nadal terra blu

I lamenti dopo sconfitte o delusioni nello sport hanno ancora senso o rischiano di auto-crearsi alibi inutili e dannosi, controproducenti per la propria carriera? Vediamone un esempio nell’analisi post-Master 1000 di tennis maschile appena conclusosi a Madrid.

 

Tennisofili o semplici sportivi, il lamento, che piaccia o no, è una componente comunque presente nello sport e non c’è da scandalizzarsi o creare falsi moralismi per combatterlo. Mi limito invece a porre l’attenzione sulla validità o meno del singolo reclamo e lamento per capire dove stia il barlume di verità. Il Master di Madrid, conclusosi domenica sul campo centrale, ha visto trionfare per la ventesima volta in carriera in un 1000, record eguagliato di Nadal, l’eterno reale della racchetta, tal Roger, un tennista che “qualcosina” nella sua carriera l’ha combinata. Federer ha battuto in 3 set molto combattuti lo spilungone boemo Berdych, che con servizio e dritto ha rischiato di sovrastare il campione elvetico, salvato solo, se si può dire, dall’immensa classe e voglia di mettersi in gioco che sembra non finire mai. Ciò che però realmente ha tenuto banco per tutta la durata del torneo è il polverone sollevato dai 2 eliminati illustri, messi fuori gioco ben prima della finale, quei detentori dei gradini più alti del ranking mondiale, direttamente dalla Serbia e da Manacor. Nole e Rafa non solo hanno perso – ci può stare, ci mancherebbe, sebbene rasentino la perfezione in molti tratti dell’anno, ogni tanto, dismessi i panni da supereroi, si ricordano di essere di origine umana – ma hanno, in maniera diversa, lamentato fortemente la novità dell’anno in casa madrilena, l’avveniristica (?) e moderna cromaticità della terra, passata dal classico rosso mattone al blu di puffesca memoria.

 

Rafa ha addirittura quasi minacciato di non partecipare più al torneo di casa sua fino a nuove ordinanze di cambiamento di superficie, del tutto infastidito dalla notevole differenza dalla classica terra battuta, a sua opinione molto più affidabile della molto scivolosa e poco performante superficie blu, che discrimina le caratteristiche di picchiatori e rincorritori, passatemi il termine, ovvero la stragrande maggioranza dei tennisti moderni. Nole invece ha invece innervosito il pubblico della Caja Màgica (il Centrale madrileno) quando sotto di un set e mezzo dal connazionale e grande amico, il quattrocchi Tisparevic, ha issato bandiera bianca cercando di velocizzare il termine del match con errori banali e volutamente forzati (andatevi a vedere secondo, terzo, quarto e quinto game del secondo set per conferme!). Entrambi poi in conferenza stampa hanno lamentato l’estrema difficoltà e assurdità del giocare sopra il blue ground, responsabile del fallimento dei due virtuosi tennisti. Ma veramente una superficie tanto diversa (andrebbe verificata poi anche questa affermazione, ad esempio la ditta che ha reimpiantato il nuovo terreno spiega, con dovizia di particolari sul sito www.ubitennis.com, come questi campi non differiscano di una virgola dai precedenti in classica terra battuta, anzi sono costruiti così per migliorare la performance della superficie soprattutto in caso di terreno umido o semibagnato) può cambiare e di tanto una prestazione ad un tennista? Chi ha giocato a tennis seriamente risponde in effetti che molto può variare se una pallina ti anticipa il rimbalzo o se cambia la traiettoria all’ultimo secondo, come ha riferito lo stesso Federer. Ma quindi la vera questione sta in altro: perché solo alcuni lamentano questa, presunta, condizione svantaggiosa? E soprattutto perché solo alcuni si sanno adattare ad un, ripeto per l’ennesima volta, presunto imprevisto negativo? Non è un attacco a Nole e Rafa, ma per la loro classe ed esperienza, forse, uscite del genere si potrebbero evitare, ammettendo magari l’ipotesi che ogni tanto si può anche non essere totalmente perfetti e in condizioni stile Iron Man; con un briciolo di umiltà in più si potrebbe anche accettare ciò che il campo dice, adattandosi lungo il torneo alle varie difficoltà. Non si tratta di morale, ma di discorso prettamente tecnico, infatti ci hanno rimesso un Master 1000, certamente rimediabile subito con una finale probabilissima nella Roma, che essendo per definizione la città classica ed eterna, porta i players su terreni a loro più idonei, in normale battuta rossa. Forse è solo quest’ultimo piccolo, ma decisivo dettaglio, che separa i duellanti guasconi dominanti nei prossimi lustri (lo sono già adesso, immaginiamoci nell’era post-Roger), dallo svizzero dal sangue nobile, ovvero, per ritornare a bomba, blu!

 

In sintesi, forse ha ragione quel tifoso de Trastevere che ieri ha esposto questo striscione dagli spalti del centrale di Roma: Rog-ER MEJO.

Niccolò Magnani

Un altro modo di raccontare lo sport.

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