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matri_marchisio_juveLasciamo perdere la larga vittoria in trasferta in uno stadio particolarmente caldo dove anche il Barcellona dei marziani, seppur ai gironi, era caduto. La cosa che più impressiona della partita del Celtic Park è che la Juve ormai ha imparato a giocare in Europa. Sembra una banalità ma, come mi faceva notare un amico durante la gara, “in Champions è diverso”: vanno tutti a un altro ritmo fisico e mentale, non c’è un attimo di sosta. Non importa se stai affrontando il Real Madrid o il Celtic, alla prima disattenzione vai sotto e nella doppia sfida la paghi.

I match contro Chelsea e Shakhtar erano stati due indizi, ma la prestazione di ieri sera è una certezza. Tradizionalmente la Juventus è sempre stata una squadra da corsa a tappe, non da match da dentro o fuori (tanto che il palmarès recita 28 campionati e 2 Champions League). Gruppi bianconeri eccezionali come quelli di Lippi o Capello hanno sempre recitato un ruolo da protagonista in patria per poi sfigurare come semplici comparse in Europa (esemplari le cadute contro Deportivo e Arsenal). Il primo grande merito di Conte è proprio questo: di aver affinato l’approccio ai grandi appuntamenti. Basta guardare come nello scorso campionato la Juve contro le grandi del campionato (Inter, Lazio, Milan, Napoli e Roma) ha ottenuto 9 vittorie su 14 partite. Vero è che i campionati si vincono facendo punti con le piccole (cosa miglioratissima quest’anno) ma dall’altra parte l’approccio ai match-clou mostra una cura maniacale di ogni minimo particolare di Conte e del suo staff nel preparare le partite. Il modo di giocare dei bianconeri in Scozia, e anche nelle due ultime giornate di campionato, è figlio di una preparazione atletica e psicologica fatta da gennaio solo in funzione di arrivare in forma a questo periodo. Da qui in poi si entra nel vivo del campionato e ricomincia la Champions, occorrono tutti gli uomini nel pieno della forma.

20130212_celtic-juve-glasgow-esultanza-bianconeri_topPrendete Marchisio come esempio: il suo gennaio, e quello della squadra, è stato nero, tempestato di infortuni e pessime prestazioni. Le partite con Fiorentina e Celtic hanno restituito alla Juve un Marchisio che scoppia di energia. Il vero merito di Conte sta soprattutto nell’aver “allenato” contemporaneamente l’aspetto psicologico e l’aspetto fisico. Credo che tutti siamo rimasti sorpresi dalla prestazione di Peluso, migliore in campo all’esordio in Europa a 27 anni davanti a 60 mila spettatori leggermente euforici. La tranquillità e la maturità mostrata dall’ex-atalantino è quella di tutta una squadra consapevole della sua forza che, a differenza di quanto spesso avviene in campionato, ha interpretato alla perfezione la gara sfruttando tutte le occasioni (non a caso i torinesi hanno fatto 3 gol su 4 tiri in porta). I bianconeri sapevano della forza d’urto dello stadio di Glasgow e della foga che i biancoverdi avrebbero messo da subito, hanno aspettato, subìto, ma non si sono mai fatti schiacciare, e alla prima difficoltà (svarione di Ambrose) hanno colpito. Niente aggressività esagerata o gioco a mille all’ora ma mai una palla sbagliata o un giocatore fuori posto. Tutto è stato fatto con un atteggiamento di rispetto per il Celtic ma con la consapevolezza di essere molto più forti e in grado di far male all’avversario alla prima verticalizzazione o al primo lancio in profondità. È una questione di testa e mentalità delle squadre che in Europa vogliono essere protagoniste.

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«Le cose non succedono, le cose vengono fatte succedere» (JFK). «Ci sono due modi per tornare dalla battaglia: con la testa del nemico o senza la propria» (PDC).

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