Wales-v-Slovakia-Euro-2016-Group-B

icelandTerminati i gironi, mandati finalmente i soffitta i noiosissimi e assurdi calcoli per capire quali siano le migliori terze che hanno diritto ad accedere agli ottavi di finale, proviamo un po’ a tirare le somme di quanto visto finora in questi Europei. Contrariamente alla comune vulgata di questi giorni, penso che finora abbiamo assistito ad una competizione avvincente e divertente. I motivi sono vari: piccole e prematuramente date per spacciate nazionali che danno lezioni di calcio a compagini ben più quotate, fenomeni o presunti tali che partono malissimo e chiudono ancora peggio (Ibrahimovic) o risollevandosi maestosamente (Cristiano Ronaldo), qualche tifoseria davvero spassosa ed esaltante, e infine gerarchie di gioco messe in seria difficoltà. Vediamo un po’, punto per punto, i verdetti delle prime tre settimane di Euro2016.

1733230-36662826-2560-1440In primo luogo: il vantaggio di essere nessuno. Islanda, Ungheria, Irlanda del Nord, Irlanda, Galles, Slovacchia: ad inizio manifestazione avremmo tutti buttato anche più di qualche spicciolo sul fatto che al 23 giugno tutti i giocatori di queste compagini sarebbero già stati su un aereo diretti verso le loro vacanze. E invece no, eccole agli ottavi dopo aver magistralmente cavalcato il pregiudizio e la sufficienza di molte big che sono scese in campo contro di loro convinte di avere già i tre punti in tasca. Bando alle solite chiacchiere sulle cenerentole, i miracoli e tutta quanto la consueta paccottiglia di rito di questi casi: nel calcio le cose così, per caso, non accadono mai, e se queste nazionali sconosciute o poco più sono approdate agli ottavi, alcune addirittura vincendo il proprio girone, è perché dietro c’è un progetto tattico chiaro e giocatori motivati e affamati. Stili anche diversi fra loro, ma ugualmente efficaci: Islanda, Slovacchia e Irlanda del Nord hanno puntato tutto sulla solidità, pensando anzitutto a predisporre un assetto atto a subire il meno possibile (nei limiti tecnici delle rose) e comprendente due o tre giocatori d’attacco con il compito di provare anche a fare gol. Quest’ultimo punto si è sviluppato in maniere differenti: la Slovacchia puntando sui suoi migliori giocatori, Hamsik e Weiss, l’Islanda con geometrie semplici e rapide, l’Irlanda del Nord un po’ alla “viva il parroco”, ma tant’è, ce l’hanno fatta, soprattutto a prendereRussia-v-Slovakia-Euro-2016-Group-B complessivamente solo due gol da attacchi mostruosi come quelli di Polonia e Germania. L’Irlanda l’ha messa sempre e comunque sull’agonismo e sulla corsa, con 11 matti che corrono all’impazzata di qua e di là: sono i tipi giusti per farlo, e una qualificazione impensabile è stata centrata. L’Ungheria gioca, e anche maledettamente bene: in quattro passaggi scolastici arriva al tiro, tiene il baricentro alto e dispone di centrocampisti che si muovono intelligentemente. Insomma un inno alla regole basilari, interpretate alla grande e con pochi fronzoli: complimenti. Il Galles, invece, ha avuto il merito di sedersi attorno ad un tavolo, guardarsi in faccia e dirsi: ne abbiamo due o tre forti per davvero, si giochi per loro. E così è stato: una squadra che gira appositamente per favorire gli strappi di Bale e gli inserimenti di Ramsey, e il risultato è stato la testa del girone. Non c’è favola, non c’è miracolo; c’è solo l’intelligenza di capire come sfruttare al meglio le proprie caratteristiche migliori. Chapeau.

PaulPogba_1506_reuters1In secondo luogo: il campione solitario non esiste (più). Ibra a casa, Pogba a luce alterna, i fenomenali trequartisti belgi spaesati. Tre esempi di tre casi che sono arrivati all’Europeo convinti di vincerlo da soli, e che finora hanno, alcuni definitivamente, deluso. Il punto è semplice: nell’era moderna del tatticismo diffuso, non si può più pensare che il singolo campione pensi a tutto da solo, che sistemi lui le cose in maniera avulsa dal resto della squadra; ma, al contrario, serve che gli venga costruita la cornice di gioco migliore per far rendere al meglio le sue qualità (Galles docet). Zlatan generalmente gioca da solo, con la nazionale in particolare, e il risultato è stato zero gol; Pogba in queste tre partite è stato anarchia tattica pura, movimenti non sincronizzati con i compagni e ricerca smodata della giocata e dello spazio per il gol: alla fine, una delusione. I vari Hazard, De Bruyne e compagni giocano altrettanto per conto loro, nella convinzione di Wilmots che il semplice fatto di avere attaccanti pazzeschi basti e avanzi: no. Mentre ci sono due esempi che, al contrario, questa lezione l’hanno capita: Muller e CR7. Il primo, complice l’assurda scelta di Löw di giocare le prime partite senza una vera prima punta con l’esito di avere centrocampo e attacco schiacciati e senza respiro, contro Ucraina e Polonia è stato l’ombra di se stesso, mentre inserito in un contesto tattico adeguato e strutturato, nella terza partita con Gomez in campo, è tornato il magnifico giocatore che tutti conosciamo, che crea occasioni da gol, sforna assist e1882083-39638275-2560-1440 si muove con intelligenza pazzesca. Stesso tema per Cristiano Ronaldo, anche se in questo caso il discorso è più soggettivo: dopo aver giocato pressoché da solo nelle prime due partite (basti vedere il numero di tiri in porta effettuati dall’asso del Real Madrid contro Islanda e Austria), nel match con l’Ungheria CR7 ha giocato nettamente in maggior simbiosi con i compagni, cercandoli e facendosi cercare anche lontano dalla porta. Ha tirato molto meno, ma ha fatto due gol meravigliosi e giocato una partita fantastica. Se lo mettano in testa i ct e pure gli stessi grandi top player: si vince con la squadra, non puntando sul singolo che tanto ci pensa lui. La carrellata di “piccole” presente agli ottavi ne è la certificazione migliore.

1881248-39621953-2560-1440Infine: la ciclicità del calcio. Dal punto di vista strettamente del gioco, questi Europei, in linea peraltro con la stagione appena conclusasi, ci stanno insegnando (o meglio, mostrando una volta ancora) come il calcio assomigli più ad un cerchio che ad un retta. Fino a pochi mesi fa sembrava che concetti come difesa, contropiede e gioco prettamente verticale fossero ormai desueti e superati, in favore del palleggio, dei difensori-centrocampisti e degli attacchi di massa. Ma come sempre è accaduto, questo sport fa due passi avanti e tre indietro, e assolutamente non con un’accezione negativa. Le squadre che finora hanno meglio figurato sono schierate in primis con retroguardie solide, che pensano anzitutto a come non prendere gol, e a manovre offensive votate ad arrivare al tiro con il minor numero di passaggi possibile e più in fretta che si può. La stessa Spagna, testata d’angolo dell’architettura che pareva aver soppiantato tutto quanto non si esprimesse con miriadi di tocchi, orizzontalità e playmaker in mezzo alla difesa, più che un’agile vittoria con la mediocrissima Turchia e un buon primo tempo contro la Croazia non è riuscita a combinare, soprattutto per causa di un gioco che pare aver perso efficacia. Figurano alla grandissima invece il Galles, l’Ungheria, l’Islanda e la stessa Italia, nazionali equilibrate, logiche, senza estremismi. La rivoluzione degli ultimi 10 anni, quella del guardiolismo, del tiki-taka e dei terzini-ali sembrerebbe essersi già sgonfiata. Una lezione da tenere a mente, se si vuol far strada in questo Europeo.

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