Barcelona's Spanish coach Josep Guardiol

guardiola roma 2009Il 27 maggio 2009 è scattato qualcosa nella mia visione di calcio. Davanti alla tv vedevo trionfare all’Olimpico di Roma il Barcellona di Pep Guardiola. Coronava una cavalcata trionfale che lo portava a conquistare il Triplete prima che José Mourinho lo facesse con l’Inter.
Con esaltazione, pensavo: «Che storia fantastica, un allenatore vince tutto con la squadra di cui era capitano quando giocava». Cosa c’è di più romantico, straordinario di una storia del genere? Solo pochi minuti dopo arrivò la dedica di Guardiola a Paolo Maldini, quasi una riabilitazione del numero 3 del Milan scaricato in malo modo e ingiustamente dai propri tifosi. Tutto costruito? Ecco, è arrivato Pep il buono, il moralizzatore? Che bisogno può avere una squadra di calcio di migliorare la propria immagine dopo aver vinto tutto?
Mi sono innamorato del modello Barcellona, e, per quel poco che capisco di calcio, l’ho studiato e ho trovato conferme del mio innamoramento al di là del romanticismo un po’ sentimentale di quella sera di fine maggio.

Partiamo dal punto di vista calcistico, quello su cui si può essere più d’accordo. Guardiola arriva, scarica Ronaldinho e Deco, vorrebbe scaricare anche Eto’o ma ne capisce l’importanza e impara a conviverci (essere malleabile è la prima caratteristica per diventare un vincente). Trova il modo per far diventare Lionel Messi il giocatore più forte della storia: «Che bisogno ho di punte – avrà pensato – quando ho lui». Lionel da esterno sinistro di un tridente ne diventa la punta centrale. La squadra più forte di tutte senza un attaccante di ruolo. Certo, c’è stata l’esperienza Ibra, storia che conferma il Guardiola-pensiero.
FBL-ESP-LIGA-VALENCIA-BARCELONAIl passo successivo: il tiqui taca. Nuovo modo di giocare che tanto fa imbestialire i benpensanti del calcio. Chi dice che questo modo di giocare è noioso, prevedibile, irritante non capisce niente. Sfido: contate le percentuali di passaggi verticali rispetto a quelli in orizzontale in una partita del Barcellona di Guardiola e ne rimarrete stupiti. Con i passaggi in orizzontale si permette alla squadra di salire, guadagnare terreno, con quelli verticali si arriva in porta e si colpisce la squadra avversaria con l’arma letale Leo. «Allora a cosa mi servono i difensori se devo far girare la palla per poi verticalizzare?», si sarà chiesto Pep. Zac, tagliati: al centro della difesa troveremo inseriti piano piano Mascherano e Busquets, due che di certo difensori non sono. Per il Barcellona di Guardiola l’avversario non è un problema. Ci sono solo i blaugrana, che se obbediscono al vangelo di Pep possono scontrarsi con tutti senza preoccuparsi contro chi stanno giocando. Sono gli altri che devono preoccuparsi. La grande differenza con Mou, lui che per prima cosa cerca un nemico da battere, un’antitesi hegeliana per potersi affermare. Per il Barcellona non è così: non è alla ricerca spasmodica di un nemico: per potersi affermare bastano loro. Ecco perché danno fastidio, perché passano per dei buoni, per dei retorici: che fastidio trovare qualcuno che non necessita di un nemico, che si afferma nel mondo per quello che è, per l’idea di calcio innovativa che porta.

“Mes que un club”, e si arriva al secondo punto di questo mio rapido e incompleto pensiero. Si critica la società Barcellona di voler apparire buona agli occhi dei media: l’Unicef, Abidal, Vilanova. Come se fosse una colpa avere due tesserati che si ammalano di tumore. Abidal ha sollevato la Champions perché l’ha deciso Xavi (con quanta timidezza il giocatore francese solleva quella coppa); Vilanova se ne è andato a New York a curarsi, non ha sbandierato la sua malattia con interviste e penose apparizioni televisive. Spesso però prevale il cinismo: «Ecco, sfruttano le malattie dei propri giocatori per apparire più buoni». Sono abituato a dar credito a quello che vedo piuttosto che a cercare subito un secondo fine.

masia barcellonaDi recente ho avuto la fortuna di leggere un’intervista al responsabile dell’area educativa della Masia (il settore della squadra blaugrana che si occupa della crescita calcistica della “Cantera”) grazie ad un amico che ha fatto la tesi di laurea sul modello Barcellona. Il responsabile ricordava di come solo il 7% dei ragazzi che passano per la Cantera catalana diventano dei calciatori professionisti. Lo scopo quindi della Masia è innanzitutto quello di portare questi ragazzi al diploma affinché, qualora non facessero carriera, possano trovarsi comunque un lavoro, non rimanere a piedi (con che gratitudine, basti pensare, Piqué e Fabregas sono voluti tornare a casa dopo essere stati “scaricati”). «A noi interessa prima di tutto il ragazzo come persona», diceva il direttore del liceo interno alla Masia.

Se non bastasse questo per confutare l’idea di un Barcellona buonista chiudo ricordando un episodio raccontatomi direttamente dalla Catalogna. Al tempo, lo storico presidente Gamper impose che lo stemma del Barcellona sulle magliette sarebbe stato sempre cucito sulla parte sinistra del petto, in prossimità del cuore: «Chi è in questa squadra e chi ci affronta deve sempre avere in mente che prima c’è il cuore (la persona, ndr), solo dopo viene il Barcellona».

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