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La più importante squadra di calcio del mondo, il Barcellona, è associata dal 99,9% degli abitanti del pianeta ad un solo nome: Lionel Messi. La più conosciuta squadra di basket del mondo, i Miami Heat, sono attualmente conosciuti per un solo nome: LeBron James. Ineccepibile, con due alieni come Leo e LBJ non potrebbe essere altrimenti, eppure molto frequentemente sentiamo dire: «Messi senza Iniesta non sarebbe lì», «LeBron ha vinto perché c’era Wade, mentre Wade ha vinto senza LeBron». Senza volerci addentrare in dispute in merito alla presunta verità di codeste affermazioni, considerando che nella seconda frase agisce una piccola variabile di nome Shaquille O’Neal, esempi come quelli di Iniesta e Wade nella storia degli sport di squadra ce ne sono infiniti. david_moss_banca_tercas_teramoNella Milano che Luca Banchi sta cercando di portare a conquistare quel dannato trofeo che manca alle scarpette rosse dal 1996, c’è un giocatore che potrebbe tranquillamente ascriversi tra i leader che hanno sempre convissuto con una stella di prima grandezza: David Jerard Moss. Moss è uno di quei giocatori che ci mettono poco a conquistare i tifosi per via dell’aspetto da classico giocatore moderno di NBA: rasta lunghi come tentacoli di una piovra e fisico strabordante di tatuaggi, il primo se l’è fatto fare sul costato e rappresenta il profilo di sua zia (personaggio chiave per l’educazione di David) per ricordare che “ogni uomo nasce da una costola”. Ma è sul parquet che Moss riesce a farsi amare da tutti per via della sua intensità a livello difensivo, che gli ha permesso di diventare uno dei più forti difensori d’Europa.

Uno che nasce Chicago nel 1983 come Moss non può che crescere a pane e pallacanestro, visto che dal 1984 si insedia nella città dei Blues Brothers un certo Michael Jordan. David però non riesce a sfondare in America ed è costretto a trasferirsi in Europa, precisamente in Polonia al Polpak Swiecie, ma anche qui la sua esperienza è breve, non riesce mai ad ambientarsi, nonostante ottenga delle buone cifre a livello realizzativo, e viene tagliato. Lo nota Andrea Capobianco, coach di un’ambiziosa Aurora Jesi, che lo porta in Legadue per la stagione 2007-2008. L’annata per i marchigiani è meravigliosa: vincono la Coppa Italia di Legadue e ai playoff cedono solo in finale contro Caserta, dopo essersi presentati alla griglia di partenza come ottavi. Moss, assieme a Hoover e Maggioli, è uno dei grandi protagonisti, garantendo un discreto numero di punti e tanta difesa. Capobianco è letteralmente innamorato di David e se lo porta a Teramo l’anno dopo; assieme contribuiscono alla migliore stagione della storia del club abruzzese (che arriva terzo alla fine della regular season). David è pronto al salto in un top club e viene acquistato dalla miglior squadra italiana: la Monte Paschi Siena. imagesI biancoverdi però non sono ancora completamente convinti e lo mandano in prestito a Bologna, sponda Virtus, dove David completa la sua maturazione, imponendosi come giocatore totale su entrambi i lati del campo. Viene richiamato alla casa madre ed inizia una “sfida personale” contro la dirigenza che ogni estate compra un giocatore nel suo ruolo, l’ala piccola, facendo puntualmente partire Moss dalla panchina. DaJuan Summers, Malik Hairston e Omar Thomas sono solo alcune delle “vittime” del ragazzo di Chicago che, dalla panchina, studia attentamente gli avversari per poi entrare a partita in corso offrendo un impatto enorme per i compagni. Moss negli anni di Siena è uno dei giocatori più continui, ma non è il leader celebrato della squadra. Nelle prime stagioni c’è Bo Mc Calebb, punti, contropiede e tanta fantasia, poi arriva il duo composto da Bobby Brown e Daniel Hackett, con l’italiano ad aggiungere testa e grinta dove non arrivavano le giocate del piccolo americano; David recita sempre una parte da comprimario ma di importanza fondamentale, basti pensare alla serie contro Varese della scorsa stagione dove disinnesca Mike Green, cervello pensante dei biancorossi, regalando a Siena la finale poi vinta con Roma.

Basket: Olimpia Milano; David Moss al raduno della squadraA fine estate avviene il passaggio a Milano assieme a Banchi e anche nel capoluogo meneghino Moss svolge il ruolo di fondamentale “scudiero” prima al solo Keith Langford e in seguito anche ad Hackett. Pazzeschi i miglioramenti dell’Armani a livello difensivo con l’innesto dell’americano, su tutte i punti concessi in casa: lo scorso anno Milano concedeva al Forum 78,8 punti di media, quest’anno solamente 63,6. Esperienza, versatilità, classe e tanta difesa che David sta mettendo a disposizione per far tornare Milano a conquistare un trofeo. Non sarà una stella di prima grandezza, ma ha sicuramente le doti del leader, il classico giocatore che ne noti l’assenza quando manca; dopotutto se gli chiedete dei Bulls di Jordan vi risponde: «Io adoravo Scottie Pippen, troppo importante per quella squadra». Se il maestro era quello, si capisce molto dell’allievo.

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«Le cose non succedono, le cose vengono fatte succedere» (JFK). «Ci sono due modi per tornare dalla battaglia: con la testa del nemico o senza la propria» (PDC).

3 Commenti a ““Jordan? Io preferivo Pippen”. La storia di David Moss

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