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Seconda puntata

DANILO GALLINARI

Eccoci alla seconda puntata dell’approfondimento dedicato ai fiori all’occhiello del basket nostrano migrati oltreoceano. Dopo il Mago è il turno del Gallo, ora infortunato, chiamato a fare il salto di qualità nella squadra che fu di Melo Anthony. Dopo lo sciagurato (per New York!) trasferimento a Denver, per Danilo sono cambiate tante cose e i numeri (sia in campo sia sul contratto) la dicono lunga: il figlio prediletto di Milano è chiamato a un ruolo sempre più da protagonista in un team che, persa la sua storica star, ha deciso e sta cercando di ricostruire partendo da una base giovane, con alcuni innesti d’esperienza. In questo nuovo contesto il Gallo si è trovato subito a suo agio e il massimo di punti in partita singola (37, proprio contro i Knicks il mese scorso) oltre al miglioramento della media in punti, rimbalzi, assist e rubate è decisamente un segnale forte, riconosciuto da lega, allenatori e tifosi (è stato tra i legittimi pretendenti ad un posto all’All Star Game). Ma, a mio avviso, i margini di miglioramento ci sono e sono ancora ampi e allora, come per il Mago, ecco due punti chiave che mi sembrano decisivi per capire il momento e le possibilità del figlio di Vittorio.

PERSONALITÀ. Danilo è già cresciuto tantissimo rispetto al timido ventenne a cui scottava la palla tra le mani alle prime apparizioni in maglia Knicks. Tuttavia il suo contratto (un quadriennale da 42 milioni), firmato da poco, parla chiaro: i Nuggets da lui si aspettano molto in termini di responsabilità e di leadership, insomma l’hanno individuato come la possibile stella della franchigia. Certo la situazione a Denver è particolare, perché nel team del Colorado ci sono tanti giocatori di livello medio alto che possono fare la differenza e coach Karl è straordinario quanto a gestione del gruppo e a valorizzazione dei talenti di ognuno. I vari Harrington, Lawson, Miller, Fernandez, Nenè sono tutti giocatori di buon talento individuale che, a turno, sono più o meno protagonisti, ma i Nuggets hanno deciso di puntare, in particolare, sul talento di Graffignana. Dunque più che di una star vera e propria potremmo parlare di un “primus inter pares”, ma la sostanza, in quanto a responsabilità richiesta, non cambia e Danilo ha risposto con le cifre: è il miglior realizzatore del team (oltre 17 punti di media), ed è migliorato in tutte le principali voci statistiche. Tuttavia da due segnali si capisce che, per diventare un leader, manca ancora qualcosa. Prima di tutto la gestione della palla. Gallinari è migliorato sì negli assist (che restano comunque pochini) ma è peggiorato nelle palle perse, il che è indice del maggior numero di palloni giocati dall’ex Olimpia, ma anche della non eccelsa qualità del loro trattamento. In parole povere: i compagni lo coinvolgono di più rispetto ai tempi di New York, ma non sempre la sua gestione della palla è all’altezza delle aspettative. Questo si vede particolarmente, secondo punto, nei momenti chiave delle partite, nei quali Danilo deve crescere in personalità, un esempio su tutti l’erroraccio nel finale contro i Lakers lo scorso 2 gennaio.

Molto legato al primo punto è il secondo: necessità di diventare, sempre più, un GIOCATORE A TUTTO TONDO. Mi spiego partendo da lontano. Al suo arrivo in NBA Danilo è stato selezionato (sesta scelta assoluta) dai Knicks per una specifica componente, in particolare, del suo gioco: il tiro da tre punti. D’Antoni, infatti, aveva bisogno di un tiratore dinamico che in più fosse un buon difensore, insomma chi meglio dell’ex AJ? Le esigenze del team della Grande Mela, tuttavia, hanno fatto del Gallo un giocatore offensivamente limitato, sacrificando le sue doti di penetratore che il tifoso milanese si ricorderà bene (soprattutto nell’ultima annata in maglia bianco rossa prima dell’approdo in U.S.A.). Il trasferimento in maglia Nuggets ci sta, invece, restituendo il Gallinari penetratore, ma la sua precisione dall’arco ne sta, in parte, risentendo. È evidente che parliamo di un giocatore con ottime armi offensive che sta, però, ancora cercando il giusto equilibrio, per diventare immarcabile in più situazioni. Non si discute, invece, il suo talento difensivo, se proprio si vuol trovare il pelo nell’uovo dovrebbe migliorare in scivolamento per meglio marcare giocatori più piccoli, ma lo fa già con onestissimi risultati.

Che dire in conclusione: in molti avevano visto con dispiacere il passaggio a Denver del nativo di Graffignana, col senno di poi direi, invece, che si sta rivelando l’occasione per fare il vero salto di qualità, in un contesto libero da pressioni eccessive e in cui il Gallo può sentirsi valorizzato. Allora non ci resta che augurare a Danilo di continuare a sfruttare (come già sta facendo) la grande occasione di crescita che ha per le mani, per il bene suo e anche della Nazionale, che della sua personalità, oltre che del suo indiscusso talento, ha tanto bisogno. Azzardo finale? Direi solo che di All Star Game e, più importante, di playoff da protagonista il ragazzo ne vedrà, ah se ne vedrà…

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