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Dal 1995 a oggi, non è esistito il basket NBA senza Kevin Garnett. Il mese scorso, dopo ventuno anni di una vita straordinaria data in pasto agli appassionati, Kevin Garnett, alias The Revolution, ha detto basta.

Diffidate di chi vi racconterà che Kevin Garnett ha cambiato per sempre il Gioco e la Lega. Non è così. Leggerete che prima di lui non si era mai visto un giocatore di 2,11 tirare come Scottie Pippen, saltare come Shawn Kemp, difendere come Gary Payton, vedere il gioco come John Stockton e menare come Charles Barkley. È vero: non si era mai visto, non si vede oggi, difficilmente si vedrà ancora.

La Rivoluzione di Garnett si svolge su un piano diverso ed è sostanzialmente una rivoluzione romantica che, come spesso accade, spacca il mondo, compie un cerchio, finisce nel nulla e lascia come testamento una meravigliosa storia da raccontare.

Il protagonista di questa storia è un omone alto e magro della Carolina del Sud, che a giocare a basket è fortissimo, ma che nella sua carriera ha quasi sempre perso. Che è stato odiato praticamente da tutti quelli che non hanno avuto la fortuna di averlo come compagno di squadra. La cui storia è costellata di abbandoni, lutti, tradimenti e da contrarietà della fortuna. E il cui percorso è scandito da un sorriso e tre pianti: un pianto di rabbia, un pianto di gioia e un pianto di consacrazione. Ma andiamo con ordine.

1) Un sorriso

La nostra Rivoluzione inizia una notte di giugno del 1995. Al draft  si è presentato un ragazzone quasi imberbe di 19 anni appena compiuti alto, magro, con un sorriso un po’ goffo che si è infilato in un abito grisaglia degno di una vignetta di Giannelli e di almeno due taglie più grande (e ce ne vuole). Nel momento in cui David Stern annuncia che i Minnesota Timberwolves (il cui front office è guidato al tempo da Kevin McHale) hanno selezionato quel ragazzone un po’ sgraziato con la quinta scelta assoluta, quel sorriso può farsi (un pochino) più disteso: un abbraccio alla madre, un paio di strette di mano e si parte per fare la rivoluzione sulle montagne del Minnesota con l’unica strategia di approccio alla vita che quel ragazzone conosce: hard work.

Il primo anno non è indimenticabile: i Twolves sono una franchigia “di provincia”, molto giovane, guidata in campo da Bill Blair e senza aspirazioni da postseason. In un contesto del genere, Garnett produce cifre “normali”: 10,4 punti, 6,3 rimbalzi e 1,8 assist. In un draft che (Sheed a parte, si intende) non ha regalato nulla di particolarmente entusiasmante, KG viene inserito nel secondo quintetto All Rookies. Onestamente, una mezza delusione.

Ma in quella piccola franchigia di provincia hanno trovato da qualche mese la miccia giusta per far esplodere la Rivoluzione, e questa miccia ha un nome e un cognome: Flip Saunders.

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Flip Saunders è un quarantenne di Cleveland con un nome buffo, la faccia da WASP e lo sguardo triste. È alla prima esperienza in NBA ma ha le idee piuttosto chiare: si costruisce su Garnett, che viene subito promosso in quintetto, si gioca una pallacanestro più offensiva e si aggiunge subito un’infornata di raw talent. È così che alla corte di Flip arriva Stephon Marbury, che di Garnett è amico fraterno e che porta con sé una vagonata di New York swag  nel gelido Minnesota.

Le cifre di Garnett in pratica raddoppiano e passano a 17,0 punti, 8,0 rimbalzi, 3,1 assist, 2,1 stoppate e 1,7 rubate a partita. Viene convocato per il primo All-Star Game della sua carriera. Ha vent’anni e ha in faccia un sorriso di questo tipo per buona parte della stagione. Fino alla stagione 1996-1997 i Timberwolves non avevano mai conquistato i play off NBA. Li conquisteranno per 8 anni consecutivi. Quell’anno vengono spazzati via dai fortissimi ed esperti Rockets di Sir Charles Barkley e di Hakeem The Dream Olajuwon, l’uomo chiamato al draft prima di Michael Jordan.

C’è un momento bellissimo alla fine di Gara 3: Barkley chiama i due ragazzini davanti a lui e gli dice: restate qui. Restate uniti. Qui c’è qualcosa di speciale.

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A Marbury non frega niente.

2) Un pianto di rabbia

Marbury leverà le tende a metà della stagione successiva, dopo poco più di un anno dal suo arrivo a Minneapolis. I motivi non sono chiari, ma stiamo parlando di un giocatore dal potenziale devastante che lascerà l’NBA a 32 anni e che si ritroverà a mangiare vaselina davanti a una webcam in un’oscura serata cinese del 2009. Minnesota si ritrova con una superstar in the making e pochissimo altro a roster (principalmente, Tom Gugliotta e Sam Mitchell). Decide così di ricoprire d’oro Garnett, offrendogli un contratto pazzesco da 126 milioni di dollari in 6 anni. Non male quando non hai ancora 22 anni.

Con una squadra composta da KG e poco altro, I Wolves riescono comunque a raggiungere la postseason, ma vanno a sbattere contro i Sonics di Gary Payton in una serie che regalerà comunque le prime vittorie della storia nei play off alla franchigia del Minnesota.

Mentre da un lato la Rivoluzione cresce costantemente e inesorabilmente, attorno c’è il vuoto. Dopo l’addio di Marbury la società non è più riuscita a mettere nulla di decente attorno a KG (colpa anche del contrattone da 126 milioni) e il successivo assalto al titolo naufraga nuovamente al primo turno dei playoff: i Timberwolves vengono agevolmente estromessi dalla postseason dai San Antonio Spurs di Tim Duncan, che poi navigheranno a vele spiegate verso l’anello.

Garnett ha 23 anni ed è completamente solo. Bisogna fare qualcosa.

Nell’estate successiva arrivano alla corte di Saunders il tiratore Wally Szczerbiak e soprattutto Malik Sealy. Sealy è un trentenne di Brooklyn, molto attivo sul fronte black pride (come Garnett) e viene da discrete annate a Los Angeles (sponda Clippers) e Detroit. Garnett indossa il numero 21 perché era il numero di Malik Sealy all’Università di Saint John. Malik Sealy è il fratello maggiore che Garnett ha bisogno di avere accanto. Per un attimo si rivede sul suo volto il sorriso dei tempi di Stephon.

I Timberwolves metteranno insieme una stagione da 50–32 (la migliore della storia della franchigia), ma andranno comunque a sbattere al primo turno dei play off contro i (più forti) Portland Trail Blazers. Comincia a farsi frustrante. Mentre ancora a Minneapolis si cerca di digerire l’ennesima debacle, Garnett festeggia il suo ventiquattresimo compleanno. È la sera del 20 maggio 2000. Sarà l’ultima sera della vita di Malik Sealy. Tornando a casa dalla festa di Garnett, la vita di Sealy finisce in autostrada, contro un pick-up guidato contromano da un autista ubriaco.

I think everybody goes through something in life that makes them who they are in the present, and that’s what Malik was for me“. Nulla da aggiungere.

Nelle due stagioni successive, le velleità dei TWolves si infrangono nuovamente al maledettissimo primo turno dei play off.

Lo sguardo di Garnett non ha più niente di quella spensieratezza degli anni precedenti. È lo sguardo di un soldato, rassegnato ma orgoglioso.

La stagione 2003-2004 si presenta come un punto di svolta importante. Garnett ha ormai 26 anni e non ha più intenzione di vedere la propria carriera costretta in una gabbia di mediocrità. La pallacanestro è uno sport di squadra e l’unico modo per avere successo in uno sport di squadra è portare quella squadra alla conquista di un campionato. Arrivano Latrell Sprewell e Sam Cassell, che di titoli NBA ne ha già vinti due. Cambia la musica. Con Garnett non più da solo a cantare e portare la croce, i Timberwolves mettono insieme una stagione incredibile da 58-24 e vincono la Midwest Division. Garnett, dal canto suo, dipinge tra gomitate a rimbalzo e danze tribali in post basso una stagione da 24.2 punti, 13.9 rimbalzi, 5.0 assist, 2.2 stoppate e 1.5 rubate a partita. Sono cifre pazzesche che gli valgono il primo trofeo di MVP della sua carriera.

Ai play off è un’altra storia rispetto agli anni precedenti. Al primo turno i Denver Nuggets vengono spazzati via 4-1. Minnesota ha finalmente vinto la prima serie di playoff della sua storia. Al secondo turno ci sono i fortissimi Sacramento Kings di Webber, Bibby e Divac. La serie arriva alla decisiva Gara 7. Come potete vedere, non è che Garnett la prenda molto sul serio.

Se avete resistito fino a questo punto e se vi state chiedendo quali sembianze possa assumere una Rivoluzione su un campo da basket, ebbene, in quei playoff troverete le vostre risposte: questa…

… è una delle cose più devastanti mai viste con una palla a spicchi in mano.

Quella Gara 7 Minnesota la vince. L’avventura si fermerà alla finale di Conference, nella quale comunque i TWolves strapperanno due vittorie contro una delle squadre più forti di tutti i tempi: i Lakers di Kobe&Shaq. Qualcosa sembra essere cambiato nel freddo Minnesota. Invece non è cambiato niente. Sprewell e Cassell andranno via l’estate successiva spezzando per sempre qualunque velleità di programmazione sul medio-lungo periodo della squadra. Flip molla. Il vaso trabocca. Nell’estate del 2005 Garnett rilascia a John Thompson l’intervista più bella e intensa di sempre mai rilasciata da uno sportivo.

In quest’intervista c’è tutto KG. Garnett accusa apertamente la società sull’atteggiamento tenuto nei confronti del rinnovo contrattuale di Sprewell. Sputa fuori tutta l’amarezza per l’addio di Flip Saunders (“we would have went to war for Flip and he knew it”).

Al minuto 3:45 Thompson chiede a Garnett come stia fisicamente ma subito dopo affonda: “Quanto sei ferito, quanto sei abbattuto”? Gli occhi di Garnett mentre risponde sono gli occhi di chi ferito e abbattuto lo è, e nel profondo, ma che non lascia il campo. Che non può esistere al di fuori del campo.

Sono abbattuto, ma mi metto la divisa ogni sera. Pestato, ferito, qualunque cosa. 100%, 30%, quelli sono solo numeri, il mio cuore, la mia passione, quelli non li puoi misurare”.

Ma cosa ti spinge, cosa ti porta avanti?” “Che sto perdendo. Sto perdendo. Sto perdendo”.

È a questo punto che Garnett non riesce più a trattenere le lacrime, lacrime di rabbia, delusione, lacrime di un gigante sconsolato.

Thompson tenta di riprenderlo, dicendogli che a livello personale questa stagione è ancora più impressionante delle precedenti (e Thompson ha titolo per dirlo, essendo un grande allenatore di College alla Georgia Tech University).

È allora che, al minuto 5:39 dell’intervista, la Rivoluzione scopre tutte le proprie carte: tra le lacrime che ormai hanno preso il sopravvento, Garnett risponde: “Questo non è golf, questo non è tennis. Non si tratta di me. Si tratta di noi. Non si tratta solo di quello che faccio io, io sono solo uno dei pezzi” “E allora perché ti addossi tutta questa responsabilità”? “Non ho scelta […] non vorrei apparire debole in questo momento ma, capisci, io do il 200%, e non perché debba farlo. Mi vedi, sono nato così, è quello che sono. I’m built like this”.

Questa intervista ci dice tutto. Ci dice che Garnett è mosso ormai da sentimenti di rancore, di riscatto di rivincita. Che Garnett riconosce l’ineluttabilità del proprio destino e che sente che quel destino non può compiersi a Minneapolis. Ci dice anche che l’anima della Rivoluzione giace sotto il parquet di quel palazzetto.

Anche se KG rimarrà nel Minnesota per altri due anni, la sua avventura con la maglia dei TWolves è già finita quella sera. Non a caso, l’anno successivo i TWolves non si qualificheranno nemmeno per i play off.

3) Un pianto di gioia

Il 31 luglio del 2007 Garnett viene ceduto dai TWolves ai Celtics in cambio di un’intera squadra. Sì, ma di pallamano: 7 giocatori e una scelta al draft successivo.

Boston, città di rivoluzioni, è la destinazione ideale per Kevin: lì trova due come Paul Pierce e Ray Allen che vengono da esperienze simili alla sua. Lì trova Doc Rivers, il migliore allenatore emozionale della Lega. Lì trova soprattutto il sistema di gioco che Rivers pratica. Il sistema si chiama ubuntu, parola bantu il cui significato è stato così parafrasato oltreoceano: “A person is a person through other people”. Garnett è nato per giocare in quel sistema e in quella città. C’è una scritta all’ingresso del TD Banknorth Garden, la casa dei Celtics: “18.624 (la massima capienza del Garden), time to go to work”. Ogni partita inizia con l’urlo di Garnett trasmesso dal megaschermo. Così si vive il basket a Boston. A Boston Garnett non è il solo a vivere la pallacanestro come una guerra, non è il solo a trarre la propria linfa vitale dal legno del parquet: a Boston Garnett is a person trough a whole city.

Quei Celtics vinceranno il titolo immediatamente, al primo anno. Butteranno fuori i Cavs di Lebron James, i Pistons di Sheed e Billups (e Flip Saunders) e strapazzeranno in finale i Lakers di Bryant e Gasol, in una serie in cui si toglieranno anche lo sfizio di siglare il record all time per il più grande svantaggio rimontato in una partita delle Finals (24 punti). Garnett fatica a scacciare i suoi fantasmi: in gara 5 sbaglierà i due tiri liberi decisivi che regaleranno la partita ai Lakers. Ma in gara 6 Boston vincerà con un imbarazzante scarto di 39 punti. Garnett? 26 punti e 14 rimbalzi.

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Intervistato, KG riesce a trattenersi per circa un decimo di secondo, dopodiché scoppia, un’altra volta, a piangere. È un pianto di gioia incontenibile figlio delle lacrime di rabbia versate di fronte a John Thompson due anni prima. È un pianto che serve a sputare fuori i demoni di dodici anni, un pianto durante il quale un “ANYTHING IS POSSIBLE” urlato a squarciagola sancisce, una volta per tutte, il trionfo della Rivoluzione.

4) Un pianto di consacrazione

Siccome, Vince Carter a parte, nessun umano è mai riuscito a scendere a patti con il Dio Crono, Garnett sta cambiando anche modo di giocare: a 31 anni, e soprattutto dopo 12 anni di carriera  vissuti a quel livello e a quell’intensità, il corpo non può essere lo stesso che a 24. Il suo gioco si fa più perimetrale ma Garnett è, per assurdo, ancora più leader: in campo e fuori non smette un secondo di urlare e dirigere l’orchestra di Rivers come il capitano di una nave da guerra. Entra sotto la pelle di compagni e avversari. Diventa il cattivo della Lega. Esagera. Darà del malato di cancro a Charlie Villanueva, che in realtà ha solo un problema di alopecia. Darà del figlio di puttana a Tim Duncan, che la madre l’ha persa a 14 anni. Sussurrerà all’orecchio di Carmelo Anthony che sua moglie, appena andata via di casa, ha lo stesso sapore dei cereali al miele, scatenando un parapiglia indicibile che proseguirà anche fuori dal palazzo.

Chi ha sostenuto che Garnett “esagerasse” a fare e dire tutto ciò che faceva e diceva su un campo di pallacanestro, non ha compreso fino in fondo che per quell’uomo non esiste niente, ma proprio niente, al di fuori di quel campo di pallacanestro.

E come potrebbe essere altrimenti? Su quei quindici metri per ventotto Garnett ha vissuto tutta la sua vita. Ha vissuto il tradimento di un amico. La morte di un mentore. L’insuperabile frustrazione di un fallimento lungo dodici anni. L’incommensurabile euforia che deriva dall’uccisione dei propri demoni. La Rivoluzione di Garnett avviene su quei quindici metri per ventotto e per un rivoluzionario nulla è più importante della rivoluzione. Non l’amore, non la morte.

Boston non riuscirà a ripetersi. L’anno successivo, il ginocchio di Garnett cede durante la serie contro gli Orlando Magic e in quello stesso istante la stagione dei Celtics finisce. L’anno dopo ancora, i Celtics torneranno in finale contro i Lakers ma cederanno, con l’onore delle armi, alla decisiva Gara 7, in una serie che meriterebbe un articolo a parte. Il ciclo virtualmente finisce lì, tanto quello di Boston, quanto quello di Garnett. È il giugno del 2010.

Nel frattempo la Reazione ha ammassato forze soverchianti a South Beach e si prepara a mettere fine alla Rivoluzione. I Miami Heat di Lebron James, Dwyane Wade e Chris Bosh sono troppo forti. Schianteranno i Celtics ai play off del 2011 con un 4-1 senza appello. Nel 2012 la resilienza dei Celtics ci regala un meraviglioso canto del cigno: Miami avrà bisogno di 7 gare per piegare le ultime sacche di resistenza biancoverde. Boston riuscirà anche ad andare sopra per 3 a 2 vincendo Gara 5 a Miami. Al termine di quella partita, Garnett si prende la soddisfazione di rilasciare una meravigliosa intervista a una meravigliosa Doris Burke:

Kevin, a metà partita Doc Rivers si è detto fiero di te perché hai giocato in circostanze difficili. Come fa questa squadra a navigare così tranquillamente tra gli alti e bassi di questo gioco?” “Non è così facile. Lo facciamo insieme, lo facciamo come una squadra”.

What fuels you after seventeen years in this League, what fuels you, Kevin?

Competition. The naysayers. Owners who talk too much. People who don’t think a 35-36 years’ old can do what I do. I take a lot of pride in my craft, I work really hard on my craft every day. And I’m a true professional”.

Paul Pierce ha faticato stasera ma ha messo la tripla decisiva. Cos’hai pensato quando quella palla ha lasciato le sue mani?” “Ho guardato in alto e ho pensato: mio Dio, The Truth, Quando tira con quella convinzione io lo so già che il tiro va dentro. È per questo che Shaq gli ha dato quel soprannome”.

Questo pensa Garnett dei suoi compagni di squadra.

 A Gara 7 ormai andata, succede questo:

Rivers li toglie tutti, toglie per ultimo Garnett, che lo abbraccia, gli prende la testa tra le mani e quello che gli dice, lo sanno solo loro due. Per i successivi tre minuti tutti gli occhi delle telecamere saranno puntati sugli sconfitti. Questa volta le lacrime sono di Doc Rivers e di una città intera. Quel pianto ci dà la dimensione di che cosa siano stati quei Celtics e, soprattutto, di cosa siano stati quei diciassette anni di Rivoluzione. In quel preciso momento, Garnett ha cambiato per sempre la declinazione del concetto di Campione secondo i parametri statunitensi, svincolandolo per sempre dal concetto di vittoria. Quella sconfitta contro quei Miami Heat dà veramente la misura della caratura di quel Campione senza tempo che è Kevin Garnett. Garnett diventa una titanica bandiera dell’individuo che, con la forza infusa dalla passione, dallo spirito di sacrificio e dalla propensione alla lotta, si arrende soltanto al Tempo e al Fato. Si arrende con una maestosità che commuove e che dà a quella resa un sapore che supera il sapore di certe vittorie.

5) Fine di una Rivoluzione

Il finale della storia è carico di amarezza, tanto per cambiare. Garnett vede Ray Allen tradire la causa e andarsene a ingrossare le file degli Heat, che grazie a un suo canestro sovrannaturale vinceranno il titolo quello stesso anno. Garnett, being Garnett, lo saluterà così nel giorno del suo ritorno al Boston Garden

L’anno successivo, KG sarà ceduto a Brooklyn, dove indosserà la maglia n. 2 dell’amico scomparso Sealy. Con quel numero di maglia sulla schiena, Kevin apprenderà della morte di Flip Saunders, causa un linfoma di Hodgkin diagnosticato in ritardo. La Rivoluzione si spegnerà lì da dove è partita. Garnett tornerà a Minneapolis per giocare l’ultima stagione della sua carriera. Farà la chioccia a Karl Anthony Towns per un anno e poi dirà basta. E chissà che, come Aureliano Buendìa, il generale che prese parte a 32 rivoluzioni armate perdendole tutte, anche Garnett si abbandoni al pensiero che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine. Quella struggente solitudine di chi, immerso nel proprio elemento naturale, si sia mai sentito come Kevin Garnett si sentiva su un campo da basket.

Basketball is life. Basketball is definitely life. It is my life

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