petrucci

Non vorrei passare per guastafeste. A ben pensarci, negli ultimi giorni il calcio giocato si è giustamente preso lo spazio che normalmente gli si dovrebbe riservare: sulla prima pagina di tutti i quotidiani sportivi (e non solo la prima), al centro dei più classici scambi di vedute con i colleghi di lavoro o i compagni di studio, nelle fantasie di quei 60 milioni di allenatori mancati che popolano il nostro Paese. Già, normalmente, si è detto. Fatto sta, però, che di ordinario nel sistema-calcio italiano c’è poco o nulla. E quando si parla di “sistema-calcio”, è inevitabile che la mente corra a chi ne tira le fila dall’alto, al Palazzo. Il pensiero va subito a quanto accaduto quest’estate, con alcuni tesserati vittime prima di impianti accusatori che hanno superato di molto i limiti del ridicolo e poi di sentenze quasi conniventi con tali imputazioni.

 

Il fatto del giorno però, è un altro: martedì 4 settembre 2011 si è tenuta la Giunta Nazionale del CONI (nota a margine per i più distratti: si tratta di un ente pubblico). I contenuti della riunione direttiva sono consultabili nel comunicato pubblicato sul relativo sito. Si tratta di una sintesi striminzita, dalla quale ricaviamo subito una notizia molto interessante: i consiglieri hanno deciso di sospendere l’attuazione dell’art. 11 del Codice Etico. Immagino che per la gran parte dei lettori ciò non significhi nulla. Cerco dunque di spiegare la situazione.

Il 21 febbraio scorso la Commissione Disciplinare aveva deferito e inibito per 10 mesi il presidente della Lazio, Claudio Lotito, in merito ad alcune irregolarità nei trasferimenti di Julio Cruz e Mauro Zàrate. Fatto sta che il nuovo Codice di comportamento sportivo voluto dal Coni (sbrigativamente ed erroneamente definito “Codice Etico”), entrato in vigore proprio in febbraio, prevede in quell’art. 11 che i dirigenti del Coni e di tutte le federazioni, associazioni o leghe ad esso affiliate (tra cui la Lega Calcio), vengano sospesi in via cautelare in caso di sentenza di condanna, anche se non definitiva, per alcuni tipi di reato sportivo. Ebbene, la vicenda Lotito rientra in quella casistica, così il massimo dirigente della società biancoceleste si è visto subito chiudere le porte del “Palazzo”: niente più Consiglio Federale della FIGC per lui.

Veniamo a martedì. Con la decisione presa dalla Giunta guidata da Petrucci è stata interrotta l’applicazione dell’art. 11, e quindi Lotito può tornare a riprendersi lo scranno nel Consiglio Federale. La motivazione? La norma manca  «della fissazione di un termine di scadenza del provvedimento», dunque, ipoteticamente, Lotito risulterebbe sospeso sine die. In attesa dunque di una rapida revisione del Codice (tralasciando la sconvolgente rivelazione che nel massimo organo sportivo italiano si riescono a produrre codici di diritto sportivo in cui le pene sospensive non hanno scadenza), il CONI ha deciso di annullare momentaneamente gli effetti dell’art. 11. Sembrerebbe una scelta dovuta nei confronti del condannato, se non fosse che nella stessa sede, impostando i lavori di revisione della norma, i consiglieri si trovano d’accordo nell’indicare che la durata della sospensione deve andare dai 24 ai 36 mesi (così dice il segretario generale Raffaele Pagnozzi). Dunque, facendo un veloce calcolo, Lotito risulta sospeso dal suo ruolo da circa 7 mesi, ben lontano dai 24 minimi che il codice (“rapidamente” revisionato) potrebbe prevedere come sanzione minima.

 

Insomma, era davvero necessario sospendere tale sanzione? Mi sembra che la risposta sia evidente. I più informati sostengono che, raggiunto in estate l’accordo sulla vicenda dello stadio Olimpico, che per molti mesi aveva visto Petrucci e Lotito scontrarsi duramente nelle sedi appropriate nonché a mezzo stampa, nella Giunta del CONI sia stato formalizzato il sotterramento dell’ascia di guerra tra i due. Insomma, le decisioni prese dagli organi responsabili dell’applicazione delle norme sportive vengono scavalcate dall’onnipotente Giunta del CONI e dal suo presidente senza macchia, in nome del superiore interesse alla “pace politica”. Un’altra chiarissima dimostrazione che la giustizia sportiva, in Italia, è tutt’altro che autonoma e invece si trova ad essere mero strumento nelle mani di chi ha il potere e vuole fare di tutto per mantenerlo.

 

P.S. Se cercate notizia di questo nei principali quotidiani, sportivi e non, vi accorgerete che la cosa, quando non passa direttamente sotto silenzio, sembra ai più assolutamente normale…

 

twitter@MattiaSavoia

 

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