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Super-Bowl-2014_620x410Il giorno del Superbowl l’America si ferma, per le settimane precedenti non si parla d’altro, è l’evento singolo più visto al mondo. Quest’anno si sono contati circa 170 milioni di spettatori, esclusi gli 82566 che affollavano il MeltLife Stadium, la casa dei Giants e dei Jets, le due franchigie NFL del New Jersey. La sfida più attesa, come sempre in questa partita, è quella tra i due quarterback, quest’anno in particolare i due titolari di questo ruolo erano Peyton Manning per i Denver Broncos, una vera e propria leggenda di questo sport, e l’astro nascente Russel Wilson per i Seattle Seahawks. Per far capire anche a chi non si intenda di questo sport, il quarterback è la guida, il faro della squadra, colui che decide gli schemi offensivi e che ha la responsabilità di mettere in condizione gli “attaccanti” della squadra di fare un touchdown. Ebbene Manning, 37 anni, detentore del record di vittorie del titolo MVP (cinque) della NFL più altri record, contro Wilson, 25 anni e tutto da dimostrare, a parte un talento che pare indiscusso. C’è un dettaglio, non è di loro che voglio parlare. Il 48esimo Superbowl sarà ricordato soprattutto per un uomo, Derrick Coleman.

Derrick nasce a Los Angeles, il 18 ottobre 1990. La sua è una famiglia normale, la sua vita non dovrebbe presentare più problemi di altre e le possibilità per il futuro sono le più ampie possibili. Ma questa è una storia americana, anzi la storia del sogno americano, per cui qualcosa all’inizio deve andare storto. derrick-coleman-football-headshot-photoNel caso del piccolo Derrick il problema è uno di quelli che rischia di tagliarti le gambe per sempre, infatti fin dall’età di tre anni il ragazzo da LA risulta affetto da una forma di sordità grave, che lo renderà semi udente per il resto della vita e che lo costringerà ad indossare un apparecchio speciale per migliorare il suo udito. In una scala da 1 a 10, senza questo apparecchio sentirebbe diciamo 2, con l’apparecchio, in condizioni normali, può arrivare fino a 7. In condizioni normali? Si, ovvero se non suda (il sudore che gocciola nelle orecchie ridurrebbe l’efficacia di quello strumento per semi udenti), se non si bagna, e così via. Ma se sei di Los Angeles, città sportiva se ce n’è una, non puoi non essere patito di basket e di football. Così, come ogni bambino che vede altri ragazzini giocare con un pallone, anche lui si avvicina chiedendo di poter fare due tiri o due lanci, ma la risposta è sempre quella: “Smamma, quattrorecchie”. Questo il soprannome che, come lui stesso ha dichiarato, gli veniva affibbiato dai coetanei. Quando tornava a casa piangendo, suo padre gli diceva: “Ricordati, tu puoi sempre spegnere l’apparecchio e giocare lo stesso.” Non avrebbe dovuto aggiungere altro, Derrick spegne l’apparecchio e inizia a giocare, sia a basket che a football, per tutto il periodo dell’High School, senza curarsi delle prese in giro. Gioca talmente bene che UCLA, una delle più prestigiose università a livello sportivo dell’intero pianeta, gli offre una borsa di studio per militare nella loro squadra di football. Ai primi allenamenti con i nuovi compagni non voleva nè trattamenti di favore per il suo handicap, né tantomeno subire altre prese in giro, così nasconde il suo apparecchio acustico sotto una bandana fatta in casa, ricavata con i collant della madre. Più gioca, più mostra le sue qualità, meno indosserà quella bandana, arrivando nel giro di due anni e mezzo a segnare 19 touchdown, tutto ciò riuscendo a comprendere solo il labiale del coach e dei compagni, mostrando un’attitudine nella comprensione degli schemi non esattamente comune. Siamo alla fine del 2011 e decide di dichiararsi eleggibile per il Draft NFL del 2012. Lui sta di fianco al telefono tutto il giorno, ma nessuno chiama. Nessuna squadra lo vuole. A questo punto tornano drammaticamente d’attualità le parole di uno dei suoi primi coach: “Sei una causa persa.” Ma se un uomo, semi udente, che supera a malapena il metro e ottanta, non ha avuto timore di correre addosso a mostri di due metri che pesano 110 kg, figuratevi se si arrende per una telefonata non ricevuta. Continua ad allenarsi, continua a contattare squadre, continua a inseguire il suo sogno. Finalmente quel telefono squilla, e nell’aprile del 2012 Derrick è un giocatore dei Vikings, in Minnesota. Anche qui però il sogno sembra durare poco perché viene tagliato dopo pochi mesi dalla dirigenza. “Sei una causa persa”, chissà quante volte gli sarà tornata in mente quella frase. Ma stavolta la fortuna fa capolino e viene fuori che uno scout di Seattle lo ha notato, così a dicembre 2012 fa di nuovo la valigia e si trasferisce nello Stato di Washington, verso la città che ha dato i natali, tra i moltissimi, a Hendrix, Kurt Cobain, Bill Gates, dove sono nati i Pearl Jam e i Nirvana. Insomma l’aria che si respira in questa città non è quella che si respira ovunque. Derrick lo sente subito e si impegna forse come non mai nella sua vita. Appena arrivato impressiona per il suo talento e la facilità con cui memorizza gli schemi della squadra, tutto ciò sempre leggendo il labiale. Il suo primo anno in questa squadra lo passerà interamente in panchina, ma stavolta non è un’altra porta chiusa in faccia, semplicemente il coach vuole aspettare che il ragazzo sia pronto, tanto che nel frattempo gli cambia ruolo e lo fa allenare da full back, ovvero sia il ruolo di coloro che hanno il compito di proteggere il quarterback, creare spazio per far correre i compagni, o all’occorrenza correre loro stessi in mezzo alla linea avversaria. La stagione del 2013 sarà quella dell’esplosione, in questo ruolo colleziona 12 presenze e un touchdown segnato nella partita che ha portato alla qualificazione matematica degli Seahawks ai playoff.

colemanLa squadra di Seattle il 2 febbraio si è aggiudicata per la prima volta nella sua storia il Superbowl, con lo scarto di punteggio più alto di sempre (43-8), e con in campo il primo giocatore semi udente a disputare e vincere questa competizione. La conclusione doverosa di questo articolo devono essere le parole che lo stesso Derrick Coleman ha pronunciato in uno spot in cui racconta la sua esperienza (ora a 15 milioni di visualizzazioni), che ci fanno capire la forza mentale, la concretezza e la tenacia di questo ragazzo:
“Il tuo problema non può essere la tua scusa.”

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