chechi lapresse

Da sempre l’anello ha un significato estremamente importante e particolarmente significativo. Nell’antichità gli anelli erano sfoggiati da ricchi signori e re per mostrare, ancora di più, la loro potenza e ricchezza. E ancora oggi, in alcuni sport come l’NBA, l’anello rappresenta i vincitori della stagione, coloro che hanno vinto più battaglie e sono arrivati davanti a tutti.  Poi, oltre a questo significato “materiale”, col passare degli anni si è espanso anche quello più “spirituale”. La fede nuziale rappresenta, per certi versi, l’unione tra due persone e una promessa fatta per la vita. Principalmente la fede viene tenuta nell’anulare in quanto c’è un’antica credenza che dice che, proprio dall’anulare, passi una piccola vena che va diretta al cuore. E così la fede diventa il simbolo del legame con quella persona che ha toccato il proprio cuore tanto da decidere di passarci tutta la vita.

juryC’è un uomo che ha deciso di passare tutta la sua vita con la sua amata, ha avuto bimbi ed ora è felice; ma quello con la moglie e con la famiglia e la compagna, non è l’unico amore,  perché quest’uomo ha stretto un legame intimo, viscerale e passionale proprio con lo sport nel quale non c’è solo un anello, ma ben due, ed  è riuscito, vita sentimentale a parte, in un modo unico e appassionante, a trovare il suo anello per la vita, anzi i suoi anelli per la vita. Lo sport in questione è proprio la disciplina degli Anelli nella ginnastica artistica. Una delle discipline più dure, che tempra il fisico e la mente e che diventa palestra per la vita di tutti i giorni. Quest’uomo è nato a Prato l’11 Ottobre 1969, e viene chiamato dai genitori, in onore del cosmonauta russo Gagarin, Jury.  Da piccolino non manifesta doti fisiche particolarmente importanti, ma la sorella più grande frequenta una palestra di ginnastica artistica e così anche lui decide di andare lì per seguire la sorellona. I genitori, con quegli occhi che solo un padre e una madre hanno verso il proprio figlio, scorgono un potenziale nascosto e assecondano la volontà del figlio piccolo.

Da qui inizia una vita diversa per il piccolo Jury Chechi, una vita fatta di sacrifici: a soli 14 anni capisce che forse quella della ginnastica artistica è la sua strada e si trasferisce a Varese, dove c’era la palestra nazionale. È lì che il bimbo che c’è in lui inizia a crescere,  a diventare grande perché “È stato triste, duro, penoso. Ho sofferto tanto. Già a dieci anni mi facevo da mangiare da solo, stavo cinque ore in palestra, uscivo da casa a Prato alle sette di mattina per tornarci alle dieci di sera.” Non sono solo sacrifici, ma anche sofferenze, come quando a 16 anni  un suo amico durante un esercizio cade male e rimane paralizzato. Jury pensa di smettere, di troncare quel legame con la ginnastica artistica che si stava, pian pianino, instaurando. L’amico però lo sprona e con la saggezza di un adulto e allo stesso tempo l’incoscienza di un bimbo, gli dice: “Jury, non mollare, tu sei nato per vincere”. E Jury allora non smette, continua a fare sport perché in fondo, come dirà più avanti, “con lo sport vivi cose molte belle, ma ne perdi altre. Impari il prezzo di ogni scelta: e lo paghi”. Parole importanti, parole che mostrano una volta di più quanto il legame presente tra Jury e il suo sport sia forte e saldo, pur con qualche difficoltà.

jury chechiLa palestra, sede di mille allenamenti, diventa non solo la sua casa ma anche quel luogo in cui le soddisfazioni non mancano. È quel luogo che fa da cornice alle vittorie ottenute con tanto e tanto lavoro. E le vittorie sono tante, tantissime. Iniziano presto, fin da bambino, e proseguono nel naturale cammino di un campione. Tra il 1989 e il 1995 vince praticamente tutto quello che poteva vincere: 6 titoli italiani consecutivi, i Giochi del Mediterraneo, le Universiadi, 4 titoli europei e 5 titoli mondiali. Sono sei anni d’oro, in cui mostra al mondo intero tutta la sua classe, la sua eleganza e la sua forza. Sì, perché gli anelli sono proprio tutto ciò: ci vuole forza fisica, per poter sostenere gli esercizi, ci vuole eleganza per poter danzare mentre si è agli anelli, e ci vuole la classe per resistere, danzare e mostrare al pubblico e ai giudici che le cose non sono poi così difficili. Lo stesso Jury, parlando della sua posizione preferita agli anelli, la croce, dice: “È una delle più antiche. Mi viene con naturalezza, con facilità. Questo mi ha anche differenziato dagli altri ginnasti che quando fanno la croce mostrano una grande fatica sul loro volto. Io l’ho eseguita in maniera molto serena, senza mostrare troppa fatica, che c’era naturalmente, dando così una buona impressione alla giuria. Questo mi ha aiutato molto per il punteggio”.

Le vittorie continuano, diventano la normalità per Jury Chechi, tanto che si presenta alle Olimpiadi del 1992 a Barcellona da favorito assoluto. Solo che qui inizia un’altra storia, un altro legame a cui Jury non potrà mai più sottrarsi: quello con i giochi olimpici. Preparando la gara di Barcellona, Jury subisce un infortunio, manca solo un mese ma il referto medico dice rottura del tendine di Achille e conseguente addio alle Olimpiadi tanto aspettate. Jury però non si abbatte, partecipa alle Olimpiadi come telecronista, guarisce e, come aveva sempre fatto, torna a vincere. Col titolo del 1997 sono 5 i titoli mondiali conquistati di fila, un’enormità. Nel frattempo, il legame tra il ragazzo di Prato e le Olimpiadi diventa ancora più sincero, forte e anche leale. Quello che gli era stato tolto a Barcellona gli viene restituito ad Atlanta, nel 1996, dove conquista il tanto agognato oro olimpico. Sembra il punto d’arrivo di un atleta straordinario, e lo diventa, per certi versi, quando nel ’97, poco dopo il titolo mondiale, annuncia il suo ritiro.

bronzoPochi credono alle sue parole ma molti si dovranno ricredere, almeno fino al ’99 quando Jury, sentendo il richiamo di quel legame che per anni lo aveva fatto sudare nelle palestre, torna alle competizioni. Il rientro sembra filare liscio, l’obiettivo sono le Olimpiadi di Sydney e tutto lascia presagire che anche nella terra dei canguri il piccolo bambino di Prato avrebbe potuto dire la sua. Solo che quel legame, così forte da farlo ritornare sulle sue decisioni, in qualche modo lo tradisce. O meglio, intensifica ancora di più il rapporto tra Jury e le Olimpiadi. Durante la preparazione, infatti, subisce un grave infortunio: la rottura del tendine branchiale di un bicipite. Sembrerebbe, questa volta, la fine naturale del percorso sportivo di Jury Chechi. Ma c’è un legame, che non è sportivo e che non è con una gara, che probabilmente è più forte di tutti gli altri: quello con la famiglia. Ed è da una promessa fatta al padre che Jury decide di provare a partecipare alle Olimpiadi di Atene. Jury, ovviamente, ci riesce; si allena, si qualifica per le Olimpiadi e viene nominato perfino portabandiera. Arriva la gara e, ancora una volta, Jury stupisce tutti: guadagna un insperato bronzo che però per lui, ma anche per i colleghi e tutti gli italiani, vale molto di più. Una gara strepitosa, portata avanti con cuore, passione e lealtà. Lealtà verso se stesso e verso gli avversari, come dimostra lo splendido gesto con cui, in diretta tv, indica alla giuria che il campione olimpico avrebbe dovuto essere bulgaro Jovtchev e non l’atleta greco chiaramente favorito nonostante numerose imperfezioni; una presa di posizione forte ma naturale per uno come lui, perché come dice lui stesso qualche anno più tardi parlando di doping a dei ragazzi : “Credo che lo sport sia innanzitutto una grande scuola di vita; io dallo sport ho avuto la soddisfazione di grandi successi, ma la mia vita, quella di tutti i giorni, la vivo seguendo l’insegnamento che questa scuola mi ha dato: il rispetto per l’avversario, il rispetto per le regole e, soprattutto, il rispetto per sè stessi e per il proprio corpo. Chi fa uso di sostanze dopanti non rispetta le regole, non rispetta l’avversario e non rispetta se stesso tanto meno la propria salute, abusa del proprio corpo. Detto in una parola chi fa uso di doping è un baro. Cari ragazzi, non credete anche voi che soddisfi di più una sconfitta pulita, che una vittoria ottenuta barando?”

È l’ultimo atto di una carriera fenomenale, è l’ultimo attimo che mostra ancora di più quanto forte siano stati alcuni legami nella vita di Jury Chechi, da quello verso la famiglia, a quello nei confronti degli anelli per finire con quello verso se stesso. Dice infatti: “Quando ad Atene sono rientrato al villaggio olimpico, scortato e con la medaglia al collo, sono entrato in camera, ho fatto la pipì, e mi sono detto: e adesso? Che faccio, dove vado? Ho sentito dentro un vuoto pazzesco, non è che il mondo finiva, ma una parte della mia vita si chiudeva. È difficile scendere dallo sport senza scossoni, chiunque dice di no è bugiardo. Dove lo trovi un altro attimo d’immortalità così immenso?”. Ma in fondo Jury Chechi rimarrà sempre il vero Signore degli Anelli, a simboleggiare la potenza, come gli antichi signori, le vittorie, come in NBA, ma anche il legame spirituale, come per le fedi nuziali. Un legame duraturo, sincero e reale che va aldilà di una gara, raggiungendo dritto per dritto il cuore degli uomini proprio come è successo a Jury con gli anelli, con le Olimpiadi e con la famiglia.

Studia Sustainable Energy, nel tempo libero prova a scrivere e fare foto per raccontare la vita di tutti i giorni www.gigibotte.com

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