Pozz show

red pozzPozzecco arrivò giovanissimo nelle fila varesotte dopo le esperienze di Udine e Livorno. Nacque subito qualcosa di più di una semplice simpatia tra giocatore e pubblico: lui è il Pozz, l’uomo dai capelli colorati, l’uomo dei passaggi impossibili. Per lui la pallacanestro era soprattutto divertimento, prima che un lavoro. Era il lavoro perfetto, quello che tutti noi sogniamo. Lui si alzava la mattina contento perché faceva il lavoro che amava. Uomo sempre fuori dalle righe, se aveva qualcosa da dire lo diceva senza problemi (proprio per questo avrà diversi problemi con gli allenatori, in particolare Repesa e Tanjevic).

Nella stagione 98/99 arrivò lo scudetto a Varese, il decimo (e ultimo, ad oggi) per la compagine lombarda. Idolo e protagonista assoluto di quello scudetto, con in panchina Charlie Recalcati (che, poco dopo, terrà fuori dal giro della Nazionale Pozzecco, per poi convocarlo per la spedizione olimpica del 2004). La squadra ruotava tutta intorno a lui: statistiche di gioco elevatissime, era lui l’uomo della stella, per via di una foto in cui è raffigurato con una stella in mano e i capelli rossi. I tifosi lo amavano. Lui amava i tifosi. Era l’amore tra chi ama il basket. A fine stagione arrivò però una grande delusione per Gianmarco: coach Tanjevic decise di non convocarlo per la fase finale dell’Europeo disputato in Francia, che vedrà poi la nazionale azzurra uscire vincitrice.

Dopo lo scudetto arrivò la Supercoppa, ma Varese cominciò a perdere pezzi: Recalcati (il mister) prima, poi Galanda e infine De Pol. Ma lui non mollava. In quella stagione raggiunse i massimi livelli realizzativi, eppure le vittorie stentavano ad arrivare. L’annata migliore è la 2000/2001, con 27 punti di media e 5 assist. Nonostante l’esclusione dalla Nazionale, si prese la soddisfazione di partecipare alla Summer League NBA con la maglia dei Toronto Raptors. Anche qui si fece riconoscere per i comportamenti sempre borderline, ai confini dell’esagerazione: dopo un contatto, a suo parere falloso, si lasciò andare ad una plateale protesta. L’allenatore avversario, infuriato, lo zittì: «Siamo in America, questa è l’NBA!». Non passarono molti secondi prima che il play ricevesse palla da rimessa: arresto e tiro da 8 metri… ciuff! Si avvicinò al coach, con le tre dita alzate come per dire: “Ah, vale 3 anche in America un tiro così?”.

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Grandissimo talento entrato nel cuore di Varese, ma non solo come squadra: come tifo, come gente, come città intera. Personalità unica fuori dal campo e sul campo, da vivere, che ha lasciato nella “Città Giardino” un ricordo indelebile. Purtroppo, come dicono i saggi, tutti gli amori sono destinati a finire prima o poi. Iniziò così il suo girovagare tra Italia e Russia. Tornò in Italia e abbandonò il basket giocato in una giornata indimenticabile: una standing ovation del Palasport Giacomo del Mauro di Avellino per il talento goriziano, una standing ovation dell’intera Italia cestistica, che negli anni aveva imparato ad amarlo per come era, con i suoi pregi (tanti), i suoi difetti (qualcuno) e le sue pazzie (forse troppe, ma chissene). Tutti, però, si aspettavano il suo ritorno. L’uomo della stella, prima o dopo, sarebbe dovuto tornare. Per forza.

Ma tempo al tempo. Iniziò la carriera da commentatore sportivo, prima per Sky poi per SportItalia. Solo nel 2012, l’Orlandina Basket di Capo d’Orlando (Messina), dove militava al momento dell’addio al parquet, decise di offrirgli un posto in panchina. Era logico, era prevedibile, chi non se lo aspettava?Un’idea, un sogno comincia a fluttuare nelle menti degli amanti della pallacanestro varesotti: “E se tornasse come coach?”. Lui non ha mai negato il desiderio di tornare a Varese. Troppo sincero per mentire. Troppo spudorato per nascondere.

Gianmarco Pozzecco nuovo allenatore della Pallacanestro Cimberio VaresePoi, come nelle migliori favole, o, visto il protagonista, più consono dire nelle migliori commedie, il sogno si è avverato: Stefano Bizzozi lascia Varese e il presidente Stefano Coppa alza la cornetta e chiama il Pozz. Che non può fare altro che accettare. La città ribolle di entusiasmo. Il coach Gianmarco c’è e ha qualità, si è visto a Capo d’Orlando. Gianmarco uomo invece, quello davanti al coach, sanno che darà tutto per questa società. Come se non bastasse, il calendario lo ha messo subito davanti ad una sfida che poteva essere già la fine o solo l’inizio dell’apoteosi: derby con Cantù. Lui sa cosa vuol dire giocare un derby, sa l’atmosfera che si respira in questo tipo di partite. Vuole dare il meglio di sé. E la squadra lo ha seguito ad occhi chiusi: oltre a stravincere la partita con un roster di gran lunga inferiore rispetto alla squadra brianzola, quest’esaltante vittoria sancisce l’inizio dell’immancabile personalissimo show. È l’apoteosi che sperava e aspettava: si lancia esultante sotto la curva, come se fosse stato lui ad aver segnato il canestro del +1 sulla sirena. Sale, anzi, quasi s’arrampica sulle tribune. Stringe mani, abbraccia persone. Lo amano e lui, nella sua solita e trascinante unicità, ricambia. Il Pozz, con la vittoria alla prima da allenatore di Varese contro Cantù, ha solamente specificato che, oramai, è parte di questa società, è parte di questa città. Comunque andrà a finire, il Pozz, a Varese, resterà per sempre un’istituzione. Resterà per sempre l’uomo della stella.

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