo giocatore sia stato in grado di suonare una musica diversa, una musica che non sono ancora riuscito a riascoltare e che probabilmente non ascolterò più. Ogni grandissimo ha suonato la sua musica del calcio e Baggio ha composto la sua, inimitabile, immodificabile. Il fu Divin Codino, oggi, senza codino, resta solo Divino. Lo so, entriamo nel mistico, ma chi, oltre a lui, «mette il dribbling anche nel caffelatte»? Chi? Nessuno, ecco la verità, o meglio, nessuno lo farà come lui, con quella saggezza, con quella vanità, con quella fierezza, con quell’eleganza. Solo Baggio, Roberto Baggio.

«Cosa vuol dire avere successo? Per me vuol dire realizzare nella vita ciò che si è, nel modo migliore. E questo vale sia per il calciatore che per il falegname, l’agricoltore o il fornaio. Un’altra parola importante è sacrificio. Ho subito da giovane incidenti alle ginocchia che mi hanno creato problemi e dolori per tutta la carriera. Sono riuscito a convivere e convivo con quei dolori grazie al sacrificio che, vi assicuro, non è una brutta parola. Il sacrificio è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato. La giovinezza è il tempo della costruzione, per questo dovete allenarvi bene adesso. Da ciò dipenderà il vostro futuro. Per questo gli anni che state vivendo sono così importanti. Non credete a ciò che arriva senza sacrificio. Non fidatevi, è un’illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni la realtà»
(Roberto Baggio)

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

Un commento a “La musica di Roberto Baggio

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