dragan travica palleggia

Velocità, precisione, furbizia; coraggio, determinazione, visione di gioco. Sono queste le sue caratteristiche. Nessuno ne parla mai, eppure tutti i palloni passano dalle sue mani. Il palleggiatore, quel ruolo “sconosciuto”, invisibile, silenzioso, ma capace di fare la differenza. Fare il palleggiatore è un compito ingrato, complicato; è un po’ come il playmaker del basket o il regista del calcio: raramente tiri a canestro o segni un gol; eppure, la riuscita del punto, del gioco di squadra e della vittoria dipende da te. Ci vuole determinazione per fare il palleggiatore, perché il percorso è lungo; ci vuole talento e un movimento di polsi pressoché perfetto per fare la differenza; e ci vuole un’ottima visione di gioco, che solo l’esperienza ti può dare. Insomma, il ruolo del palleggiatore è indubbiamente il più difficile da imparare. Il campionato di serie A maschile ha la fortuna di ospitare quattro tra i migliori palleggiatori in circolazione nel mondo che militano nelle prime quattro squadre della regular season.

 

dececcoLUCIANO DE CECCO (1988): TALENTO PURO

Siamo nel 2003, Luciano ha 15 anni ed è una giovane promessa del basket sudamericano. Ma, di lì a poco, una serie di sfortunati (o provvidenziali) eventi, l’avrebbero portato ad avvicinarsi ad uno sport che fino ad allora non aveva mai praticato. Un’alluvione costringe gli abitanti di Santa Fe’ ad evacuare la città e, volendo stare vicino alla propria famiglia, il giovane argentino decide di lasciare il basket. Quando la situazione torna ad essere più stabile, per divertimento, accetta la proposta di alcuni amici di giocare a pallavolo. «A quel punto, l’unico sport possibile era la pallavolo. Mai presa in considerazione prima. Allora i miei amici mi hanno detto: se tu non giochi più a basket, noi giocheremo a volley. E quell’anno abbiamo fondato la squadra di pallavolo.»

Era il 2005 e di lì a poco avrà inizio la sua carriera (nel Club Atlético Gimnasia y Esgrima) ancora breve ed allo stesso tempo già ricca di numerosi premi. L’ambiente argentino non è così ampio, variegato e competitivo come potrebbe essere quello italiano a confronto, ma il suo talento ha dell’incredibile: dopo soli 2 anni, De Cecco, diventa il palleggiatore titolare della sua nazionale. Un inizio col botto, insomma, che lo vede già vincitore di numerosi premi, tra i quali il più importante forse è quello di miglior giocatore e miglior palleggiatore del campionato sudamericano per club, nel 2011. Dopo l’esperienza Olimpica londinese approda finalmente in Italia, a Piacenza; in pochi mesi il giovane De Cecco è riuscito a conquistarsi l’affetto del pubblico emiliano e lo stupore e la stima di tanti suoi colleghi, guidando la sua squadra fino alla vittoria in Challenge Cup, in cui ha ricevuto il premio come Mvp. E a chi lo ricopre di complimenti risponde: «Tecnicamente sono inguardabile. Quando c’è da prendersi la responsabilità di una scelta però non mi tiro indietro». Sicuramente gli manca un po’ d’esperienza, ma nella sua spudoratezza e sicurezza di sé racchiusa in quello stile tutto suo, forse, sta anche la sua chiave per il successo.

 

TRENTO 12/05/2013. VOLLEY PALLAVOLO FINALE SCUDETTO GARA 4. COPRA ELIOR PIACENZA - ITAS DIATEC TRENTO.RAPHAEL (1979): PERFEZIONE

Raphael Vieira De Oliveira, palleggiatore di Trento. La sua storia ha inizio in Brasile, quando di fronte alla finale dei giochi olimpici del ’92 decise che avrebbe voluto fare il pallavolista nella vita. Ora, nella pallavolo si sa, tutti vogliono fare gli schiacciatori; lui invece no, il ruolo di palleggiatore se l’è scelto: «All’inizio non avevo un ruolo, poi quando ho capito che il palleggiatore era quello più “particolare” mi sono specializzato».

Per molti anni rimane a giocare in Brasile; nel 2001, a 25 anni, l’Europa si accorge della sua presenza e il primo a ingaggiarlo è lo Zenit Kazan. Nel 2006 si trasferisce a Vibo e, finalmente, nel 2009 viene acquistato da Trento. Con L’itas Diatec arriva la sua consacrazione; premiato per tre volte consecutive come miglior palleggiatore nel Mondiali per Club, ha già 3 Coppe Italia,  1 scudetto, 1 Supercoppa e 2 Champions all’attivo ed è considerato uno dei pochi che riesce a mandare “in brodo di giuggiole” il grande Andrea Lucky Lucchetta e Fefè De Giorgi, icone del volley italiano. L’imprevedibilità data dalla velocità dei suoi polsi, l’armonia dei suoi movimenti e un’ottima visione di gioco insieme fanno si che Rapha sia tecnicamente impeccabile.

Eppure, con la consacrazione italiana arriva anche la sua condanna: nello spirito brasiliano  giocare in un paese straniero significa “rinnegare” la propria patria: per questo, l’esclusione dalla nazionale. Ora, tutti i giocatori, si sa, mirano alla nazionale e così anche Rapha; ma quello che per molti potrebbe essere il danno più grosso ad una vita spesa per la pallavolo non lo è, invece, per quest’uomo: «Tutti i giocatori brasiliani sono tornati in Brasile e quando mi vedono dicono: “è arrivato l’italiano”. Ma io non voglio tornare ora. È da quando sono piccolo che sogno di giocare in Italia, da quando ero il raccattapalle delle sfide fra Italia e Brasile. Anche quando sono andato a giocare in Russia sognavo l’Italia. Io sono il primo e finora l’unico palleggiatore brasiliano ad aver vinto uno scudetto nel campionato italiano. Ho visto tante cosiddette promesse non arrivare neanche alla metà della carriera di chi non era considerato tale. Lo sport è meraviglioso per questo, mi ha insegnato tanto nella vita. Per me non esiste essere arrabbiati. Io sono positivo, sempre, lo considero un modo per ringraziare».

 

NIKOLA GRBIC (1973): IL PROFESSORE

40 anni il prossimo settembre e non sentirli, per il palleggiatore serbo della Bre Banca Lannutti Cuneo. Una carriera sconfinata, che ha inizio nella stagione 1994-95, anno in cui esordisce con la maglia di Montichiari, e che, a quanto pare, non è ancora terminata. Ha vinto più o meno tutto quello a cui un giocatore di pallavolo può aspirare.

Allievo di Travica padre, con il quale parte dalla A2, ora è il modello del figlio. Successivamente ha sempre militato in squadre di alto livello come la come la Sisley Treviso, l’Asystel Milano, la Copra Piacenza, l´Itas Diatec Trentino e, dal 2009, è il regista della Bre banca Lannutti Cuneo. Grbic è uno dei giocatori con uno dei palmares più invidiati del mondo. Con le sole squadre italiane ha vinto 2 Campionati Italiani, 3 volte la Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana, 2 Champions League, 1 Coppa Cev, 1 Top Teams Cup, 2 Supercoppe Europee, 1 Coppa delle Coppe. Allenatore in campo per il suo Club, il “Professore” non smette ancora di stupire e insegnare, riuscendo a dare il meglio di sé quando si trova sotto pressione, pregio che in pochi hanno. All’inizio della sua carriera riceveva numerosi complimenti per le sue doti difensive e nei fondamentali di muro e di battuta; oggi, è uno dei pochi che, col palleggio, è riuscito ad ottenere il maggior numero di riconoscimenti.

È stato il leader indiscusso anche della nazionale serba, con cui ha partecipato a numerose World League. Spicca su tutti, l’oro alle Olimpiadi di Sydney. E anche se la Serbia appare un’abitudinaria del terzo posto (bronzo alle Olimpiadi di Atlanta ’96, agli Europei di Roma del 2005 e ai Mondiali del 2010) a Nikola, invece, piace sempre arrivare primo: nella competizione del 2005, alla World League del 2009 e, ai Campionati del mondo 2010, infatti, riceve il premio come miglior palleggiatore.

dragan travica palleggiaDRAGAN TRAVICA (1986): DETERMINAZIONE

Infine, veniamo a lui, al palleggiatore della nostra nazionale italiana. Dragan, classe 1986, è il palleggiatore della Lube Macerata. Se l’è sudata e non poco la serie A, partendo dal basso. Quel cognome tanto famoso quanto maledetto, per il ragazzo nato a Zagabria, ma vissuto da sempre in Italia e che, sin da piccolo, ha sempre voluto seguire le orme del padre, Ljubo Travica, allenatore di prestigio. Ma i favoritismi, Dragan, non li ha mai avuti. Ha iniziato facendo lo schiacciatore, fino a quando nel 2002, l’hanno “messo” a palleggiare. Si fa subito notare e già nel 2003 approda a Modena dove, l’anno successivo, riceve la proposta di fare il secondo a Ricardo in prima squadra. Il suo obiettivo, però, non era certo quello di guardare e nella stagione seguente si trasferisce a Crema, dove riparte dalla serie A2: «Il mio obiettivo è sempre stato quello di giocare. In più nonostante a Crema avessi vinto il campionato, l’anno dopo ero convinto di essere ancora un giocatore di A2. E sono andato a Milano. Solo dopo aver vinto il secondo campionato consecutivo sono arrivato a giocare in A1… ma sudandomelo quel posto». Eppure, nemmeno questo è bastato a consacrarlo: Dragan è costretto ad un altro duello per guadagnarsi la fiducia della società e la serie A «Mi ero messo in testa di restare perché io quella categoria me l’ero meritata. Così cercavo di approfittare dell’occasione ogni volta che entravo in campo e alla fine ho vinto la sfida».

Nel 2007 l’esordio in Nazionale. A 21 anni Dragan lo sapeva già: «Io sono sicuro di me, è vero, e il fatto che a 21 anni in un ruolo come il mio io fossi in nazionale, sì, mi ha fatto sentire orgoglioso. Ma l’azzurro lo vedo lontano. Devo passare ancora da tante maglie di club. Poi se mi chiedete chi palleggerà a Londra 2012 non ho dubbi: io». E andò esattamente così; Dragan ritorna a Modena e successivamente viene affidato a Monza. Nel 2011 vince l’argento agli Europei e l’anno successivo la consacrazione definitiva: l’ingaggio a Macerata, insieme ai grandi del campionato di serie A, con cui vince Scudetto e Supercoppa, dopo essere tornato indietro da Londra con un bronzo Olimpico.

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