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Quando era giocatore era solito partire qualche metro avanti ai due difensori centrali, un po’ perché irrefrenabilmente attratto dall’area di rigore, come una calamita verso il ferro, ma soprattutto perché dotato di un’intelligenza calcistica che gli ha fatto capire in fretta che, per diventare grande, non avrebbe dovuto fare affidamento sulle doti tecniche (che una non troppo generosa madre natura gli aveva riservato), bensì sulla determinazione, sull’ambizione e sulla professionalità. Per questo, una volta sedutosi sulla panchina della squadra che lo ha reso leggenda, ha deciso di scrivere le prime pagine di un nuovo percorso con la stessa abnegazione e serietà che aveva da calciatore.

small_110517-140232_MARTCAL054C’è molto dell’Inzaghi giocatore nell’Inzaghi allenatore. Non si diventa allenatori del Milan tutti i giorni, ma Pippo ha saputo farsi trovare pronto al momento giusto, proprio come quando stava in area di rigore, dopo la ribattuta del portiere o su un rimpallo casuale e, a seguito dell’esonero di Seedorf, non ci ha pensato due volte a dire sì al presidente Berlusconi. Una scelta, come tutte quelle ambiziose, tutt’altro che facile, perché essere alla guida del Milan oggi è più difficile che in passato. Mai come in questi tempi, dalle parti di Milanello si è avvertita la necessità di dover recuperare quei valori di cui negli ultimi anni sembrano essersi perse le tracce; quel senso profondo di appartenenza al club che ha sempre caratterizzato la società rossonera, soprattutto nell’era Berlusconi. Dopo un precampionato travagliato, il Milan di Inzaghi sembra quindi aver imboccato la strada giusta con l’incoraggiante vittoria casalinga sulla Lazio di Pioli (3-1), data da molti per favorita. E proprio in quella partita si è avuta la percezione di come la squadra avesse perfettamente assorbito i dettami tattici e comportamentali dell’allenatore. Si è visto un Milan carico ed esplosivo proprio come Pippo, giustamente soprannominato dal maestro Carlo Pellegatti “Pippo alta tensione”, per la sua proverbiale carica agonistica pronta ad esplodere al momento del gol. Una tensione trasmessa ai propri giocatori, che ha sprigionato tutta la sua energia alla prima occasione in contropiede, con un lampo di El Shaarawy a squarciare il buio della difesa biancoceleste, servendo un assist al bacio per l’accorrente Honda, puntuale e spietato come un samurai (o come Pippo) nel trafiggere Berisha.

A dire il vero, i primi segnali della nuova alba rossonera si erano intravisti nella serata di Reggio Emilia durante il Trofeo Tim, dove il nuovo Milan di Inzaghi aveva dato qualche indizio da squadra vera, vincendo contro una Juve praticamente al completo e domando facilmente il Sassuolo artefice, nello scorso campionato, dell’esonero del “nemico” Allegri. Un Milan concentrato e atleticamente performante, fattore necessario per sopperire alla mancanza di tecnica, ma soprattutto per esprimere il gioco che vuole l’allenatore basato sull’attenzione, pressing e velocissime ripartenze con inserimenti dei centrocampisti. Proprio per questo, il Milan visto la prima giornata ha ricordato la prima Juve di Conte. Da Pippo Inzaghi ad Antonio Conte il salto è assai breve: voglia, rabbia, l’attenzione maniacale per i dettagli, l’ambizione e il sacrificio sono autentici dogmi per entrambi gli allenatori. È proprio così che la Juve di Conte è diventata grande e Inzaghi ha capito che, per ricominciare, avrebbe dovuto insistere parecchio sugli stimoli e sulla testa dei giocatori, a maggior ragione con una rosa tecnicamente limitata. La fame e la disciplina tattica sono gli unici elementi che consentono di colmare il gap con le squadre di prima fascia. Lo sa bene Conte, che con questa mentalità ha portato giocatori come Giaccherini e Pepe ad esprimersi ad altissimi livelli, sfruttandone le doti ma anche e soprattutto disciplinandone l’agonismo in fase d’attacco, trasformandoli in veri e propri uomini gol con inserimenti telecomandati. Certo, a questi livelli nulla si improvvisa. Conte, prima di vincere con la Juventus, ha fatto molta gavetta, cosa che a Pippo manca. Per questo il salto dalla Primavera alla prima squadra può essere molto complicato.

Milan - LazioLa bravura di Inzaghi è stata subito quella di calarsi nella nuova realtà rossonera, ben diversa dagli anni in cui portava la numero 9, capendo in fretta che per ripartire bisognava pensare in piccolo e che, senza il sacrificio dei propri giocatori, il cammino sarebbe stato ancora più duro. Ma forse, quella gavetta che gli mancava la sta facendo proprio adesso, allenando il Milan come fosse una provinciale, perché in fondo il Milan, aldilà del blasone, ora è questo. Perciò ha preferito ripartire da uomini funzionali al suo progetto, sia dal punto di vista tattico che da quello umano, perché, anche qui in totale sintonia con il Ct della nazionale, crede fermamente che «per creare una grande squadra, servano soprattutto grandi uomini». La rinuncia a Balotelli è stata l’emblematico riassunto di entrambi gli aspetti, anche se onestamente Pippo non si è mai lamentato del comportamento di Mario. Piuttosto, a far propendere per la cessione, è stata la poca propensione di Balotelli ad agire da punta centrale. Quindi, come aveva agito lo stesso Conte, anche Pippo ha preferito lavorare con giocatori adatti al suo modus operandi senza perdere quel tempo che, in fondo, non ha mai avuto da quando ha deciso di accettare l’incarico. Per il momento la vittoria contro i biancocelesti sembra aver premiato il coraggio delle sue scelte, perché molti sono stati i segnali positivi, il che fa ben sperare: non si vedeva un assist di Abate dal tiro sbagliato nel derby del 2011, corretto di testa da Pato; un vero tallone d’Achille per l’esterno rossonero, spesso oggetto di scherno da parte dei tifosi.

Adesso tutti la pensano come lui, ragionano nell’ottica del gruppo perché Pippo è sempre stato così e, anche se sotto porta non spiccava certo per altruismo, ha sempre fatto tanti sacrifici per essere sempre al top e dare il massimo alla squadra e ai compagni, conducendo una vita da vero sportivo nell’arco di tutta la sua carriera, senza mai uno sgarro. Un giocatore con piena coscienza dei suoi mezzi e che ora, da allenatore, confida in quelli dei suoi ragazzi perché sa che l’impegno e la tenacia non mancheranno mai. E questo ora conta di più. Adesso, dopo una sola partita e alle porte della seconda, sarebbe giusto andarci piano con i giudizi, ma Superpippo pare, ogni giorno di più, essere l’uomo giusto al posto giusto; per questo gli elogi ci sembrano meritati e, questa volta, qualche metro più avanti preferiamo partire noi.

4 Commenti a “Inzaghi è già partito qualche metro più avanti

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