guardiola

Può un uomo arrivare all’apice del successo, raggiungere la vetta a cui tutti aspirano e mollare tutto? Questa è la storia di Josep Guardiola i Sala, conosciuto come Pep Guardiola. L’allenatore più vincente della storia blaugrana, nel 2011 si aggiudica il Pallone d’oro FIFA tra gli allenatori. È uno dei sei allenatori al mondo ad aver conquistato la Champions League dopo averla vinta da calciatore. Amato da tifosi e giocatori. Piace alle donne catalane e anche alle grandi squadre europee, disposte a cavarsi un occhio per averlo nel loro entourage. Nemmeno Mourinho gli tiene testa sul rettangolo verde. Eppure il suo “no gracias” al rinnovo con il Barcellona ha spiazzato tutti. Chi avrebbe rinunciato a tutto questo?

Ma a Pep questo non interessa, non è mai interessato. Il “metodo Guardiola” è vincente perché è maledettamente semplice, tant’è che ora fior fior di manager plurilaureati seguono convegni per applicarlo nella governance delle loro imprese. 14 giocatori in rosa, gli altri dalla Primavera (pardon Cantera), così i campioni non fanno la muffa in panchina e i giovani con il loro entusiasmo, spronano anche i “vecchi” a far meglio. E pensare che se solo avesse chiesto rinforzi la società blaugrana non gli avrebbe certo fatto mancare niente. Invece ha scelto di vendere (e non senza critiche) due come Eto’o e Ibra. Solo 14 giocatori, non si sgarra! È più facile che si conoscano e facciano gruppo, a differenza che nelle rose sterminate di Chelsea, Manchester e Real, dove in panchina riecheggiano nomi come Torres, Tevez e Kaka.

L’altro segreto è il rapporto con i giocatori. Vuole sapere di mogli e figli, ma allo stesso tempo durante gli allenamenti “hasta la vista” a chi batteva la fiacca. Pensiamo alla vicenda di Eric Abidal. Dopo soli 47 giorni dal trapianto del fegato, lo ha fatto debuttare nella semifinale di ritorno di Champions (non un match in casa contro il Getafe!). E nella notte magica di Wembley Puyol gli concesse l’onore di alzare la coppa dalle grandi orecchie. Una storia che ha unito la squadra prima di tutto, e di conseguenza è migliorato il gioco. È questo il suo segreto: innanzitutto hai a che fare con degli uomini, che poi sono giocatori.

Eppure proprio quando il Metodo era ormai collaudato, l’addio. Mezza Europa gli fa la corte e lui rinnova i più cordiali “no gracias”. Chi avrebbe rinunciato a tutto questo? Questo è Pep, poteva avere tutto, ma a lui bastano i suoi 14 giocatori. Perché essere il migliore non è tutto. Forse proprio per questo un suo arrivo a Milanello non è da escludere: da lavorare ce n’è e la crisi ha costretto la società rossonera a puntare sui giovani.

Dopo l’ennesima batosta a San Siro contro la Fiorentina una spada di Damocle pende sulla testa di Allegri, che adesso non può davvero più sbagliare. Non c’è ancora stato nessun contatto ufficiale con Pep, solo voci. Eppure lo vogliono i tifosi, che non ce la fanno più a veder la loro squadra perdere, lo vuole la società, per provare a dare una raddrizzata a questa stagione sciagurata, lo vuole il suo Presidente, a cui non sono mai andati a genio gli allenatori spettinati. Insomma a Milano sarebbe accolto con ramoscelli d’ulivo, ma quanto sono fondate queste speranze? Chissà se Galliani ci stupirà con un colpo dei suoi, a cui da tempo, noi spettatori, non siamo più abituati.

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