zeman lapresse

zemanÈ la fine dell’ennesimo sogno, anche se, a dire il vero, questa volta non son nemmeno tanto sicuro che qualcuno si sia realmente addormentato, altro che sogno. Zeman, dopo essere tornato, lascia. Dimissioni, ovvero saluta Cagliari chiudendo la porta (non sbattendola), senza lasciarla socchiusa, proprio come fanno gli uomini di una volta, che quando la chiudono significa “è così e basta”. Lo ha spiegato in una conferenza il perché: «Non sono riuscito a trasmettere il mio credo alla squadra. Me ne vado perché se prima c’era solo sfortuna e un po’ di mio calcio, mentre oggi c’è solo sfortuna». Per la prima volta da quando ho imparato a conoscere, da appassionato, Zeman, ho come l’impressione che abbia preferito tacere. Ho come l’impressione che, se avesse potuto, la conferenza l’avrebbe passata solo fumando, lasciando che a dire tutto fosse il fumo e nulla più.

Il boemo in effetti non è mai stato di tante parole, ma la banalità gli è sempre stata indigesta. Qui, in queste pagine virtuali, abbiamo spesso scritto di lui: del suo utopismo, della sua folle o stupenda visione del pallone, della sua testardaggine, dei suoi fallimenti. Hanno scritto in tanti, tutti con idee diverse. La certezza, però, era una: quando Zeman parla, parla. Invece, martedì, ha parlato senza parlare. Perché? Andiamo con ordine.

conti lapressePrima del match con il Napoli di domenica, il Cagliari è in ritiro ad Assemini. Nella serata di venerdì, 25 tifosi fanno irruzione nel centro sportivo. Che succede dopo non si capisce bene: volano parole grosse, insulti, secondo qualcuno un paio di tifosi alzano addirittura le mani sui giocatori. L’accusa è di non impegnarsi abbastanza, la solita cara vecchia storia de “la maglia va onorata”. Il giorno seguente, davanti ai giornalisti, Zeman amette il blitz e aggiunge: «I miei ragazzi li ho visti male ieri sera, sì. Ci son rimasti male. Io la vivo male, perché mi sono sempre sforzato di fare calcio per la gente. Son cose brutte che purtroppo sono si riescono a eliminare. Io continuo a dire che non c’è confronto, non ci può essere confronto se non si è in due. Hanno fatto tutto loro e noi abbiamo subito. Non per paura, per la pace». Traduzione dallo zemaniano: la squadra è sotto choc e se non abbiamo reagito è solo per evitare di peggiorare una situazione già tesa. Domenica la squadra scende in campo, ma solo fisicamente. I rossoblu, di fatto, non giocano e prendono tre gol tra i fischi. La curva salva solo due giocatori: Cossu e soprattutto il capitano, Daniele Conti.

La partita finisce, inizia il giro di interviste di routine tra silenzi e parole di circostanza, fino a quando non si diffonde la notizia che Conti e Dessena terranno una conferenza stampa. Solo loro. In realtà a parlare è solo Conti, che poco prima era sceso in campo con la fascia da capitano con sopra stampato, ben in vista, il simbolo degli ultrà cagliaritani. Già quella una presa di posizione. Ma è la conferenza a stupire: ogni sua parola è una smentita di quanto detto dal suo tecnico 24 ore prima. Macché blitz, i tifosi son venuti a fare due chiacchiere; macché sotto choc, eravamo tutti tranquilli; macché non reagire per la pace, non c’era motivo di reagire e basta. Nei fatti Conti ha scientemente deciso di sbugiardare pubblicamente il suo allenatore, di smerdarlo in una conferenza stampa senza alcun motivo di esistere dopo che, per 90 minuti, gli stessi tifosi di cui facevano parte quei 25 che hanno fatto irruzione nel SUO ritiro (perché questo è successo) hanno fischiato tutti i SUOI compagni, tranne lui. Un giorno e mezzo dopo, Zeman si dimette dall’incarico di allenatore del Cagliari.

zeman conferenzaNon so se a raccontare la verità sia stato Conti o sia stato Zeman, ma so per certo che martedì, il boemo, è stato per la prima volta banale. E sono altrettanto certo che, come ultimo estremo gesto verso un gruppo che forse non è mai stato davvero suo ma su cui aveva scommesso, ha deciso di non dire tutto quel che avrebbe voluto. Non so se a dire la verità sia stato Conti o sia stato Zeman, ma il braccio di ferro l’ha vinto Conti, anche perché è stato l’unico che quel braccio di ferro l’ha veramente voluto. Non so nemmeno se sia giusto così, non mi arrogo il diritto di dare giudizi, ma mi sento di dire che provo una profonda delusione per quanto successo a Cagliari. Perché Conti, con quella conferenza stampa che non aveva senso di esistere, è come se fosse salito in curva e avesse iniziato anche lui a inveire contro il suo stesso allenatore. Non mi è piaciuto perché ognuno ha il suo ruolo: il tifoso faccia il tifoso, il calciatore il calciatore; non mi è piaciuto perché smerdare il proprio tecnico davanti a tutti è un gesto di codardia, oltre che di maleducazione; non mi è piaciuto perché tutto questo ha portato Zeman a optare per la banalità e a evitare la sincerità, ciò che invece ho sempre amato di lui. Io sto con Zeman, anche questa volta, nella speranza che quella porta che ha chiuso in Sardegna la possa riaprire da qualche altra parte. Con miglior fortuna e sempre con una sigaretta in bocca a fare compagnia alla sua schiettezza.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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