Levante

Dopo gli ottimi articoli di Farfi e di Savoia in materia di crisi e fair play finanziario, vorrei approfondire ulteriormente la questione, soprattutto in merito all’idea di istituire un salary cap per gli ingaggi delle società calcistiche, sul modello degli sport professionistici made in USA.
È di questi giorni anche la notizia che il Levante, cenerentola del campionato spagnolo, ha di fatto posto un limite di 500.000 euro per lo stipendio di ogni singolo giocatore della rosa; anche chi guadagna di più attualmente, come il difensore David Navarro, che porta a casa una dignitosa pagnotta a sei zeri, dovrà ridursi l’ingaggio per rimanere nel club granota. Non è difficile immaginare che Navarro si separi dalla seconda squadra di Valencia, come non lo è prevedere la pioggia di applausi (per lo più di origine francofona) che si sono levati e ancora si leveranno nei confronti di questa decisione.

 

Torna quindi di attualità il dibattito: e se lo istituissimo per legge anche in campionato? In fondo, in America funziona, rende il campionato più equilibrato e contiene le spese fisse; perché da noi non dovrebbe? Io credo che sia interessante, ma vanno fatte delle valutazioni un po’ più a freddo.

 

Innanzitutto c’è una diversità di sistema tra lo sport professionistico europeo e quello americano che li rende imparagonabili per troppi fattori: ad esempio, la NBA è una lega chiusa, senza retrocessioni e promozioni, non contempla altre competizioni (come le coppe internazionali), ed è formata da 30 franchigie, paragonabili per ricchezza e ricavi solo alle prime 20 società calcistiche europee. Per intenderci, non c’è il Levante della situazione, ma solo Milan, Real, United e via dicendo. Per questo, c’è sì un salary cap, ma che legifera riguardo ad entità che sono simili tra loro dal punto di vista economico. Ogni squadra, in sostanza, ha più o meno la stessa cifra a disposizione da spendere, e vince chi li spende meglio, non chi ne ha di più.

 

Riportiamo la questione nella nostra Serie A: il salary cap potrebbe interessare Milan, Inter, Juve, al limite Roma e Lazio, ma non le altre. Se consideriamo che il solo stipendio di Ibrahimovic è equivalente al monte ingaggi di una squadra come il Siena, si capisce come non si possa tener conto di interessi così distanti tra loro. Il Levante lo ha posto per costrizione, ma vi figurate il Real Madrid costretto dalla Uefa ad elargire non più di (raddoppiamo) un milione per tesserato?!

 

La soluzione alla crisi, dunque, a mio avviso non risiede nel costringere qualcuno a spendere sotto una certa somma, ma che gli imprenditori che guidano le società tornino a fare il loro lavoro, e cerchino altre modalità di crescita. Il già citato Real, negli ultimi 5 anni ha visto crescere i suoi ricavi del 50%, un’enormità, a furia di merchindising, nuovi mercati e nuovi accordi televisivi (anche la spesa per l’acquisto di CR7 è rientrata in poche settimane). In Italia, credo che solo Juve e Milan siano al passo coi tempi, in termini di rinnovamento (la prima) e di gestione e promozione del marchio (entrambe) su di un modello economico all’avanguardia. Si migliora se più squadre hanno più soldi da investire, non impedendo a quelle che li hanno di spenderli.

Andrea Frigerio

Un altro modo di raccontare lo sport.

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