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1449347717589_stefano-pioliAl maestro Stefano Pioli tocca un compito difficile. La classe è scorbutica, rozza, maleducata. Ci hanno provato già in due a pendere in mano la situazione, ma niente. Ora tocca a lui, abituato alle scuole di provincia, dove i ragazzini sono semplici e disciplinati; ma quaggiù in città è tutto più complicato. Sarà una supplenza tosta, non c’è che dire, in attesa che a giugno, a fine anno, arrivi l’insegnante di ruolo. Pioli non si aspettava proprio di venir chiamato: era lì che si faceva i fatti suoi quando è arrivata la telefonata del preside, “Buongiorno Stefano, viene a lavorare da noi?”, “Mah, perché no, ora ci penso”, il tempo di riattaccare che chiama l’amministratore che gli dice grazie tante ma abbiamo scelto un altro, e nel giro di qualche minuto un sms dal principale finanziatore dell’istituto che gli chiede se abbia voglia di trasferirsi giù in città. “Ma che diavolo succede?”. Confuso e senza capire bene a chi rivolgersi per discutere di questo accidenti di lavoro, Pioli alla fine viene assunto. Sollevato, tira fuori il telefono per ringraziare della fiducia, ma non ha la minima idea se sia meglio chiamare il preside, l’amministratore o il finanziatore. Meglio lasciar perdere, per il momento. Via a fare le valigie, si carica la macchina e si parte, con un unico pensiero in testa: “Starò facendo la cosa giusta?”

FC Internazionale v Juventus FC - Serie AEh sì, la struttura gestionale della scuola non è che abbia mostrato di saperci molto fare. Seduti attorno al tavolo per prendere una decisione definitiva su quale sia il profilo migliore per gestire quella classe di sciamannati, il dibattito è stato acceso. I nuovi proprietari dell’istituto, gente che sogna particolarmente in grande, sono arrabbiatissimi: com’è possibile che ci sia una tale carenza di disciplina? Avevano sentito dire che quella classe aveva al suo interno ragazzini molto dotati, alcuni di intelligenza spiccata, eppure fioccano solo votacci e intemperanze. Allora? Da un altro capo del tavolo, l’amministratore non sa bene come giustificarsi: l’hanno chiamato per seguire il bilancio e l’aspetto finanziario della scuola, cosa ne può se i risultati degli alunni sono scarsi? È un burocrate, un manager, mica un professore, lui. Anzi, a dire il vero il suo lavoro l’ha svolto anche egregiamente, eppure eccolo lì, pure lui sul banco degli imputati. Qualcosa da dire ce l’avrebbe il preside, ma è meglio tacere, perché altrimenti sarebbero guai: la didattica l’aveva anche impostata bene, solo che poi saltano fuori le magagne, come è normale che sia, e lui si ritrova solo e abbandonato a dover far fronte a tutto, salvo poi lasciare i meriti agli altri se tutto va bene o fare da parafulmini se tutto va a rotoli. Che rabbia. Va beh insomma, il professor Pioli alla fine piace tutti, quanti sì?, quanti no?, allora approvato, chiamiamo lui.

un-undici-iniziale-dell-inter-di-frank-de-boer_948721E poi ci sono loro, gli studenti. Si dice peste e corna di loro, e un po’ si dice il vero. Eppure occorrerebbe provare a capirli di più: sono svegli e capaci, senza dubbio, ma qualcuno che plasmi il loro talento ci vuole. È qualche mese che si sentono spersi, spaesati, iniziare l’anno con un professore che non aveva la minima voglia di insegnare, proseguirlo con un sostituto che aveva delle idee un po’ strane, interessanti per carità, ma chi ci capiva qualcosa? E poi niente, per qualsiasi cosa immediatamente additati, colpevolizzati. Ci provano, si impegnano, ma non hanno la minima idea di chi seguire, cosa e come imparare, a chi rivolgersi per provare a fare chiarezza. E adesso il professore cambia ancora una volta, e se andrà male si dirà che sono loro ad essere ingestibili e inadeguati. Ma vi pare giusto?

La situazione, insomma, è delicatissima, gli umori sul ciglio del baratro; e oggi è il giorno in cui arriva il nuovo professore. Appuntamento per tutti all’ingresso della scuola per salutarlo, mi raccomando comportarsi bene e farlo sentire accolto. E così, nello scorcio di una nebbiosa mattina milanese, le strade di un professore che si tuffa nell’ignoto più ignoto che ci sia, di uomini d’affari a cui non va proprio di buttare i propri soldi, di un amministratore che troppe volte ha dovuto occuparsi di affari che non gli competono, di un preside che alla fine la faccia messa è sempre la sua, e di una classe che altro non aspetta che un vero educatore, si incrociano. Ognuno, in fondo, con le sue ottime ragioni; ognuno con addosso l’ansia di chi sa di non poter sbagliare, con la consapevolezza di essere al limite, di dover indovinare ogni passo e ogni scelta; ognuno che, a mezza bocca, bisbiglia fra sé e sé: io speriamo che me la cavo.

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