chelsea pullman

«Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada. Dategli dei soldi perché acceleri la sua partenza, dato che non intendiamo morire in compagnia di quell’uomo. Non vogliamo morire con nessuno ch’abbia paura di morir con noi». Così, nell’omonimo dramma di William Shakespeare, il re Enrico V si rivolge ai suoi uomini prima della battaglia di Azincourt.

Il 25 ottobre 1415, circa settemila inglesi (seimila arcieri e mille fanti) sconfissero l’esercito francese di Carlo VI, formato da circa venticinquemila uomini, di cui mille a cavallo. La storia della battaglia è ancora oggi un paradigma, studiato nelle più prestigiose scuole militari di tutto il mondo. E le ragioni della vittoria sono quasi unanimemente attribuite all’abilità degli arcieri inglesi.

 

La finale di Champions League 2012 tra il Chelsea e il Bayern Monaco è lo specchio ben molato del trionfo insperato dell’Inghilterra contro la Francia all’inizio del XV secolo.

Guidato da un grande condottiero come Roberto Di Matteo, il Chelsea ha combattuto e vinto un’epica partita contro un avversario superiore, proprio come nella storica battaglia raccontata nell’Enrico V.

Il Bayern – pur avendo perso su tutti i fronti contro il “giovane” Dortmund anche in Germania – è una società (costantemente) in attivo, pronta al fair play finanziario e con giocatori di qualità nel pieno della carriera. In altre parole, un esempio. Eppure ai bavaresi restano solo le lacrime.

Il Chelsea, invece, è squadra usurata, spendacciona ed edificata intorno a pochi “vecchi” giocatori, che qualcuno ormai considerava irrimediabilmente bolliti. Tuttavia, i londinesi ottengono un successo che arriva in maniera insperata e imprevedibile. Pertanto, ancora più bello ed emozionante. Quello di Drogba, Lampard, Cech e (del colpevolmente assente) Terry è il coronamento di un sogno. Difficilmente, infatti, si aprirà un nuovo ciclo. Piuttosto, quello di sabato 19 maggio è il canto del cigno di un’avventura sportiva.

 

Un discorso diverso merita Di Matteo. Denigrato da tanti “soloni” per aver rispolverato il catenaccio, il giovane allenatore italiano dimostra di avere talento. E, soprattutto, di essere un vincente. Con lui seduto in panchina, in tre mesi i blues hanno conquistato sia la FA Cup, sia la Champions League. Due meriti, in particolare, gli vanno riconosciuti.

Innanzitutto, nel momento in cui tutti infieriscono su Villas Boas, nessuno si rende conto che Di Matteo è riuscito in quell’impresa in cui anche Ancelotti e Hiddink avevano fallito: ossia scacciare da Stamford Bridge il fantasma ingombrante di Mourinho.

 

In secondo luogo, Di Matteo ha rinvigorito un gruppo dato per spacciato, proprio come l’esiguo esercito di Enrico V. È riuscito a farlo tirando fuori la freccia dell’orgoglio dalla faretra impolverata di quei pochi, «felicemente pochi» giocatori che Enrico V avrebbe definito la «banda di fratelli» del Chelsea.

 

twitter@LucaG_Castellin

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